L’Angelico a San Marco raccontato da Padre Marchese. Sesta puntata: gli affreschi del dormitorio (seconda parte)

Prosegue la galleria di incisioni, con il commento di Padre Vincenzo Marchese, tratte dal volume San Marco convento dei padri predicatori in Firenze, pubblicato nel 1853. Per la prima volta, gli affreschi di Beato Angelico a San Marco venivano fatti conoscere al mondo dell’arte. Oggi, per la prima volta, testo e incisioni sono disponibili on-line sul nostro blog.

Seguita il Battesimo di Gesù Cristo, graziosa composizione condotta secondo le tradizioni artistiche degli antichi.

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Beato Angelico, Battesimo di Cristo (cella 24), disegno di Cesare Mariannecci, incisione di Domenico Chiossone, da Vincenzo Marchese, San Marco convento dei padri predicatori in Firenze illustrato e inciso, Firenze 1853, coll. privata.

Qui pure abbiamo due figure estranee all’argomento, cioè la Beata Vergine e San Domenico, che il pittore ritrasse in disparte quasi in un fuor d’opera (fuori scena). Il fresco è ragionevolmente conservato.

Diamo quindi un prezioso frammento di un dipinto in parte perduto.

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Beato Angelico, Cristo nel deserto (cella 32a), disegno di Michele Rapisardi, incisione di Domenico Chiossone.

È la Tentazione di Gesù Cristo nel deserto. Quando di contro alla maggior porta della biblioteca (di fronte alla porta principale della biblioteca) venne talento ai Padri (i domenicani decisero di) aprire una grande finestra per dar luce maggiore a quella e al dormentorio (dormitorio), convenne partire per mezzo due celle (fu necessario tagliare a metà due celle), nelle quali era effigiato l’Ingresso trionfale di Gesù Cristo in Gerusalemme, e la Tentazione dello stesso nel deserto. Perdita gravissima perciocché (poiché) erano tra i più bei dipinti che l’Angelico facesse in San Marco.

Pregi bellissimi hanno eziandio (inoltre) le storie seguenti. 

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Beato Angelico, Il discorso della montagna (cella 32), disegno di Michele Rapisardi, incisione di Domenico Chiossone.

Il Sermone di Gesù Cristo sul monte dee (deve) annoverarsi tra le pitture dell’Angelico più copiose di figure e meglio conservate. In questo Sermone, volgarmente appellato delle otto beatitudini, nel quale è il più e il meglio della morale evangelica, Gesù Cristo la prima volta benedisse al dolore, e fecondandolo con la sua grazia, lo fece mezzo di perfezionamento alla scaduta umanità. L’altezza sublime di questo ragionamento si annunzia nella figura inspirata e severa del Redentore, e nel raccoglimento profondo dei discepoli, i quali meravigliando odono appellarsi (essere chiamati) beati coloro che piangono e che sono perseguitati. Quante lagrime non terse (asciugò) questa celeste dottrina; quanti dolori non attemperò (mitigò); quanti non consigliò sacrifizi agli uomini nel corso di molti secoli! E quando uno ripensa che a quanti qui si vedono ascoltatori, uno solo eccettuato (Giuda), quelle parole poterono persuadere il sacrifizio eziandio (persino) della vita, non si può non sentirsi profondamente commossi.

Ognuno potrà di per sé facilmente ammirare la composizione di questo dipinto; ma una sola cosa non è dato vedere nella incisione, e che fa meravigliare quanti considerano la pittura; ed è che la figura del Giuda Iscariota ha l’aureola nera intorno al capo. Egli era tuttora negli esordi del suo apostolato; né l’infame sete dell’oro aveagli (gli aveva) ancora consigliato la vendita del Maestro. Pur volle il dipintore significare che fino da quei suoi cominciamenti Giuda era un angelo decaduto, e che innanzi ancora (prima ancora) di aver il tradimento sulle labbra, da lunga pezza (da lungo tempo) chiudevalo in cuore. L’ aureola nera, come segno di una virtù che muore, non è concetto originale dell’Angelico, ma in lui derivato dai Greci (l’arte bizantina), e usato ancora di presente (attualmente) dai devoti dipintori del monte Athos. Non rammento se nei giotteschi ne sia altro esempio.

Alla meravigliosa Trasfigurazione sul monte Tabor non facciamo commento.

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Beato Angelico, Trasfigurazione (cella 6), disegno di Filippo Calendi, incisione di Domenico Chiossone.

E qual mai parola potrebbe adequare (essere all’altezza di) una scena tanto sublime? A chi volesse porre a riscontro la stupenda Trasfigurazione dell’Urbinate (Raffaello) in Roma con questa dell’Angelico, diremmo essere troppo diverso il concetto e lo scopo dell’uno e dell’altro.

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Raffaello Sanzio, Trasfigurazione, Musei Vaticani, particolare

Ma favellando (parlando) della sola figura del Cristo, non dubitiamo affermare aver l’Angelico tolta la palma (avere superato) su quanti trattarono questo difficile argomento. Dovendo in istrettissimo spazio chiudere molte figure grandi quasi al vero, seppe disporle e accomodarle in guisa, che (in modo che) apparissero sol quanto era mestieri a (era necessario per) contemplare quella gloria e a far saggio (dare un’idea) di quella beatitudine. La parte superiore di questo dipinto è ben conservata, non così l’inferiore, e debbesi (si deve) alla singolare perizia del disegnatore e dell’incisore, se ci è dato farla apprezzare ai nostri leggitori (lettori).

Nella Cena Eucaristica, o Istituzione del SS. Sacramento, seguitando il modo tenuto dai giotteschi, l’Angelico figurò gli Apostoli seduti alla mistica cena, e Gesù Cristo avente il calice nella sinistra, e con la destra mano porgente loro nell’ ostia consecrata il suo corpo ed il suo sangue.

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Beato Angelico, Comunione degli Apostoli (cella 35), disegno di Michele Rapisardi, incisione di Domenico Chiossone.

I più recenti dipintori sogliono in quella vece rassembrare la Cena legale (sono soliti raffigurare, al posto dell’Istituzione dell’Eucarestia, la cena della Pasqua); e moltissimi confondono la prima con la seconda. Ma quale insegnamento morale e religioso potrebbe dedursi dal ritrarre una brigata di persone sedute a un desco (tavola) comune, non potendosi col mezzo dei (attraverso i) colori significare le attinenze della cena legale (pasquale) con la Passione di Gesù Cristo? Ma non così della Cena Eucaristica nel modo come ritraevasi (era raffigurata) dagli antichi; i quali a meglio chiarire i riguardanti, che quella era veramente la instituzione del Santissimo Sacramento dell’altare, facevano Gesù Cristo comunicare (dare la comunione) di sua mano i discepoli, nel modo stesso che tiensi (come avviene) al presente dal sacerdote nel distribuire ai fedeli i sacrosanti misteri.

Né meglio si potrebbero esprimere sul volto dei discepoli la grandissima meraviglia, la tenera divozione e l’accesissimo desiderio di nutrirsi di quel cibo divino; né la maestà e l’affetto insieme del Redentore. Vedesi in disparte eziandio (anche) la Beata Vergine devotamente contemplare quel mistero di amore.

Questo dipinto e i tre che seguitano sono assai ben conservati.

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Beato Angelico, La preghiera nel Getsemani (cella 34), disegno di Cesare Mariani, incisione di Filippo Livy.

Nell’ Orazione di Gesù Cristo sul monte degli Ulivi, assai mi aggrada (mi piace) il modo tenuto dal pittore, che a far meglio apparire la fiacchezza degli Apostoli, i quali in quel crudele trambasciamento (angoscia) del Maestro si erano abbandonati a profondissimo sonno, pose in un fuor d’opera (fuori scena) la Nostra Donna (la Vergine Maria) e Marta in atto di orare e di meditare: ché veramente la pietà è il fregio più bello del debil sesso (delle donne).

Molti pregi si ammirano nel Tradimento di Giuda.

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Beato Angelico, La cattura di Cristo (cella 33), disegno di A. Frassinetti, incisione di Domenico Chiossone.

Egli avviene sovente che uno stesso beneficio, compartito a diversi, operi effetti disparatissimi (Accade spesso che ricevere del bene, a seconda delle persone, produca effetti molto diversi): perciocché (infatti) nei buoni eccita (spinge) a ricambiare il benefattore, se non di opere almanco (almeno) di affetto, e nobilitando in pari tempo chi dà e chi riceve, lega gli animi con aurea catena di amore; laddove nei tristi (nei cattivi, invece) è semente funesta di odio; perciocché (poiché) vedono, o par loro vedere, in chi benefica (in chi fa del bene) un importuno testimonio di lor debolezza, e nella santa e dolcissima obbligazione della gratitudine una durissima servitù; onde (perciò) in costoro l’odio nasce dall’amore, e mostrano verissima quella sentenza del Metastasio (da Pietro Metastasio, La morte d’Abel, 1732):

L’ape e la serpe spesso/ Suggon l’istesso umore;/ Ma l’alimento istesso/ Cangiando in lor si va:/ Ché della serpe in seno/ Il fior si fa veleno;/ In sen dell’ape il fiore/ Dolce liquor si fa

(L’ape e il serpente succhiano la stessa linfa, ma lo stesso nutrimento dentro di loro cambia: nel serpente il fiore diventa veleno, nell’ape miele)

Di che (di ciò) abbiamo un esempio nella storia del tradimento di Giuda, il quale trasse cagione (motivo) di odiare e di vendere il Maestro di là dove gli altri Apostoli e i discepoli aveano trovato tanto argomento di amarlo. Ma dove la celeste fantasia dell’Angelico trarrà le forme a ben significare (raffigurare) questo concetto, egli solo adusato (abituato solamente) a ritrarre le gioie ineffabili degli spiriti beati che osannano innanzi al trono dell’Eterno? E veramente ci è mestieri (dobbiamo) confessare che in questa storia si cerca invano una di quelle sembianze sulle quali la profonda e abituale malvagità ha lasciate visibili tracce. Leonardo da Vinci cercando il tipo del Giuda per il suo Cenacolo alle Grazie, poté rinvenirlo nei trivii (per la strada) e nei luoghi ove più si agita e rimescola la plebaglia. Ma quando fu a quello del Cristo, disperando esprimere quella sovrumana bontà, amò meglio lasciarlo imperfetto (da Vasari, Vita di Leonardo da Vinci).

Giuda Leonardo
Leonardo da Vinci, Giuda (con Pietro e Giovanni), Ultima Cena, Cenacolo di Santa Maria delle Grazie, Milano
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Leonardo da Vinci, Cristo nell’Ultima Cena, Cenacolo di Santa Maria delle Grazie, Milano

Al contrario l’Angelico, se poté darci la veneranda e sacrosanta maestà del Nazareno (Gesù), nascose in gran parte l’aborrite sembianze dell’Apostolo traditore, sfiduciato di mai poterle ritrarre. Che poi in luogo di delineare l’orto degli Ulivi, come ha il racconto evangelico, amasse piuttosto rappresentare l’avvenuto (l’episodio) in una grotta, è perché così porta un’antica tradizione degli orientali, i quali additano tuttavia ai devoti pellegrini lo speco (grotta) testimone del fatto, ove la pietà dei fedeli eresse poscia (successivamente) un altare.

Assai più pregi si ammirano nella storia che fa seguito: Gesù Cristo nel Pretorio vilipeso dalla sbirraglia di Erode.

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Beato Angelico, Cristo deriso (cella 7), disegno di Cesare Mariannecci, incisione di Filippo Livy.

Come al pittore non pativa l’animo (non sopportava) di figurare la santa umanità del Redentore con atti troppo indegni vituperata e derisa, studiò modo di fare in alcuna guisa (in qualche maniera) apparire sotto le di lui umili spoglie mortali la sua divinità. Pose pertanto Gesù Cristo seduto in trono con grandissima maestà, bendati gli occhi, ma trasparenti dal velo, severi e quasi minacciosi. Pose a lui nella destra il globo, nella sinistra, in vece di scettro, un mazzo di verghe, e solo vedonsi (si vedono) accennate le mani ed il volto dei beffeggiatori. La bianca veste che lo ricopre ha facile e bellissima andatura di pieghe. Dappiedi (ai piedi) del trono fece seduti la Vergine Addolorata alla destra (a sinistra per chi guarda), ed a sinistra San Domenico; il quale con atto vero e grazioso, tenendo un libro su i ginocchi, medita profondamente le umiliazioni del Verbo Divino (di Cristo).

Il fresco che ci offre il portar della Croce al Calvario, più che i danni del tempo patì le ingiurie degli uomini; non pertanto sono tuttavia intatti e bellissimi i volti; venerando e affettuoso quello del Cristo, mestissimo quel della Madre e del santo fondatore dell’ordine domenicano.

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Beato Angelico, Cristo porta la croce (cella 28), disegno di Cesare Mariannecci, incisione di Filippo Livy.

Per simil guisa (in modo simile), in luogo di effigiare Gesù Cristo sotto il tempestar dei flagelli, fecelo bensì legato alla colonna, ma non già vi ritrasse i carnefici intenti a quell’atto spietato; pose in quella vece di contro al medesimo (pose, al posto dei carnefici, di fronte a Cristo) il Santo Fondatore dell’Ordine dei Predicatori, che, denudate le spalle, si percuote col flagello.

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Beato Angelico, Cristo alla colonna, cella 27. Il volume di Padre Marchese, pur parlandone, non ne riporta l’incisione

La Crocifissione ei colorì (egli dipinse) in più celle; e in una (dove aveva abitato padre Marchese) ritrasse, con devotissimo concetto, Gesù Cristo che ascende il patibolo, offerendosi spontaneo alla morte, e dappiedi (in basso) la Madre (Maria) in atto di venir meno fra le braccia della Maddalena.

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Beato Angelico, Crocifissione (cella 42), disegno di Cesare Mariani, incisione di Filippo Livy.

Sembra che l’Angelico avesse presenti quelle parole di Isaia: oblatus est quia ipse voluit (“si è offerto spontaneamente”); questa composizione è tolta fedelmente dalla pia leggenda di Santa Maria Maddalena, testo di lingua del secolo XIV, che si legge nella raccolta delle Vite dei Santi Padri, la più parte delle quali si crede voltata (tradotta) in lingua toscana dal Padre Domenico Cavalca (1270-1342, frate domenicano, traduttore e scrittore), di cui daremo un brano per meglio chiarire il concetto del dipintore:

“…e quando si rivolsono, elle (la Vergine e la Maddalena) vidono Messer Giesù, che saliva su per le scale co’ suoi piedi, e colle sue mani. Quando elle vidono questo co’ loro occhi, il pianto fue grande, e sì crudele, che pareva che piagnesse il cielo e la terra, e l’altra gente tutta piangeva per la pietà di lui, e della Madre, e della Maddalena, che diceva sì pietosamente sue parole, che chiunque l’udiva, pareva che si spezzasse loro il cuore; e pensomi che salisse Messer Giesù su per la scala della Croce colle sue mani, e co’ suoi piedi volontariamente. Centurione, il quale fu poscia salvo, vide questo fatto, e come uomo savio disse in sé medesimo: Oh, che maraviglia è questa, che questo Profeta pare, che vada volenterosamente a esser messo in Croce, e nulla resistenzia, e nullo mormorio non fa? E stando così ammirato, Messer Giesù fu compiuto di salire tanto in alto, quanto bisognava, e rivolsesi in sulla scala, e aperse le braccia reali, e porse le mani a coloro, che erano per conficcarle molto attentamente ec. ec.” (da Domenico Cavalca, Vita di Santa Maria Maddalena)

Quindi in questo dipinto si vede veramente, come narra la leggenda, Gesù Cristo ascendere la scala e offerire le mani agli sgherri per essere conficcate dai chiodi. Bellissimo concetto che invita a mesti e divoti pensieri; e che dà a conoscere quanto profondamente gli antichi studiassero la pittura religiosa.

Nella cella contigua ritrasse Cristo crocifisso in mezzo ai ladroni.

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Beato Angelico, Crocifissione (cella 37), disegno di Filippo Calendi, incisione di Pietro Nocchi.

Appiedi del Crocifisso ritrasse la Vergine dolentissima e San Giovanni che, mal potendo reggere alla piena del dolore, piange dirotto; quindi San Domenico e San Tommaso di Aquino, rapiti in altissima contemplazione di quello ineffabile mistero di amore.

La storia che ci offre Longino passar con la lancia il costato di Cristo, esce ora la prima volta dalle tenebre della notte alla luce del giorno. Perciocché il fresco (Poiché l’affresco), il quale forse era dapprima sul muro esterno del dormentorio (dormitorio), pel (per il) nuovo ordine dato alle celle, venne tutto ricinto e chiuso per modo da non potersi vedere.

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Beato Angelico, Crocifissione (cella 42), disegno di Cesare Mariannecci, incisione di Gustavo Bonaini.

Se tutte le figure son belle, bellissima è a nostro avviso la Vergine che nasconde il volto fra le palme a non veder quello strazio crudele del figlio; e graziosissima e maestrevolmente disegnata è pur (anche) quella di Marta veduta solo da tergo (di spalle).

 Volendo seguitare l’ordine storico, dovremmo al presente tener discorso della Deposizione dalla Croce, che, come può vedersi nell’incisione che ne porgiamo, il pittore ritrasse in modo alquanto diverso da quello onde egli ebbe altre volte trattato eguale argomento.

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Beato Angelico, Deposizione (cella 2), disegno di Raffaello Bonaiuti, incisione di Antonio Perfetti.

Pure omettiamo di farlo (di descrivere questa) dovendo in breve (fra poco) favellare (parlare) dell’altra bellissima Deposizione della quale si adorna la Galleria dell’accademia del disegno, e che tiene fra le opere dell’Angelico il loco (l’importanza) che la Trasfigurazione in quelle del divino Raffaelo (si tratta della Deposizione per la chiesa di Santa Trinita a Firenze. Sarà oggetto della prossima puntata).

Nel ritrarre le Marie al sepolcro disegnò, giusta (secondo) l’espressione evangelica, incavato nel vivo sasso un capevole (capiente) recinto, entro del quale vedesi (si vede) di bianco marmo e scoperchiato il sepolcro del Redentore.

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Beato Angelico, Le Marie al Sepolcro (cella 8), disegno di Michele Rapisardi, incisione di Filippo Livy.

Nella superior parte del medesimo è Gesù Cristo risorto, solo per metà sporgente dalle nuvole, avente nella destra la palma, segno trionfale, siccome primo dei martiri. Le pie femmine, venute a porgere estremo ufficio di lagrime, di baci e di profumi alla adorata salma del Salvatore, sono tre figure egregiamente disegnate; e con segni di sì profondo dolore, che in rimirarle l’animo è grandemente commosso. Quanto mai può dirsi bello, e non per mano mortale ma celeste colorito (dipinto), è l’Angelo, il quale, seduto sul labbro del sepolcro, con grazia bellissima accenna e dice alle sconsolate che Cristo è risorto. Fece eziandio in un fuor d’opera (anche, fuori scena) e in mezza figura San Domenico, che medita la gloria di quel risorgimento (resurrezione), ed è improntato di una soavità veramente angelica. La parte superiore di questo dipinto ha patito non lieve danno.

Segue la Discesa al Limbo dei Padri, che egli pitturò nella cella di Sant’Antonino.

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Beato Angelico, Discesa di Cristo agli inferi (cella 31), disegno di Cesare Mariannecci, incisione di Domenico Chiossone.

Parve al chiarissimo Professor Rosini (Giovanni Rosini, 1776-1885, editore e scrittore, autore di una “Storia della pittura italiana”) avere l’Angelico di forza e di poesia vinto e superato sé stesso e quasi direi gareggiato coll’Alighieri:

“…vidi venire un possente (Cristo), con segno di vittoria coronato (con l’aureola crocifera).

Trasseci (portò via di qui) l’ombra del primo parente, (l’anima di Adamo, primo genitore)

d’Abel suo figlio e quella di Noè,

di Moisè legista e ubidiente;

Abraàm patriarca e David re,

Israèl (Giacobbe) con lo padre (Isacco) e co’ suoi nati (i suoi dodici figli)

e con Rachele, per cui tanto fé, (sua moglie Rachele, per sposare la quale tanto si adoperò)

e altri molti, e feceli beati.

(Inferno IV, 53-61)

Sul limitare di oscurissimo speco (caverna) vedesi la figura nobilissima del Redentore, il quale con atto ed incesso (ingresso) trionfale, atterrate le porte infernali, schiaccia sotto di quelle Lucifero, nella stessa guisa (allo stesso modo) che vedesi (si vede) ritratto da Simone Senese nel Capitolo di Santa Maria Novella (in realtà gli affreschi sono di Andrea di Bonaiuto, ma Vasari, seguito da Marchese, li riferisce a Simone Martini e Lippo Memmi).

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Andrea di Bonaiuto, La discesa di Cristo agli inferi, Cappellone degli Spagnoli, Santa Maria Novella

Pensiero derivato dai greci nei giotteschi. Con piccole diversità si legge pure così ritratto dai monaci greci del monte Athos. Il Salvatore porge la destra al primo parente (Adamo), che negli atti, nell’espressione del volto e nella movenza della persona manifesta l’ansia della lunga aspettazione (attesa), e il giubilo dell’antico voto compito (la gioia dell’antica promessa mantenuta). Dietro a lui, con ansia e giubilo grandissimo, si stringe, incalza e preme la turba innumerevole di quelle anime avventurose (fortunate). Quante fiate (volte) mi posi a considerare questo dipinto, nel quale è gran verità di espressione unita ad un felice concetto, altrettante ebbi a confessare, che se la natura soavissima dell’Angelico parea averlo creato solo a significare teneri e devoti concepimenti (pensieri), era in lui non pertanto (nondimeno) sì fervido immaginare, e sì svariata e tanta la copia (la quantità) delle immagini, che potea di fecondità e di bellezza gareggiare con i più lodati.

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Beato Angelico, Noli me tangere (cella 1), disegno di Filippo Calendi, incisione di Eugenio Damele.

L’apparizione di Gesù Cristo alla Maddalena, che noi siamo usi (soliti) appellare “noli me tangere”, ne porge occasione a viemeglio confermarci in quel vero (ci offre occasione per rafforzare ancora di più il nostro convincimento), che nella ragione del comporre e nel significare il proprio concetto gli antichi maestri vincono di gran tratto i moderni. Con quanto affetto e riverenza la Maddalena non si protende verso il Redentore? E con quanta maestà egli non fa cenno alla donna di tenersi lontana? Che se uno vorrà porre a riscontro un fresco (un affresco) di fra Bartolomeo nell’oratorio dei domenicani in Pian di Mugnone, ove il pittore ritrasse un simile argomento, con questa storia dell’Angelico, vedrà il Porta (Fra Bartolomeo) certamente superarlo nel disegno, ma sottostargli di lunga mano nella composizione.

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Fra Bartolomeo, Noli me tangere, ex Convento di Santa Maria Maddalena alle Caldine (Firenze)

Ultima delle storie a fresco, e sopra tutte le altre bellissima, nella quale appare sovrano maestro nel rappresentare le ineffabili gioie del cielo, è la Incoronazione della Vergine. Se con molte lodi abbiamo encomiata quella in tavola nella Galleria degli Uffizi, questa a noi pare eziandio più (ancora di più) celeste.

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Beato Angelico, Paradiso (Incoronazione della Vergine), Galleria degli Uffizi, Firenze

Noi tenteremo bensì descrivere il modo tenuto dall’artefice (il pittore) nel significare con linee e colori questo suo devoto concetto; ma a far sentire in alcuna guisa (in qualche modo) l’impressione che desta la vista di un tale dipinto, confessiamo non bastarci l’ingegno né la parola.

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Beato Angelico, Incoronazione della Vergine (cella 9), disegno di Raffaello Bonaiuti, incisione di Filippo Livy.

Sopra candida nuvoletta, tutta da vaga iride (bell’arcobaleno) circondata, ritrasse la Vergine biancovestita. Le braccia ha conserte al seno, il volto atteggiato a celestiale sorriso, e la persona (la figura)  alquanto inclinata in atto di protendersi verso del Figlio:

«e stava tutta umile in tanta gloria» (da Petrarca, “Chiare fresche et dolci acque”).

Il Divin Verbo (Cristo), in cui ella s’incinse, siedele (le siede) allato, e fa segno di incoronarla. Non che ei (egli) regga con le mani l’aureo diadema; che anzi appena il (lo) tocca con l’estrema parte di esse, quasi in atto di inviarlo a cingere il capo della Madre. Pensiero sublime, che richiama alla mente il fiat (il “sia fatto”) della creazione. Ha egli eziandio (anche) bianca la veste, la quale sul candore delle nuvole, solo da leggiera tinta di chiaroscuro ombrata, rende immagine di cosa non pur (non solo) leggiera, ma aerea. E se l’Angelico nel magistero delle pieghe è sempre perfetto, in queste è piuttosto maraviglioso. Dappiedi (in basso) dipinse tre santi a destra e tre alla sinistra, i quali ugualmente da candida nube sorretti, estatici, innamorati contemplano quella gloria. Qui parci (ci pare) ch’egli abbia viemeglio (ancora meglio) seguitata (seguita) la cantica dell’Alighieri (il Paradiso di Dante): conciossiaché (dato che) dispose queste sei figure sopra una linea semicircolare, quasi una di quelle ghirlande di spiriti beati i quali di continuo cantano e danzano intorno al trono di Dio: e sono San Paolo, San Tommaso di Aquino, San Benedetto, San Domenico, San Francesco e San Pietro martire. Tutti a un modo stesso tengono sollevati gli occhi e le mani al cielo; e traluce dai loro volti un gaudio, una beatitudine, che in vederli sembra essere rapiti fra il consorzio dei comprensori (le anime beate). Questa storia è condotta con tinte così dilicate e trasparenti, con tale e tanta soavità di pennello, che in luogo (invece) di un dipinto, tien forma di una visione celeste; e forse tale apparve veramente al devoto dipintore nell’atto di colorirla. Ma tanta divinità non le fu schermo dalle ingiurie dei barbari passati e presenti; e nel mentre scriviamo queste pagine, frementi di sdegno, paventiamo nuovi insulti a quel caro dipinto affidato alla discrezione della soldatesca, or (adesso) che una parte del convento serve a militare caserma.

Nel secondo dormentorio (nel secondo corridoio del dormitorio) sul muro fece eziandio (inoltre) la Beata Vergine col Figlio, circondata da molti Santi, tutte figure ben disegnate, e nel tingere delle carni e dei panni, assai maestrevolmente condotte.

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Beato Angelico, La “Madonna delle ombre” nel secondo corridoio del dormitorio, disegno di Cesare Mariannecci, incisione di Filippo Livy.

Quasi lo stesso argomento ripeté in una cella ove ritrasse la Vergine in trono con i santi Tommaso e Agostino.

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Beato Angelico, Madonna col Bambino e santi (cella 11), disegno di G. Cabella, incisione di Filippo Livy.

Finalmente (in conclusione) diamo inciso un crocifisso con appiedi San Domenico, replica alquanto diversa dell’altro che in maggiori dimensioni dipinse nel primo chiostro.

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Beato Angelico, San Domenico abbraccia il Crocifisso (dormitorio), disegno di Cesare Mariannecci, incisione di Filippo Livy.

Nel 1850, presso le celle abitate già da Cosimo dei Medici e da Eugenio IV, si rinvennero due affreschi del Beato Angelico, che facevano seguito agli altri sopra descritti, ed i quali erano stati imbiancati. Rappresentava il primo, uno dei soldati che appressa la spugna alle labbra di Gesù Crocifisso per dissetarlo, e dappiedi la Vergine svenuta e Santa Maria Maddalena.

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Cella 41

Il secondo, quando io partii da Firenze (30 aprile 1851) non era ancora discoperto del tutto, e offeriva (presentava) il gruppo (se ben ricordo) della Vergine e della Maddalena.

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Cella 40

Seguitandosi a saggiare il muro, si dovrebbe rinvenire una terza storia tuttavia coperta dal bianco.

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Cella 43

Questi sono, a mio avviso, i più pregevoli affreschi dei quali si adorni il Convento di San Marco, la più parte benissimo conservati; ma, per somma disavventura, non così accade dei dipinti nelle celle a mano destra del secondo dormentorio, i quali vennero danneggiati per modo che alcuni sono affatto (completamente) perduti; e altri da posteriori ritocchi condotti (ridotti) a stato deplorabilissimo.

Questa preziosa Galleria, questo monumento insigne della pittura italiana, nei primi del corrente secolo (agli inizi dell’800), nel tempo della francese dominazione,  dovea essere distrutta da barbari venuti a civilizzare l’Italia; i quali nella loro sapienza avvisavano (credevano) che una piazza alquanto più vasta della presente importava assai meglio che tutti questi dipinti dell’Angelico e di fra Bartolommeo della Porta. Grazie al patrio amore del cavaliere Giovanni degli Alessandri, si abbandonò il pensiero di quella vandalica demolizione (sul blog, si può leggere la sua accorata arringa per salvare San Marco).

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Museo di San Marco, primo chiostro. Monumento funebre di Giovanni degli Alessandri (1765-1828), Direttore dell’Accademia di belle arti e delle Gallerie fiorentine.

a cura di Alessandro Santini

Continua nella prossima e ultima puntata: La Deposizione di Santa Trinita e altre incisioni

Prima puntata: La pala di San Marco

Seconda puntata: Gli affreschi del chiostro

Terza puntata: Gli affreschi della sala del Capitolo (prima parte)

Quarta puntata: Gli affreschi della sala del Capitolo (seconda parte)

Quinta puntata: L’Annunciazione e gli affreschi del dormitorio (prima parte)

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