L’Angelico a San Marco raccontato da Padre Marchese. Quarta puntata: gli affreschi della sala del Capitolo (seconda parte)

Dopo averne identificato le figure, Padre Vincenzo Marchese prosegue il racconto della grande Crocifissione nella sala capitolare, esaltando la sensibilità dell’Angelico nel rappresentare “l’animo e le passioni”, cogliendo qualche piccolo difetto e riconoscendo, per primo, che il colore dello sfondo non è quello originale. Passa poi a descrivere con precisione il fregio con “l’albero” dei più illustri domenicani. Infine, dopo avere ricordato la perduta Crocifissione del refettorio, è orgoglioso “di poter far meglio conoscere” le opere ad affresco del dormitorio, “così mal note o affatto ignorate dagli storici delle Arti”, nelle quali, giustamente, gli sembra “che l’Angelico meglio splenda”.

Crocifissione di Beato Angelico, disegno di Cesare Mariannecci, incisione di Filippo Livy, da Vincenzo Marchese, San Marco convento dei padri predicatori in Firenze illustrato e inciso, Firenze 1853

È poi mirabile, in questo dipinto (la Crocifissione del Capitolo), come l’artista ad uno stesso dolore, del quale atteggiò il volto e la persona dei santi or ricordati, desse una diversa espressione, contemperata all’indole e alla natura di ciascheduno; così che caldo lo vedi, a mo’ di esempio, in San Girolamo, tenero ed espressivo in San Francesco ed in San Bernardo, sublime e profondo in San Tommaso di Aquino, ec. Cosa veramente più da filosofo mirabile di giudizio che da pittore; onde di lui ben si direbbe ciò che narrasi (si narra) di Aristide pittore tebano, essere stato suo rarissimo vanto dipingere, non pure (non solo) il corpo, ma l’animo e le passioni.

“caldo lo vedi, a mo’ di esempio, in San Girolamo”
“tenero ed espressivo in San Francesco ed in San Bernardo”
“sublime e profondo in San Tommaso di Aquino”

In quest’opera dell’Angelico già appariscono i segni di quelli avanzamenti che l’Arte avea fatti in Firenze, per i belli andari dei panni (i bei panneggi) e delle arie che diede a quelle figure, e segnatamente per certa grandezza nella maniera, e per rilievo e forza maggiore nel disegno. Non così mi appagano le estremità (mani e piedi), nelle quali per certa sua negligenza non di rado è scorretto. Non pertanto (tuttavia), sempre che volle tolse eziandio (anche) quella menda (difetto).

Fa di mestieri (bisogna) avvertire che in molte parti questo dipinto è stato ritoccato e guasto (rovinato); e, ciò che è più importabile (intollerabile), tolto il fondo primitivo, azzurro che egli fosse o di una languida tinta a chiaroscuro, ignorasi il come e il quando ebbervi (vi ebbero) sostituito un laidissimo rosso, con danno non lieve dei contorni stessi delle figure.

Il “laidissimo rosso” dello sfondo, prima dei restauri del 1967-74. Il colore originale, andato perduto, era azzurro.

A meglio significare questa sua devota meditazione il pittore fece in dieci esagoni, che circondano l’arco della volta, dieci figure protome, o vogliam dire mezze figure, di Profeti e di Sibille, le quali tengono alcuni cartelli con motti riguardanti la passione di Gesù Cristo; e sono quanto mai possa dirsi belle e graziose.

Giobbe
Sibilla Eritrea

Nel fregio, che ricorre sotto il fresco per quanta è la lunghezza della facciata, fece in diciassette tondini i ritratti di San Domenico e degli uomini più illustri del suo Instituto.

Abbiamo altrove narrato come i frati Predicatori del Convento di Trevigi (Treviso), un secolo innanzi (nel Trecento), avessero fatto dipingere da Tommaso da Modena quella galleria (di illustri domenicani) nel Capitolo di San Niccolò. I religiosi del Convento di San Marco bramando averne alcun saggio (qualche parte simile), si procurarono copia di quella di Trevigi, per quanto afferma Padre Domenico M. Federici nelle primo volume di Memorie Trevigiane (Venezia, 1803).

Tommaso da Modena, Ritratti di quaranta illustri domenicani, ex Convento di S. Niccolò a Treviso, particolare.

Collocò pertanto Fra Giovanni nel bel mezzo il Patriarca San Domenico in atto di reggere con ambedue le mani il tronco di un albero, i cui rami si distendono a destra ed a sinistra per tutta quella lunghezza de’ trentadue palmi (circa nove metri e mezzo), formando nelle loro volute diciassette tondi.

“il Patriarca San Domenico in atto di reggere con ambedue le mani il tronco di un albero”

È molto a dolere che nei tempi posteriori all’Angelico, tolti ad alcuni i nomi che vi erano stati scritti dal medesimo, ne fossero sostituiti altri non rispondenti alla storia ed all’originale.

Al presente si leggono a destra (a sinistra, per chi guarda), come riporta il Vasari, i nomi di:

(da destra a sinistra): “Innocenzo V pontefice Massimo, Ugone cardinale” (Ugo di San Cher)
(da destra a sinistra): “il Padre Paolo fiorentino (Paolo dei Pilastri , Patriarca di Grado), Sant’Antonino arcivescovo”
(da destra a sinistra): “il Beato Giordano di Sassonia, secondo maestro generale dell’Ordine, il Beato Niccolò provinciale” (Nicola Paglia , da Giovenazzo in Puglia)
(da destra a sinistra): “il Beato Remigio fiorentino (dei Girolami, teologo), il Beato Buoninsegna martire” (dei Cicciaporci, fiorentino)

A sinistra (a destra per chi guarda) è:

(da sinistra) “il Beato Benedetto XI Sommo pontefice, il Beato Giovanni Dominici cardinale”
(da sinistra) “il Beato Pietro della Palude appellato il Postillatore (patriarca di Gerusalemme), il Beato Alberto Magno”
(da sinistra) “San Raimondo di Pennafort, il Beato Chiaro (o Chiarito) da Sesto, primo provinciale romano”
(da sinistra) “San Vincenzo Ferreri, il Beato Bernardo martire, probabilmente uno dei tre uccisi in Avignoneto (Avignone) l’anno 1240” (Bernardo di Rochefort, ucciso dagli albigesi).
Sant'Antonino Pierozzi
Sant’Antonino Arcivescovo di Firenze

I Santi hanno l’aureola; i Beati, i raggi in oro. Non abbisogna molta critica per tosto ravvisare (accorgersi subito) che il nome di Sant’Antonino dee (deve) esservi stato aggiunto posteriormente. Perciocchè (perché), omesso che i lineamenti di questo ritratto non rispondono in guisa alcuna (in alcun modo) agli altri che abbiamo verissimi di lui, non poteva l’Angelico ritrarre il Santo arcivescovo con l’aureola intorno il capo e con le divise pastorali quando il medesimo era tuttavia vivente, e semplice religioso del suo Convento di San Marco. Se non che sotto il nome di Sant’Antonino si vede trasparire un altro diverso e più antico nome (probabilmente Aldobrandino Cavalcanti, priore di Santa Maria Novella e vescovo di Orvieto). Potrebbesi (si potrebbe) dubitare eziandio (anche) di quelli di San Vincenzo Ferreri e del Beato Giovanni Dominici; o credersi che l’aureola del primo e i raggi del secondo fossero stati aggiunti nei tempi posteriori. Questi ritratti sono assai belli, ma assaissimo danneggiati e segnatamente negli occhi.

San Domenico

Nel tempo della dominazione francese i soldati, che ebbero stanza (alloggiarono) in Convento, si presero il diletto di togliere le luminelle (pupille) dagli occhi di tutte queste figure; il qual danno patirono eziandio (anche) tutte le figure del bellissimo gradino (predella) dei fatti di San Niccolò in Perugia che, come si disse, venne recato in Francia.

Il Polittico Guidalotti dalla chiesa di San Domenico a Perugia, oggi conservato nella Galleria Nazionale dell’Umbria. Portato in Francia dai napoleonici, fu poi restituito. Della predella, con Storie di San Nicola, i primi due pannelli sono ai Musei Vaticani, il terzo è a Perugia.

La Cronaca del Convento di San Marco ricorda un altro dipinto del medesimo (Beato Angelico) nel refettorio dei religiosi, e narra fosse un Crocifisso, probabilmente una replica di quello che già avea colorito (aveva già dipinto) nel refettorio di Fiesole, con ai lati la Beata Vergine e San Giovanni Evangelista.

L’affresco con Crocifissione dal refettorio del convento di San Domenico di Fiesole. Oggi è esposto al Louvre.

Ma al presente più non esiste, ed è facile a credersi venisse distrutto per dar luogo al grande affresco di Giovanni Antonio Sogliani, rappresentante San Domenico seduto a mensa co’ suoi frati, e dagli Angioli sovvenuto (fornito) di pane. Il quale dipinto, eseguito nel 1534 (in realtà 1536), è tra le cose migliori di questo pittore, che fu uno dei più felici imitatori di Fra Bartolommeo della Porta; anzi alcune parti, e segnatamente la superiore, sembrano di mano del frate.

Giovanni Antonio Sogliani, La Provvidenza domenicana, Refettorio grande di San Marco, 1536

Ma ove parmi (mi pare) che l’Angelico meglio splenda per bellezza d’immagini, copia (quantità) e fecondità di concetti, tenere e devote considerazioni, e tal fiata eziandio (e talvolta anche) per eleganza di forme, è nelle storie a fresco del Convento; nelle quali sono a quando a quando tai (tali) saggi da reggere facilmente al paragone con i più eccellenti di quella età, che pur di eccellenti aveva tanta dovizia. Volevansi (si volevano) adornare le povere celle dei religiosi e i dormentori (dormitori) di alcun dipinto, coll’ opera del quale venissero le loro menti ed i loro cuori incessantemente sollevati alle cose del cielo; fosse un ricordar loro la patria, il premio delle fatiche, e gli esempi dei Santi che avevanli (li avevano) preceduti. Pensiero forse suggeritogli da Sant’Antonino.

Ci gode l’animo di potere far meglio conoscere queste mirabili ed ingenue fatture (opere di pura semplicità) dell’Angelico, così mal note o affatto (del tutto) ignorate dagli storici delle Arti. In esse non prese a narrare la leggenda della Beata Vergine, come scrive il chiarissimo Montalembert (Charles-René Montalembert, politico e storico francese del XIX sec.) ma sì la vita di Gesù Cristo; solo aggiungendovi della prima quei fatti che necessariamente congiungono la vita della Madre a quella del Figlio; e sono il più delle volte tolte (tratte) da quelle trentacinque storie di Gesù Cristo che si dissero dal medesimo colorite nei portelli (negli sportelli) dell’armadio della santissima Annunziata; e in un fuor d’opera (in aggiunta) fece alcun (qualche ) Santo domenicano, secondo la divozione del religioso che abitava la cella.

Armadio degli Argenti, ritenuto da Marchese un modello per gli affreschi del dormitorio di San Marco. In realtà, è vero l’inverso, perché i pannelli dell’Armadio furono dipinti più di dieci anni dopo.

Il racconto continua nella quinta puntata: l’Annunciazione gli affreschi del dormitorio (prima parte)

a cura di Alessandro Santini

Vai alla terza puntata: gli affreschi della sala del Capitolo (prima parte)

Vai alla seconda puntata: gli affreschi del chiostro

Vai alla prima puntata: la Pala di San Marco

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...