Il restauro pittorico come “traduzione”. Intervista a Lucia Biondi, restauratrice di tre opere di Beato Angelico

Cosa significa prendersi cura della pittura di uno dei padri del Rinascimento fiorentino? Lo sa bene Lucia Biondi, restauratrice di consolidata esperienza, che negli ultimi anni ha stabilito un vero e proprio sodalizio professionale e intellettuale con le opere su tavola di Beato Angelico conservate al Museo nazionale di San Marco.

Dalle sue mani, sottili come quelle di un chirurgo, sono passati i più grandi capolavori dell’artista domenicano: il Giudizio Universale, restaurato in occasione dei 150 anni del Museo di San Marco con il sostegno del Rotary Club Certosa di Firenze, nel 2019; la Pala di Bosco ai Frati, restaurata durante i mesi del lockdown, nel 2021, col sostegno dei Friends of Florence; infine il restauro della Deposizione Strozzi, restituita al pubblico in tutta la sua brillantezza cromatica dopo due anni di lavoro, nel febbraio del 2025, anche questa col contributo dei Friends of Florence. Attraverso un approccio multidisciplinare, basato su rigorose indagini diagnostiche non invasive, ricerche storiche e un’accurata interpretazione filologica, Lucia Biondi è riuscita a rimuovere i sedimenti del tempo per far risplendere le decorazioni a oro zecchino e le trasparenze tipiche dell’artista domenicano. La incontro nel suo spazioso studio un caldo pomeriggio di settembre, al terzo piano di un palazzo storico nel cuore di Firenze; un luogo pieno di luce dove Lucia, muovendosi leggera tra strumenti di lavoro e pale d’altare, si dedica con passione e dedizione alla tutela e alla conservazione dei beni culturali. Sono tante le curiosità, i segreti che vorrei carpirle, ma non posso approfittare troppo del suo tempo: ci sono tre dipinti, uno di grandi dimensioni, che aspettano di essere accarezzati dalle sue mani. Lucia è un’amica e ci diamo del tu.

La prima cosa che vorrei chiederti è di raccontarci qual è, secondo te, il segreto della pittura di Beato Angelico, quello che l’artista ha rivelato solo a te, quando hai rimosso le vernici dei restauri precedenti e ti sei trovata a tu per tu con la superficie pittorica delle sue opere.

Il segreto che rende la sua pittura speciale, secondo me, è un equilibrio unico tra la profondità dei contenuti e una tecnica straordinaria che ci colpisce per la sua apparente semplicità. Angelico più di ogni altro artista riesce a comunicarci l’idea della grazia divina, che pervade tutto il creato, sotto ogni forma, in modo tangibile. Eppure il suo linguaggio, messaggero di questa sintesi mirabile, è pacato, sommesso, intervallato da lunghe pause di silenzio. Un linguaggio in grado di parlare a tutti, fatto di affettuosa attenzione per i dettagli minuti, per le persone qualsiasi e gli episodi della vita di tutti i giorni.

Il restauro richiede mesi, a volte anni di isolamento, di intimità quasi simbiotica con l’opera d’arte. C’è stato un momento specifico, durante questa lunga convivenza con l’Angelico, in cui hai avvertito una connessione spirituale così forte con la sua pittura da modificare il tuo sguardo, il tuo modo di lavorare?

Sì, in effetti il nostro lavoro è molto solitario, io lo paragono spesso a quello del traduttore che si immerge completamente nel testo con cui deve confrontarsi. Però, restaurando le opere di Angelico, non ho mai veramente provato un senso di solitudine, piuttosto ho vissuto questi giorni in sua compagnia come un privilegiato isolamento. Solo nei riguardi di questo artista ho percepito la presenza fisica, insieme al desiderio potente di comprenderne la personalità. A costo di sembrare retorica, posso affermare che questa esperienza ha rivoluzionato il mio modo di guardare le sue opere. Accanto a questa esigenza di comprensione profonda ci sono stati infatti un rigore e una tensione continua, più pressanti del consueto, per cercare di interpretare in modo corretto i suggerimenti che scaturivano dalla pittura stessa, in accordo con la direzione dei lavori. Solo in seguito mi sono resa conto di quanto questo tirocinio prolungato con Angelico abbia affinato il mio sguardo sulla pittura, non solamente la sua.

Lucia Biondi nel suo studio durante il restauro della Pala di Bosco ai Frati di Beato Angelico, Firenze, 2021 (foto di Roberto De Meo)

La luce dell’Angelico non è solo materia per Storici dell’Arte, è anche teologia viva, quando non “propaganda del Paradiso”, come scriveva Elsa Morante nel 1970. Quale delle tre opere su tavola su cui ti sei misurata ha richiesto il lavoro più difficile per restituire quella luce divina, quella Grazia?

Quasi sicuramente la Deposizione Strozzi, per la complessità del tema raffigurato, il numero dei personaggi in scena e il rapporto di ciascuno di loro con il cielo e il paesaggio sullo sfondo, non ultima la varietà e la ricchezza della tavolozza usata da Angelico. Lo scopo del lavoro era quello di “far respirare” la pittura, soffocata da una patina di colla ingiallita mista a sporco. La sfida era di raggiungere equilibrio e armonia con un intervento di pulitura che tenesse conto delle modifiche differenziate dei colori nel tempo e dell’omogeneità tra campiture simili su una superficie così estesa. La pulitura è senz’altro, come si può intuire, l’operazione che ha maggiore influenza sui valori di prospettiva e luminosità di un dipinto. Nel caso di Angelico, così attento a questi aspetti, ho dovuto mettere alla prova esperienza, attenzione e sensibilità.

Cosa intendi per “sensibilità”? Non mi pare che nel mondo del restauro, che immagino estremamente tecnico e scientifico, questo tuo approccio sia del tutto condiviso…

Intendo dire che non è possibile escludere dal lavoro di restauratore un margine soggettivo di interpretazione e di lettura critica dell’opera che, di nuovo, mi fa pensare al mestiere del traduttore. Più precisamente la conoscenza dei dati storici, conservativi e tecnico-analitici sono un supporto fondamentale per un restauro eseguito correttamente, ma la lettura di questi dati deve costituire la base per decidere il tipo di intervento e la modalità di esecuzione. Da questo momento in poi è necessario attingere alla propria esperienza e alla percezione dell’opera così come viene letta, dunque inevitabilmente alla propria sensibilità.

Lucia Biondi nel suo studio durante il restauro della Deposizione Strozzi di Beato Angelico, Firenze, 2024 (foto di Roberto De Meo)

Ogni dipinto racconta anche la storia dei suoi traumi e delle ferite del tempo, al supporto ligneo e alla pittura. Davanti alle lacune o ai danni subiti dal Giudizio Universale o dalla Pala di Bosco ai Frati, o della Deposizione Strozzi come hai vissuto il confine etico tra il dovere professionale di curare le tavole e la tentazione di intervenire personalmente per ricreare le parti mancanti?

Fortunatamente, nel caso dei tre dipinti di Angelico su cui ho avuto il privilegio di lavorare, le parti mancanti vere e proprie erano davvero poche. Ho dovuto piuttosto risolvere problemi di abrasioni e piccole perdite diffuse, collegati ai restauri del passato, durante i quali si usavano, per forza di cose, materiali molto più aggressivi. L’unico vero dilemma è stato decidere se “ricucire” con discrezione e prudenza il volto di San Pietro Martire nella Pala di Bosco ai Frati e quello del giovane in abito rosso ai piedi della croce nella Deposizione di Santa Trinita, descritto anche nei documenti antichi come molto danneggiato. Per decidere, seguendo le indicazioni di Angelo Tartuferi che ha diretto il lavoro, mi è stata di aiuto la costatazione che gran parte della pittura era in buono stato e quindi il confronto delle fisionomie evanescenti con quelle degli altri personaggi non avrebbe fatto altro che mortificare ancora di più il loro stato di consunzione. Inoltre esaminando con metodo analitico altre opere di Angelico sono riuscita a individuare dei modelli molto simili per ricostruire le tipologie dei volti senza rischiare interpretazioni fuorvianti. Per il viso di San Pietro Martire mi sono avvalsa della figura del medesimo santo presente nella Madonna delle Ombre, l’affresco nel corridoio est del convento di San Marco, che effettivamente alcuni studiosi ritengono vicino, come datazione, alla Pala di Bosco ai Frati. Mentre per il volto del giovane inginocchiato in abito rosso e aureola raggiata della Deposizione Strozzi (forse Lorenzo, figlio del committente Palla Strozzi, ndr) ho utilizzato quello di uno degli angeli della Pala di San Marco, ruotando la fisionomia del modello di 180 gradi. Sono tutte decisioni delicate che vanno prese in modo collegiale, tenendo conto dello sguardo critico del funzionario storico dell’arte che dirige il restauro.

San Pietro Martire rappresentato nella Pala di Bosco ai Frati a sinistra e nella Madonna delle Ombre a destra, Firenze, Museo di San Marco
Personaggio in rosso ai piedi della Croce nella Deposizione Strozzi e Angelo della Pala di San Marco, Firenze, Museo di San Marco

Restiamo sulla Deposizione Strozzi. Quali sono le scoperte che hai fatto nel restaurarla? Vorrei che ci dicessi qualcosa di più sul “passaggio di consegne” tra Lorenzo Monaco, autore della predella e delle cuspidi, e Beato Angelico, che completa l’opera dell’artista più anziano con la scena centrale della Deposizione e i santi nei due pilastri.

Per ciò che riguarda la pittura ho potuto correggere tante inesattezze che erano state dette in passato. Sia l’osservazione ravvicinata che le indagini, prima fra tutte la riflettografia delle zone dipinte, ha sfatato ad esempio l’idea che sotto la scena della Deposizione potesse celarsi il disegno di Lorenzo Monaco. Tutta la pala è disegnata da Angelico, senza interventi attribuibili all’artista più anziano, come anche i pilastri. La questione della struttura lignea, da un certo punto di vista la più intrigante perché era l’aspetto fondamentale per il committente e l’artista e veniva realizzata per prima, è invece più complessa. Mancano infatti i documenti relativi all’incarico, non sappiamo dove sono stati realizzati supporto e cornice, né è possibile stabilire con certezza se Angelico ha modificato il polittico progettato da Lorenzo Monaco e in che misura. I dubbi aumentano poi a causa degli interventi del passato, ne sono citati almeno due, che confondono ulteriormente la fisionomia della struttura originale. Comunque sono fiduciosa, perché i dati raccolti sono davvero tanti e penso che possano essere chiariti molti aspetti nel momento in cui si formasse un gruppo di lavoro con la partecipazione di archivisti, storici dell’arte e i colleghi addetti alla diagnostica. La Direzione del museo ha intenzione di pubblicare i risultati nel prossimo numero della collana dei “Quaderni di San Marco”, utile strumento di documentazione in merito a restauri e acquisizioni, dove sarà possibile rendere conto di tutte le competenze e professionalità che hanno reso possibile il restauro della Deposizione Strozzi.

Separarsi da un’opera restaurata è sempre difficile. Questo lo confessi in un video dell’inizio del 2025, realizzato dai Friends of Florence, parlando della Deposizione Strozzi, che ha richiesto due anni di lavoro. Oggi, quando entri nella Sala dell’Angelico al Museo di San Marco e rivedi questi tre capolavori esposti, in te prevale l’orgoglio del risultato raggiunto o la nostalgia per quella vicinanza fisica che non tornerà più?

Ad essere sincera provo entrambi i sentimenti. Sull’orgoglio del risultato raggiunto prevale in realtà la gioia nel vedere l’entusiasmo dei visitatori che rimangono senza parole davanti ai tre dipinti, un riscontro tangibile del proprio operato che mi commuove e stupisce sempre. È la prova di aver partecipato con il mio contributo, in piccola parte, alla missione del Museo, cioè di far conoscere al maggior numero possibile di visitatori l’attività di Beato Angelico. Ecco, di questo sono davvero orgogliosa. La nostalgia per la vicinanza fisica è molto forte e anche ora talvolta mi coglie alla sprovvista, ma le riflessioni e la confidenza maturate durante i tanti giorni trascorsi insieme ormai fanno parte di me, non possono essermi sottratte e questo è ciò che conta di più.

Vedo che stai lavorando a un polittico di grandi dimensioni, qui in studio. Puoi dirci di che si tratta?

Dalla scorsa primavera sto restaurando l’imponente Polittico con Redentore e Santi di Andrea Orcagna della Cappella Strozzi di Mantova nella Basilica di Santa Maria Novella, dunque un’altra commissione destinata alla devozione domenicana. Il lavoro mi emoziona molto perché immagino che l’opera sia stata guardata con profonda attenzione dal giovane Fra Giovanni da Fiesole che faceva parte della comunità domenicana e che con il Convento di Santa Maria Novella aveva più volte collaborato. È un incarico molto impegnativo, che porto avanti con la supervisione della funzionaria storica dell’arte Anna Floridia, ma un altro dono ereditato da Angelico è la consapevolezza di poter affrontare da sola anche opere di grandi dimensioni, mettendo alla prova una capacità e un’energia che non pensavo affatto di possedere.

Carmelo Argentieri

Lucia Biondi davanti alla Deposizione di Santa Trinita durante la mostra Beato Angelico a Palazzo Strozzi, Firenze, 2025 (Fotografia The Factory; Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi)

Per saperne di più:

Ludovica Sebregondi (a cura di), Beato Angelico. Restauri per una mostra, Marsilio Arte, 2025

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