Da studente a restauratore. Il mio incontro con il Beato Angelico a San Marco

Parlare della mia esperienza come restauratore nell’ex convento di San Marco mi offre l’occasione di tornare con la memoria ai miei primi anni a Firenze, quando la città era ancora tutta da scoprire e ogni luogo sembrava custodire una storia.

Arrivato dal Piemonte appena diciottenne per studiare all’Accademia di Belle Arti, quasi per caso trovai il mio primo appartamento, condiviso con altri studenti, proprio in Piazza San Marco. Senza poterlo immaginare, mi ritrovai così ad abitare a pochi passi da un luogo che negli anni avrebbe assunto per me un significato molto particolare, intrecciandosi prima con la mia formazione e, più tardi, con il mio lavoro di restauratore.

Ricordo ancora la prima visita al Museo, nei primi anni Novanta, come una vera rivelazione. Varcata la soglia, il rumore della città sembrava improvvisamente allontanarsi. Il silenzio dei corridoi, la quiete dei chiostri e quel profondo senso di raccoglimento e di spiritualità creavano un mondo sospeso, sorprendentemente distante dalla Firenze vivace e rumorosa che avevo appena iniziato a conoscere.

Per un giovane studente d’arte, la curiosità più grande era rivolta alla pittura ad affresco del Beato Angelico. Incontrare quelle immagini nei luoghi per i quali erano state pensate, percorrere gli stessi corridoi e affacciarsi nelle celle illuminate dalla luce discreta del convento fu qualcosa di profondamente diverso dal conoscerle attraverso i libri.

La scoperta fu tale che quella prima visita non rimase isolata. Negli anni successivi tornai molte volte a San Marco, quasi attratto dalla necessità di rivedere quelle pitture e di ritrovare quella particolare atmosfera. Erano piccole capatine, visite magari brevi, ma ogni volta capaci di restituirmi qualcosa di nuovo.

Allora non potevo sapere che, molti anni più tardi, sarei tornato in quegli stessi luoghi non più soltanto come giovane studente affascinato dalla pittura dell’Angelico, ma come restauratore, con il privilegio e la responsabilità di lavorare direttamente su quelle opere che avevano accompagnato i miei primi passi a Firenze.

L’occasione arrivò nel 2022 grazie alla Direzione regionale Musei nazionali della Toscana, con l’inizio della collaborazione della mia impresa, la Habilis Srl, con il Museo di San Marco, diretto attualmente da Marco Mozzo. Il primo incarico fu una ricognizione delle condizioni conservative degli affreschi di alcune celle al primo piano, che mi permise di conoscere più da vicino le opere dell’Angelico e di osservare con attenzione superfici che fino ad allora avevo conosciuto soprattutto da visitatore. Insieme a Paola Ilaria Mariotti e Sara Ragazzini, che hanno diretto tutti i nostri interventi, abbiamo cominciato a scoprire i mille dettagli e le trovate tecniche con cui il pittore costruì le sue scene.

Andrea Vigna mentre interviene sul Cristo deriso di Beato Angelico, Cella 7, Museo di San Marco

A questo primo intervento seguì la manutenzione degli affreschi di tutte le celle e dei corridoi del primo piano del dormitorio, un lavoro lungo e impegnativo che ci ha regalato molte emozioni e ci ha permesso di comprendere meglio le metodiche operative dell’artista.

Il rapporto con la pittura dell’Angelico divenne ancora più diretto con il restauro del San Domenico in adorazione del Crocifisso nel Chiostro di Sant’Antonino, reso possibile grazie al sostegno della Friends of Florence Foundation di Washington D.C. Il restauro, concluso pochi giorni prima dell’apertura della grande mostra monografica inaugurata nel settembre 2025, fu l’occasione per avvicinarmi alla sua pittura in modo ancora più approfondito: non più soltanto attraverso piccoli interventi manutentivi, ma con il lavoro quotidiano sulla materia dell’opera, che nel caso del Crocifisso presentava condizioni conservative particolarmente delicate.

Andrea Vigna mentre lavora all’affresco di San Domenico in adorazione del Crocifisso di Beato Angelico

L’intervento ci ha offerto l’opportunità di approfondire sia la tecnica pittorica dell’Angelico, dalla minuziosa costruzione del disegno alle stesure trasparenti del colore, sia le criticità legate alla particolare collocazione dell’affresco e alla sua esposizione in un ambiente aperto. Parallelamente, la ricostruzione della storia conservativa dell’opera e dei numerosi interventi che si sono succeduti nel corso del tempo ci ha fatto ripercorrere alcune tappe significative della storia del restauro moderno: dal pionieristico trattamento con idrossido di bario per il consolidamento dei dipinti, eseguito dal restauratore Dino Dini, fino ai più recenti studi e alle indagini condotte dall’Opificio delle Pietre Dure (Il metodo del bario è una tecnica chimica di restauro usata per consolidare e desolfatare le pitture murali danneggiate. Messo a punto a Firenze negli anni ’60 dal chimico Enzo Ferroni e dal restauratore Dino Dini, il trattamento con idrossido di bario serve a bloccare il degrado degli intonaci. N.d.r).

La commovente scena dipinta aveva però anche un altro protagonista: l’azzurro intenso del fondo, ottenuto attraverso stesure a secco di azzurrite purissima, pigmento ricavato dalla macinazione dell’omonimo minerale.  

Prima del nostro intervento, la superficie mostrava diffusi sollevamenti di colore ed era velata da patine minerali particolarmente tenaci, che ne modificavano profondamente la luminosità e la leggibilità.

Per recuperare, per quanto possibile, la qualità cromatica del fondo abbiamo seguito differenti strade, testando l’impiego della tecnologia laser, agenti chelanti e resine a scambio ionico. Particolarmente preziosa è stata inoltre la consulenza di Mauro Matteini, storica figura di riferimento della chimica applicata alla conservazione, che in questa occasione ha ricordato gli anni di lavoro accanto a Dino Dini ed Enzo Ferroni; proprio Ferroni, tra gli anni Sessanta e Settanta, fu il fisico che mise a punto il cosiddetto “metodo del bario”.

Beato Angelico, San Domenico in adorazione del Crocifisso, dopo il restauro, dettaglio

Un’altra figura importante è stata Fabrizio Bandini, mio insegnante negli anni di formazione all’Opificio, con il quale, nei primi anni Duemila, ebbi l’occasione di lavorare come studente proprio al Crocifisso. Fabrizio è tornato a trovarci in cantiere, condividendo con noi i suoi ricordi e la sua testimonianza di quegli anni e aiutandoci così a ricostruire l’esperienza di quel precedente intervento.

A distanza di più di trent’anni dalle mie prime visite al Museo di San Marco, tornare in questi luoghi come restauratore ha avuto per me un significato particolare: gli affreschi che allora osservavo quasi con soggezione sono diventati, molti anni dopo, materia del mio lavoro e della mia responsabilità. Avvicinarsi così tanto a un’opera significa infatti conoscerne le fragilità, riconoscere i segni lasciati dal tempo e dagli interventi che ci hanno preceduto, ma soprattutto essere consapevoli che ogni nostra scelta entrerà, a sua volta, nella storia conservativa dell’opera.

È forse proprio in questo incontro tra memoria e responsabilità che ritrovo oggi il senso più profondo della mia esperienza a San Marco. Poter contribuire, anche in piccola parte, alla conservazione delle pitture dell’Angelico è stato un privilegio, ma anche un modo per restituire qualcosa a un luogo che aveva avuto un ruolo importante nella mia formazione e nel mio modo di guardare la pittura.

Andrea Vigna, restauratore di beni culturali

Da sinistra Andrea Vigna, restauratore, Sara Ragazzini, funzionaria storica dell’arte del Museo di San Marco, Fabrizio Bandini, restauratore, Paola Ilaria Mariotti, funzionaria restauratrice

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