Joseph Ratzinger in visita al Museo di San Marco. Un piccolo ricordo personale

Il Museo di San Marco è anche un luogo di incontri preziosi, talvolta davvero inaspettati. Affido a questo blog la memoria di un episodio, a me molto caro, avvenuto ormai due decenni fa. Pochi anni prima, nel 1999, ero stato assunto dal Ministero della Cultura come Assistente tecnico museale e, affascinato dall’arte di Beato Angelico e dalle memorie di Savonarola, avevo scelto la sede di San Marco, dove lavoro ancora oggi.

Nei primi anni duemila è venuto in visita al Museo di San Marco il cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Ne sono testimoni anche altri colleghi. Purtroppo, non annotai né il giorno né l’anno, comunque compreso fra il 2000 e il 2005, quando fu eletto papa con il nome di Benedetto. Da alcuni dettagli, ritengo che potrebbe essere entro il 2003. Non sapevo allora che il cardinale Ratzinger fosse solito soggiornare per brevi ritiri presso il Monastero delle monache benedettine di Rosano, non lontano da Firenze. Forse fu proprio in una di quelle occasioni che trovò il tempo per visitare il museo. Forse, chissà, proprio quando nel giugno del 2001 vi festeggiò i cinquanta anni di sacerdozio.

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Quel giorno ero in servizio al primo piano. Fra tanta gente che saliva lo scalone del dormitorio comparve Joseph Ratzinger. Lo riconobbi immediatamente. Abito nero, grande croce sul petto e anello vescovile. Non ricordo quanti fossero gli accompagnatori, uno o forse due. Una visita privata, non annunciata alla Direzione del museo.

Intimorito dall’importanza del personaggio, e con la tipica insicurezza dei primi anni di lavoro, trovai comunque il coraggio di farmi avanti. Quasi fosse un mio dovere, così almeno mi sembrò, portare un saluto da parte del museo.

Di quegli attimi, ricordo benissimo sia la paura di sbagliare approccio (…”Eminenza”… “Eminenza”… ripetevo mentalmente), sia il dubbio pungente se avessi dovuto baciargli l’anello o fosse bastata una stretta di mano, magari con inchino. «Eminenza, posso salutarla?» ruppi il ghiaccio. Seguì una sobria stretta di mano, senza particolari riverenze.

Eravamo di fronte alla celebre Annunciazione affrescata da Beato Angelico. Avrei potuto dire qualcosa su quel dipinto, o sul luogo, o sulla figura del frate pittore, tanto amato da papa Wojtyla che lo aveva proclamato beato e patrono degli artisti, ma mi mancarono le parole. «Buongiorno, lei lavora qui?» fu Ratzinger a togliermi dall’imbarazzo. Aggiunse «Lei vive a Firenze?». Al poco che risposi sulla mia identità, dove abitavo e quale fosse la mia parrocchia, prestò un interesse inaspettato, che mi fece sentire a mio agio. Ricordo lo sguardo attento e benevolo, la voce gentile, un’aura di sincera modestia.

Ci salutammo e proseguì la visita. Non mi sarei mai aspettato che un prelato così importante, per giunta illustre teologo, potesse apparire così umile. Quella bella impressione mi incoraggiò ad approfittare della sua disponibilità. Lo raggiunsi nelle celle di Savonarola.

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Davanti al monumento scolpito da Giovanni Dupré, vinta la timidezza di prima, con maggiore lucidità e con un pizzico di sfrontatezza, chiesi al cardinal Ratzinger, Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, un tempo Santa Inquisizione, se fra Girolamo Savonarola, dopo tanti secoli dalla scomunica e dalla tragica morte, potesse essere riabilitato. Aggiunsi che, a quanto sapevo, i frati di San Marco stavano perorando l’apertura di un processo di beatificazione.

Ho saputo successivamente, che, in effetti, erano gli anni in cui il cardinale Piovanelli, Arcivescovo di Firenze, in occasione del Cinquecentenario della morte di Savonarola, su istanza del Capitolo generale dei Domenicani aveva istituito due commissioni, una teologica e una storica, per verificare i presupposti del processo di canonizzazione. La valutazione risultò positiva per entrambe e le conclusioni furono inviate a Roma per l’approvazione finale.

Dopo quella domanda, fui subito preso dal timore di avere esagerato, non volevo di certo creare imbarazzi. Il cardinale, per niente contrariato, rispose con cortesia e pacatezza. Mi disse che i frati domenicani gli avevano donato qualche tempo prima la riproduzione del Breviario di Savonarola.

Si trattava, come ho poi verificato, dell’edizione fototipica dell’incunabolo Banchi Rari 310 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, con le postille autografe di Savonarola (Sismel, 1998). Le stesse postille furono pubblicate in un secondo volume, trascritte e commentate dallo studioso domenicano Armando F. Verde (Sismel, 1999). Savonarola annotava quotidianamente il suo breviario, che fu per lui, assieme alla Bibbia, sia libro di preghiera sia testo di riferimento per la predicazione.

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Il cardinal Ratzinger mi disse chiaramente di avere letto il Breviario di Savonarola e di avervi trovato, cito alla lettera, “correttezza” (la intesi come teologica) e “grande profondità spirituale”. Poche parole, ma dense di significato che, pur non rispondendo esplicitamente alla mia domanda, con saggezza e prudenza ne coglievano il senso ed esprimevano nel merito un giudizio assai autorevole. Ne rimasi molto colpito.

Non aggiunse altro, ci salutammo cordialmente con un’altra stretta di mano. Mi allontanai sorridendo.

Questo accadeva venti anni fa. Oggi, probabilmente, avrei potuto dire e fare qualcosa di più, magari almeno una bella foto. Mi resta l’emozione di un incontro e lo stupore di fronte alla gentile semplicità di un grande intellettuale. Resta anche, per tutti, una piccola inedita testimonianza sulla questione savonaroliana.

“Le ceneri di Savonarola bruciano ancora”, affermò solennemente Antonio Paolucci nel Refettorio di San Marco alla presentazione del volume di Ludovica Sebregondi sull’iconografia savonaroliana, nel 2004. Non si contano, infatti, dal 1998, anno del Cinquecentenario della morte, fino ad oggi, le iniziative più svariate dedicate al frate ferrarese. Nell’anno appena trascorso, il Museo di San Marco ha arricchito il dibattito con la pubblicazione del quarto Quaderno di studi, a cura di Angelo Tartuferi, dedicato all’acquisizione dell’inedito busto di Savonarola in terracotta dipinta, attribuito a fra Mattia Della Robbia, e al nuovo allestimento del quartiere del Priore. Di estremo interesse, sul fronte della riabilitazione religiosa e laica, è il contributo, nel volume, di fra Gian Matteo Serra, “Savonarola, uno sguardo sul presente”, che testimonia l’attenzione sempre viva sulla sua figura presso l’ordine domenicano. Nuovi spunti di riflessione sull’umanità del predicatore sono stati offerti anche dall’emozionante lettura scenica, nel Chiostro di San Domenico, delle “Lettere di Girolamo Savonarola alla madre”, su testo di Vincenzo Arnone, un autore che è anche un sacerdote.

A San Marco, senza dubbio, la fiammella delle ceneri di Savonarola non ha mai smesso di ardere, suscitando di continuo, nei visitatori e in chi vi lavora, riflessioni e vivacissimi confronti.

Alessandro Santini

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