Beato Angelico nelle poesie di Nikolaj Gumilëv

A Firenze con Gumilëv di Andrea Centomo (pp. 157, Amazon, luglio 2022) è un libro che nasce da un tipico caso di serendipità: cerchi una cosa e ne trovi un’altra. Come spiega l’autore nel capitolo introduttivo, originariamente il volume doveva essere un florilegio di poesie dedicate ad Antonio Canova in occasione del bicentenario della sua morte. Ma, per «uno straordinario caso della sorte», una nuova scoperta rimette tutto in gioco.

Nella sua ricerca Centomo si imbatte, infatti, nelle poesie di Nikolaj Stepanovič Gumilëv (Kronstadt 1886 – Pietroburgo 1921), in particolare nella lirica Fra Andželiko, e ne rimane folgorato. Decide, così, di abbandonare il progetto dell’antologia canoviana per mettersi sulle tracce delle opere d’arte evocate dai versi del poeta russo.

Cominciamo col dire che la lirica Fra Andželiko ha avuto due edizioni: la prima del 1912, sul primo numero della rivista “Giperborej”, in cui venivano presentati gli esiti della nuova frontiera poetica russa; la seconda del 1916 col titolo di Fra Beato Andželiko, edita dalla casa editrice Al’ciona di Mosca. Giulia Baselica, slavista e traduttrice delle poesie antologizzate da Centomo, nell’articolo L’Italia, l’arte e la poesia nel ‘Fra Beato Andželiko’ di Nikolaj Gumilëv (2018), considera la lirica un «vero e proprio archetipo nella poesia gumilëviana e nella produzione acmeista», per come riesce a condensare, attraverso dettagli architettonici, scultorei e figurativi l’immaginario poetico dell’autore. Fra Beato Andželiko è una rappresentazione visiva di luoghi, ritratti e monumenti d’Italia fortemente iconici, in cui il dedicatario del componimento non viene mai nominato esplicitamente. Un espediente retorico che accresce la centralità della figura dell’Angelico e che Centomo a sua volta utilizza mettendo in copertina di A Firenze con Gumilëv il volto adolescente della Vergine dell’Annunciazione della cella 3 del Museo di San Marco, senza che l’affresco angelichiano venga mai menzionato all’interno del testo.

Nikolaj Gumilëv soggiornò in Italia tra l’aprile e il maggio del 1912, visitando Genova, Pisa, Firenze, Roma, Siena, Napoli, Bologna, Padova e Venezia, e traendo da ogni visita un componimento. Anche Centomo sceglie di compiere il suo viaggio a fine aprile, nel 2022. Si dà tre giorni di tempo per visitare Firenze. Alla fine del libretto il lettore può consultare i tre itinerari seguiti dall’autore nella sezione Stradario delle visite.

Ma chi era Nikolaj Gumilëv? E perché la scelta dell’autore, in questo momento storico, è caduta proprio su un poeta come lui? Centomo non lo spiega. Non dice chi sia questo esponente del movimento “acmeista” (o “adamista”) che si oppose al simbolismo in nome della chiarezza neoclassica del verso. Nulla della sua formazione, avvenuta tra Parigi e Pietroburgo; non dice che fosse un instancabile viaggiatore, un fine prosatore e un critico; nulla della sua tragica morte avvenuta per fucilazione nel 1921, per aver partecipato ad azioni antibolsceviche.

Nikolaj Stepanovič Gumilëv

Centomo non si interroga sulla “italomania” di molti scrittori e poeti russi che da Puškin a Mandel’štam a Brodskij hanno sognato, esplorato e cantato le bellezze d’Italia. Come Pavel Muratov, di cui Adelphi ha pubblicato in due volumi il grandioso Immagini dell’Italia del 1911-12, sul quale si trovano pagine memorabili su Firenze e Beato Angelico. O come Konstantin Dmitrievič Bal’mont e Aleksandr Aleksandrovič Blok che, sul fronte della poesia simbolista, hanno indirizzato al frate pittore versi e riflessioni di rara delicatezza.

Centomo non si occupa della fortuna critica (e letteraria) dei “Primitivi” presso gli intellettuali russi di inizio Novecento, né dell’acceso dibattito che si sviluppò proprio intorno alla figura di Beato Angelico, tanto che nello stesso primo numero della rivista “Giperborej”, subito dopo la lirica di Gumilëv dedicata al frate pittore, Sergej Gorodeckij replicava con un’altra lirica intitolata anch’essa Fra Beato Andželiko che polemicamente iniziava così: «Vuoi sapere chi io odio? Fra Angelico, Naturalmente. Non vedo in lui il genio della beatitudine, bensì il morto di una piccola tomba».

Poco dice, Centomo, dell’attrazione irresistibile che suscita la stella di Raffaello, in particolare la Madonna Sistina, su scrittori come Dostoevskij, prima, e Vasilij Grossman, poi. Solo qualche accenno per contrapporvi la passione di Gumilëv per l’Angelico: «A proposito di Raffaello il poeta sembra discostarsi dal coro entusiastico di poeti russi di metà Ottocento che sono stati ispirati dalla sua pittura e in modo particolare dalla sua Madonna Sistina oggi conservata a Dresda».

Raffaello, Madonna Sistina, Gemäldegalerie Alte Meister, Dresda

Centomo dà per scontato il contesto in cui si forma questa devozione russa per l’Italia come categoria dello spirito, da cui discende la predilezione di Gumilëv verso l’«umile semplicità» e i «colori luminosi e tersi» di Beato Angelico, rispetto all’arte dei maestri del Rinascimento, come «il celeste Raffaello», che «non scalda, acceca», o Michelangelo, di cui «atterrisce la perfezione», o Leonardo, che «eccita l’anima/Quell’anima, che credeva nella beatitudine».

Centomo si limita ad assumere le poesie di Gumilëv come un repertorio di suggestioni e immagini da decifrare in modo libero, senza il bisogno di chiarire, classificare e definire, senza inquadrare l’interesse del poeta per l’Angelico all’interno dell’orizzonte culturale russo di inizio Novecento. Il risultato è una curiosa guida di Firenze in forma di diario, in cui le peregrinazioni labirintiche dell’autore tra pitture, sculture e architetture, sono vissute e raccontate come un gioco, una caccia al tesoro delle visioni di Gumilëv.

Al suo interno, la visita al Museo San Marco occupa, ovviamente, una posizione centrale. Nell’intento di seguire, passo passo, i versi del Fra Beato Andželiko di Gumilëv come una mappa poetica, Centomo presuppone che le opere su tavola dell’artista viste dal poeta fossero già a San Marco all’epoca della sua visita nel 1912. In realtà vi arrivarono solo negli anni Venti del Novecento, quando furono radunate nella sala che sarebbe diventata una vera e propria pinacoteca angelichiana sotto la direzione di Giovanni Poggi (1880 – 1961). Verosimilmente Gumilëv le avrà viste quando erano ancora sparse tra Galleria dell’Accademia, Galleria degli Uffizi e Galleria di Arte Moderna, dove erano state sistemate dopo le soppressioni napoleoniche del 1808 e quelle post-unitarie del 1866. A San Marco il poeta avrà visto il ciclo di affreschi del Dormitorio, e forse il bambino cui allude nei versi «Maria sorregge il Figlio/Riccioluto e con un nobile rossore/Bambini come questo la notte di Natale/Forse abitano i sogni di donne sterili», potrebbe essere quello della Madonna delle Ombre, più che quello della Pala di Annalena, come ipotizza Centomo.

Beato Angelico, Madonna delle ombre, dettaglio, Museo di San Marco, Firenze
Beato Angelico, Pala di Annalena, dettaglio, Museo di San Marco, Firenze

Centomo interroga la poesia come fosse un testo di storia dell’arte. Si sforza di trovare per ogni verso un correlativo oggettivo nelle opere dell’Angelico, azzardando interpretazioni che rischiano, talvolta, di sminuire gli aspetti fantastici delle immagini gumilëviane. Come quando cerca nei versi della poesia Genova riverberi dell’iconografia angelichiana nelle Storie di San Nicola di Bari, in particolare della tavola del Miracoloso salvataggio di una nave dal naufragio dei Musei Vaticani.

Beato Angelico, Storie di San Nicola, Miracoloso salvataggio di una nave dal naufragio, Musei Vaticani

O quando cerca l’immagine favolosa del «cavaliere a cavallo», che forse si «reca in una chiesa o dall’amata», unita a quella di «greggi per le vie dei sobborghi» di una città fortificata della lirica Fra Beato Andželiko, nell’affresco della Cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli a Palazzo Medici-Riccardi, non riuscendo a trovarle nei dipinti dell’Angelico.

Benozzo Gozzoli, Cappella dei Magi, Palazzo Medici Riccardi, Firenze

Il libro di Centomo, nonostante il carattere apparentemente frivolo o “irragionevole”, come sono «le più autentiche storie d’amore», solleva in realtà una questione non banale di ordine epistemologico. Dopo aver seguito le digressioni dell’autore e aver accettato la sua personale selezione di opere d’arte; dopo aver aderito all’itinerario dantesco con la Deposizione di Pontormo a Santa Felicita come punto di partenza infernale, la salita purgatoriale di San Miniato e la paradisiaca vista della città dall’alto; al lettore viene da chiedersi che genere di oggetto abbia tra le mani. Un divertissement erudito? Un diario di viaggio che ci consegna un’idea incantata dell’Italia vista dalla Russia all’inizio del Novecento? Un libro di iniziazione, in cui la visione di Firenze e di Beato Angelico di Gumilëv viene restituita in tono intimo al lettore, trasformato così in interlocutore e confidente?

Se A Firenze con Gumilëv è un diario di viaggio, allora lo è in modo eccentrico rispetto alla tradizione della letteratura di viaggio, che vanta predecessori come Montaigne, Montesquieu, Stendhal, Goethe, Chateaubriand e molti altri illustri autori di guide, itinerari, diari ed epistolari.

A dispetto della sua formazione scientifica (l’autore è un fisico che insegna matematica in un liceo di Vicenza), Centomo non si dà un metodo rigoroso per visitare Firenze: preferisce girovagare, lasciandosi guidare dalle libere associazioni, quasi senza meta, in modo “atettonico”, come uno svagato flâneur. Anzi, forse proprio perché è un matematico, più che privilegiare la scienza degli oggetti, è interessato alle relazioni tra gli oggetti. Delle opere su cui si sofferma – pochissime per evitare «l’angoscia della scelta» – gli interessa comprendere in che modo abbiano impressionato le poesie di Gumilëv e, attraverso Gumilëv, in un gioco di specchi e rifrazioni tra narratore e poeta, quanto impressionino lui stesso.

La sua sensibilità è molto lontana dalla spiritualità romantica ottocentesca, che vedeva nei tre momenti di partenza, apprendimento e ritorno a casa, i fondamenti del viaggio. Centomo sembra più vicino all’esperienza della “deriva” novecentesca, dove la peregrinazione non è finalizzata tanto alla crescita interiore, quanto piuttosto al racconto delle proprie divagazioni, che includono, in questo caso, il resoconto puntuale delle colazioni dei pranzi e delle cene in giro per i bar e le trattorie della città. Sempre elegante e con un profumo diverso per ogni occasione, è difficile non considerarlo, per posture e attitudini, come l’ultimo epigono di una élite colta di viaggiatori che dai tempi del Gran Tour sentivano l’esigenza di trasporre le proprie impressioni di viaggio in opere letterarie. Un dandy aggiornato ai tempi dei social, che cita Ovidio, Vasari, Berenson e Muratov e al contempo compulsa avidamente le schede del sito della Galleria degli Uffizi.

Se dunque questa guida-diario-taccuino-florilegio sfugge a qualsiasi classificazione letteraria ed editoriale, come considerare il suo autore?

Sarebbe erroneo ritenere Andrea Centomo un critico-letterato di ascendenza romantica, sulla scia di quella generazione di scrittori eccezionalmente dotati di immaginazione figurativa, come Baudelaire e Fromentin, che mettevano il loro talento letterario al servizio della pittura per dare giudizi ed esprimere emozioni. Nonostante il vezzo di portare con sé una lente d’ingrandimento, Centomo non è neanche un connoisseur alla Berenson, che esprimeva la sua autorità grazie a una fulminea rapacità visiva, e che istituiva con la pittura una relazione fatta di sensazioni “tattili”. Il suo metodo non è neanche quello iconografico di Aby Warburg, e nemmeno filologico ecfrastico come quello di Roberto Longhi, le cui descrizioni delle opere d’arte gareggiavano per virtuosismo espressivo con le opere stesse.

Qualunque sia stata la ragione che ha portato Andrea Centomo a visitare Firenze e occuparsi di arte, è indubbio che tra Centomo e Gumilëv sia scattata una scintilla. Gumilëv è la lente attraverso cui Centomo osserva Firenze e Beato Angelico. La sua, dunque, è una visione di secondo grado. Se Gumilëv, viaggiando per l’Italia, ha divorato e assimilato dipinti, sculture e monumenti, ricavandone delle liriche che sono già una traduzione, una ricodificazione dalle immagini al testo scritto, da un sistema di segni a un altro, Centomo, nel suo libro, fa un’operazione di iper-traduzione: riprende le poesie di Gumilëv per risalire alla loro ispirazione e trarne una guida che è pure un diario di viaggio. Se Gumilëv aspira ad essere come Beato Angelico, ossia un mistico e al contempo un artista, che sa provare il medesimo stupore per il Paradiso e le cose del mondo sensibile («Ma tutto in sé racchiude colui/Che ama il mondo e crede in Dio»), un artista in cui opera e visione del mondo coincidono, Centomo sembra aspirare a essere Nikolaj Stepanovič Gumilëv.

All’autore di questa stravagante guida di Firenze, fatta di pensieri improvvisi e improvvisati, detour e illuminazioni, va sicuramente riconosciuto il merito di averci introdotto ai versi del Fra Beato Andželiko di Nikolaj Gumilëv, nell’ottima traduzione di Giulia Baselica, consentendoci di aggiungere un altro mattoncino alla già ricca fortuna storica e letteraria del frate pittore.

Carmelo Argentieri

Per saperne di più:

Isabella Ponsiglione, Il Museo di San Marco a Firenze: origini e sviluppo di un museo cittadino, tesi di dottorato in museologia, Università degli studi di Pisa, 2002-2004

Giulia Baselica, L’Italia, l’arte e la poesia nel Fra Andželico di Nikolaj Gumilëv, in Contributi italiani al XVI Convegno Internazionale degli Slavisti, M.C. Ferro, L Salmon, G. Ziffer (a cura di), Firenze University Press, 2018

Pavlov Muratov, Immagini dell’Italia, Adelphi, 2019

Andrea Centomo, laureato in fisica,  insegna Matematica e Fisica presso il Liceo ‘‘F. Corradini’’ di Thiene (VI) e collabora con la facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Padova, dove ha ricoperto la cattedra di Analisi Matematica. È autore di diverse pubblicazioni nel campo della matematica divulgativa e si interessa di didattica della matematica, di matematica ricreativa e di analisi non standard.

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