Divagazioni attorno a Beato Angelico e San Pietro Martire: i colloqui mistici con le sante vergini e il crocifisso

Qualche tempo fa, indaffarato a scovare informazioni per l’articolo sulla predella della Pala di San Pietro Martire, poi pubblicato su questo blog, nella mia piccola biblioteca personale, largamente dedicata a Beato Angelico e al mondo di San Marco, ho ritrovato un libriccino devozionale del 1939, S. Pietro da Verona Martire, scritto da Guglielmo Ederle, erudito sacerdote veronese. Sfogliandolo, mi è caduto l’occhio sul capitoletto intitolato Prove dolorose: “Egli (Pietro Martire) ancor nel tempo del suo studentato, forse a premio della sua virtù, aveva spesso delle consolazioni celesti, dei doni straordinari, come frequenti visite delle sante vergini e martiri Agnese, Cecilia e Caterina, delle quali era specialmente devoto”. Guarda caso, erano proprio le tre sante dipinte da Beato Angelico, assieme a Maria Maddalena e a una monaca misteriosa, nei tondi della predella che stavo indagando: un collegamento inaspettato fra il primo martire domenicano e le tre vergini martiri dei primi secoli cristiani. Sorpreso e incuriosito, decisi comunque di concentrarmi sull’identificazione della santa monaca (a mio parere, Agnese da Montepulciano) e di accantonare la scoperta. Fino ad oggi.

Il libriccino prosegue raccontando che anche nel convento di Como, dove Fra Pietro era stato trasferito, avvenivano “i notturni colloqui con le sue sante”, che “non tardarono ad essere uditi dai religiosi nelle celle attigue, suscitando il sospetto che Pietro, che pur appariva tanto buono, violasse, sia magari con retto fine, una delle più essenziali regole dell’Ordine, cioè la clausura, introducendo donne in convento”. Interrogato dal priore davanti ai confratelli riuniti nel Capitolo, per umiltà “né assentì, né respinse l’accusa”, dicendo: “E chi mai può asserire di essere tanto innocente da non bisognare di perdono?”. Ritenuto colpevole, gli fu ordinato di ritirarsi nel lontano convento marchigiano di Jesi. È qui che, angosciato per la “dura prova”, si lamentò di fronte ad un Crocifisso: “Voi ben conoscete la mia innocenza e perché dunque avete permesso che fossi giudicato con tanta ingiustizia e severità?”. Il Crocifisso rispose: “Ed io, Pietro, che male avevo commesso per essere trattato con tanta crudeltà e ignominia? – Et ego, Petre, quid male feci? – impara anche tu a mio esempio a soffrire con rassegnazione ogni disavventura”. La storia termina con un lieto fine: queste parole lo “colmavano di consolazione e gli infusero novella forza”; qualche tempo dopo, “forse la stessa prodigiosa risposta del Crocifisso di Iesi udita dai vigilanti confratelli, forse un riesame dell’accusa (…), fece sì che la santità di Pietro venisse riconosciuta”.

La fortuna moderna di questa storia, almeno in Italia, è ampiamente attestata. Nell’Ottocento, vi si fa riferimento in versioni più o meno dettagliate, fra le quali: I fasti della Chiesa nelle vite de’ santi (1826); Cesare Cantù, Storia della Città e della Diocesi di Como (1829); don Severino Ferreri, Il Cuor di Gesù studiato nel Vangelo (1875); don Carlo Bertani, Vita di s. Pietro martire dell’Ordine dei padri predicatori (1878); Padre Vincenzo Marchese O.P., Vita di s. Pietro martire dell’Ordine dei predicatori (1894); curiosa la versione satirica e anticlericale, di autore anonimo (forse Carlo Usigli), in Di Palo in frasca. Veglie filosofiche semiserie di un ex-religioso che ha gabbato San Pietro (1871).

Nel Novecento, si segnalano: Padre Daniel Antonin Mortier O.P., Vita di s. Pietro martire da Verona protomartire dell’Ordine di s. Domenico (1923), traduzione dell’originale di Mortier, Saint Pierre de Vérone, martyr de l’Ordre de saint Dominique, prince de la sainte Inquisition romaine (1899); il già citato opuscolo di don Guglielmo Ederle (1939); più di recente, la piacevole narrazione romanzata di Padre Reginaldo Frascisco O.P., San Pietro Martire da Verona (1996).

C’è da chiedersi se questo episodio della vita del santo domenicano, il primo martire dell’Ordine, fosse noto a Beato Angelico, quando dipinse le sante Cecilia, Caterina e Agnese nella predella della pala per le monache del monastero fiorentino di San Pietro Martire. C’è da chiedersi, inoltre, se ne fossero a conoscenza le stesse religiose committenti dell’opera e, nel corso dei secoli, coloro che poterono osservarla per intero, prima della separazione della predella, oggi conservata alla Courtauld Gallery di Londra.

A questi interrogativi, per quanto possibile, cercherà di rispondere questa indagine.

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Beato Angelico, Pala di San Pietro Martire, Museo di San Marco, Firenze (tavola principale) e The Courtauld Gallery, London (predella). (Foto dell’autore)

 

 

1. Storia, luoghi e fruizione

Prima di tutto, mi pare utile fissare qualche elemento della storia del dipinto e della sua fruizione. Datato ultimamente al 1421-22 (C.B. Strehlke) o al 1422-1423 (L. Kanter, A. Tartuferi), per quasi quattrocento anni mantenne la funzione di pala per l’altare maggiore della chiesa delle monache di San Pietro Martire, sia nel primo monastero, fondato attorno al 1420 nel popolo di San Pier Gattolino, non lontano da Porta Romana, e poi, dal 1557, nel complesso di San Felice in Piazza, dove le religiose furono trasferite quando la prima sede fu coinvolta nei lavori di fortificazione militare in Oltrarno, voluti da Cosimo I de’ Medici.

Indubbiamente, il trasferimento comportò una diversa fruizione dell’opera. Se nel primo insediamento, nel coro della piccola chiesa riservata alle monache, la visione era infatti ravvicinata ed esclusiva, nel monastero in piazza San Felice, dove la chiesa era accessibile anche ai fedeli, le religiose assistevano in stretta clausura alle celebrazioni attraverso le grate di un piccolo coro al piano terreno e, principalmente, dal grande coro sopraelevato in controfacciata: la visione della pala, collocata sull’altar maggiore (Bocchi-Cinelli 1677, Richa 1762), risultava pertanto più distante e i dettagli, come le piccole figure della predella, sicuramente meno leggibili. D’altra parte, a differenza del contesto originario, l’esposizione pubblica del dipinto ne consentiva per la prima volta l’ampliamento dei fruitori, non più solo le monache.

Seguiamo lo studio di Lucia Meoni (Meoni 1993). Il monastero, a seguito delle soppressioni del 1785 volute dal Granduca Pietro Lepoldo, fu trasformato in Conservatorio per “zittelle”, ragazze indigenti senza famiglia, mentre la chiesa fu affidata al clero secolare. Pochi anni dopo, nel 1788, il Conservatorio venne chiuso e il patrimonio diviso fra le Mantellate di via San Gallo e il priore di San Felice. Nel 1806 le monache furono autorizzate ad aprire una scuola “per zittelle”, che con le soppressioni napoleoniche del 1808 fu laicizzata e sottoposta al controllo del Municipio di Firenze. Dal 1817, con la Restaurazione, “la chiesa e la canonica furono definitivamente restituite alla parrocchia di San Felice e le monache, divenute oblate del terz’ordine di San Domenico, ripresero pieno possesso del loro antico monastero” (Meoni 1993, p. 169). Nello stesso anno, il conservatorio fu riaperto come Opera pia e successivamente, nel 1887, eretto in Ente morale; la sua attività educativa prosegue ancora oggi con l’assistenza delle Suore Domenicane di San Pier Martire.

A seguito della soppressione del monastero, e l’incertezza che ne derivò, quale fu la sorte della pala di Beato Angelico? Secondo Lucia Meoni (Meoni 1993, pp. 139-141), anche se il dipinto è menzionato sull’altare maggiore della chiesa ancora alla fine del Settecento, l’assenza nell’inventario del 1753 farebbe pensare che fosse già stato trasferito in monastero. Certo è che, ai primi dell’Ottocento, non viene più rammentato fra le opere della chiesa, mentre sappiamo per certo che si trovava in monastero fra il 1818 e il 1828, durante le trattative per la vendita alle Regie Gallerie. È in questo periodo, scrive Lucia Meoni, che “tra la richiesta da parte del Conservatorio di cedere il trittico ad un Cavaliere Forestiero e l’acquisto da parte delle Regie Gallerie, potrebbe essere stata venduta clandestinamente la predella” (Meoni 1993, p. 140).

Analogamente, afferma Magnolia Scudieri: “Nel 1818, quando un cavaliere forestiero domanda di comprarla, si trovava, invece, all’interno del Conservatorio annesso al monastero, probabilmente già smembrata e separata dalla predella, oggi al Courtauld Institute di Londra, identificata da Baldini. Nel 1828, per sventare il reiterato pericolo di vendita a privati, la tavola fu acquistata dalle Regie Gallerie” (Scudieri 2012, p. 164).

Ai primi dell’Ottocento, verosimilmente, la tavola viene dunque privata della sua predella. Da questo momento, pala e predella prendono direzioni diverse e si perde memoria della loro origine comune, fino al riconoscimento di Umberto Baldini (1970), seguito da Pope-Hennessy (1974).

Pare certo, pertanto, che fino a tutto il Settecento la predella fosse ancora presente. Fissato questo limite cronologico, possiamo tornare alle premesse di questa indagine chiedendoci, con maggiore consapevolezza, se coloro che videro la pala ancora integra, dal XV al XVIII secolo, potessero riconoscere nelle sante martiri della predella, Cecilia, Caterina e Agnese, le protagoniste dell’episodio della vita di San Pietro Martire riportato, come abbiamo visto, in vari testi di Otto-Novecento. Se questo fosse, accanto ai significati più consueti delle tre sante, accennati nel mio ultimo articolo, si potrebbe ipotizzare un nuovo e più specifico collegamento fra pala e predella, tutto interno alla tradizione agiografica domenicana.

 

Beato Angelico, Pala di San Pietro Martire, Museo di San Marco, Firenze (tavola principale) e The Courtauld Gallery, London (predella). (Foto dell’autore)

 

 

2. Le fonti fra scrittura e oralità

 

A quando risale, dunque, la storia dei “colloqui mistici” di Pietro da Verona con le sante vergini e con il Crocifisso?

Nella versione più nota, divulgata fino ai giorni nostri, il racconto si svolge unitario e consequenziale, diviso in quattro momenti: 1) l’antefatto nella cella del convento di Como, dove Pietro conversa con le vergini martiri Agnese, Cecilia e Caterina discese dal Cielo; alcuni frati odono voci femminili e denunciano il fatto al priore. 2) in Capitolo, fra Pietro viene pubblicamente accusato di avere introdotto donne in convento ma, non volendo rivelare l’evento soprannaturale, decide di non giustificarsi e viene condannato all’esilio nel convento di Jesi. 3) in chiesa, nel nuovo convento, il celebre “botta e risposta con il Crocifisso: “Perché, Signore, patisco tutto questo pur essendo innocente?”, “E io, Pietro, che cosa ho fatto di male?”; il santo ne fu subito confortato. 4) la piena riabilitazione di fra Pietro, quando il fatto fu svelato.

In realtà, come si evince dai saggi basilari di Antoine Dondaine O.P. (Dondaine 1953) e Donald Prudlo (Prudlo 2008), questo racconto unitario è frutto di una aggregazione di episodi diversi, attestati non senza contraddizioni dalle fonti scritte pervenuteci, a cui si affianca uno sviluppo narrativo parallelo, inventivo ma disordinato, che avvenne oralmente nella predicazione. Scrittura e oralità sono intrecciate; la storia, pertanto, si evolve “a pezzi”, non sempre coerente e lineare.

Nelle più antiche fonti sulla vita di San Pietro Martire non se ne fa menzione. Qualche indizio interessante, però, appare nelle agiografie scritte dai domenicani Gérard de Frachet e Tommaso Agni da Lentini dopo la canonizzazione (1253): un accenno ad abituali “colloqui divini” del santo, di giorno e di notte (Agni, Appendice 1) e, più affine alla nostra storia, l’episodio in cui frate Pietro, tormentato da dubbi dottrinali per le dispute con gli eretici (de Frachet) o dall’incertezza per il futuro (Agni), prega davanti all’altare della Vergine Maria che, nel sonno, gli parla con le parole di Cristo per l’apostolo Pietro: “Ho pregato per te, Pietro, affinché la tua fede non venga meno” (Luca, 22,32); da quel momento in poi, spariscono tutti i suoi dubbi e timori (de Frachet e Agni, App. 2).

Agli inizi del ‘300 risale la prima attestazione del colloquio con il Crocifisso, priva dell’antefatto delle “sante vergini”, dell’accusa in Capitolo e della condanna all’esilio. La troviamo nella raccolta di miracoli di San Domenico e San Pietro Martire detta di Berengario (1316 c.), dal nome del Maestro generale dell’Ordine di quegli anni; trascritta dal domenicano Ambrogio Taegio (1500 c.), nella seconda metà del Seicento sarà inserita negli Acta Sanctorum. Citata sommariamente in Dondaine 1953 (p. 153), viene qui tradotta dal manoscritto originale (App. 3; ringrazio il dott. Marco Giacomo Bascapè per la trascrizione).

Vi si legge, in sintesi, che il beato Pietro, trovandosi nel Capitolo del convento di Milano, scoraggiato per le sofferenze a causa della fede, se ne lamentò davanti all’immagine di un Crocifisso: “Signore, sai che non ho fatto niente per meritare tutto questo”; subito gli rispose il Crocifisso: “Fra Pietro, e io che cosa ho fatto (et ego quid egi) per patire il supplizio della croce? Ma abbi fiducia, perché io sono con te e tu verrai a me con la corona della gloria e dell’onore”. Confortato, quello rispose: “Tu sei il mio Signore e io sono il tuo servo. Sia fatta la tua volontà”. Da quel momento in poi, non ebbe più timore delle persecuzioni e della morte. Un frate, che se ne stava di nascosto alla porta del Capitolo, udì la voce del Crocifisso; un altro frate, che pregava in infermeria, fu rapito in estasi e per grazia divina gli fu svelato quanto accaduto (App. 3).

La vicenda non si svolge a Como, come poi nella versione più diffusa, ma nel convento di S. Eustorgio a Milano, una tradizione che trova conferma nella Cronaca maggiore di Galvano Fiamma (1344 c.; App. 4): (nel 1229) “fu eretto il chiostro e il piccolo dormitorio con sotto il piccolo capitolo, dove era un’immagine del Crocifisso che un giorno parlò al beato Pietro Martire”. Sono tre i crocifissi, che, secondo tradizioni locali, avrebbero parlato a San Pietro Martire: a Milano, a Como e a Chioggia, ma trasportatovi da Jesi (Dondaine 1953, pp. 159-160; Prudlo 2008, p.29 e n. 76; n. 30 p. 207).

Le fonti disponibili ci inducono a ritenere che la formazione del racconto, per come lo conosciamo, avvenga nel Quattrocento, in una commistione di tradizioni scritte e orali tipiche dell’ars praedicandi.

Significativo, a questo riguardo, è il sermone del domenicano Leonardo da Udine per la festa di San Pietro Martire (1446 c.; App. 5), dove si citano separatamente, anche se vicini nel testo, prima l’episodio del dialogo con il Crocifisso, sulla falsariga della Raccolta di Berengario (App. 3), e poi quello della Vergine che conforta Pietro con le parole di Cristo, secondo le biografie di Gérard de Frachet e Tommaso Agni da Lentini (App. 1, 2). In realtà, il testo delle fonti viene manipolato con modifiche e integrazioni importanti, che rivelano una fase di elaborazione narrativa anticipatrice della versione più nota, ma ancora piuttosto confusa.

Fra Pietro è perseguitato sia dagli eretici sia dai confratelli, che lo accusarono presso il padre provinciale di avere compiuto “grandi e gravi oscenità” (ma quali?) a Bologna (non a Milano, né a Como), per le quali fu obbligato a partire per il convento di Jesi (compare per la prima volta). È qui che, oppresso dalla lotta contro gli eretici, prega in lacrime davanti al Crocifisso: “Signore, sai bene che non ho fatto niente di ciò di cui mi accusano falsamente”. E il Crocifisso: E io, Pietro, che cosa ho fatto di male? (Et ego, Petre, quid feci?). E così ne fu confortato”.

Il beato Pietro in preghiera si rivolge prima ad un Crocifisso e poi, quando affida a Maria “la propria verginità e le proprie lotte”, “udì la Beata Vergine, accompagnata da due fanciulle (duabus comitata puellis), che gli diceva: Io ho pregato per te, Pietro, affinché non venga meno la tua fede. E venne subito accusato davanti al priore di avere conversato tutta la notte con delle donne. Poi, però, ne fu scagionato e l’onta cancellata”.

Il sermone di Fra Leonardo da Udine, pur mescolando incoerentemente i due episodi, già mostra i quattro elementi cardine del racconto: Pietro è accusato di avere introdotto donne in convento (qui la Vergine e due fanciulle), la condanna a partire per Jesi, il colloquio con il Crocifisso, il lieto fine.

L’unità narrativa della storia si deve al domenicano Sant’Antonino Pierozzi, priore del convento di San Marco e poi arcivescovo di Firenze, che include l’episodio nella sua enciclopedica Summa Historialis (o Chronicon), scritta negli ultimi venti anni di vita, dal 1439-40 in poi (App. 6). La versione di Antonino verrà ripresa quasi alla lettera dal domenicano Ambrogio Taegio (1500 c.), il cui testo, nella seconda metà del Seicento, sarà inserito dai Bollandisti negli Acta Sanctorum.

Il racconto di Antonino costituisce una svolta anche riguardo ai contenuti. Non compare più la Vergine, come nelle antiche biografie, e al posto delle due ragazze che la accompagnano nel sermone di Leonardo da Udine, troviamo per la prima volta “alcune sante vergini” che scendono a fargli visita “dalla loro patria celeste e “conversano amichevolmente con lui”. Accade che, mentre prega nella sua cella, “in un convento dell’Ordine di una certa città” (Milano, Bologna, Como o altrove?), quelle voci femminili vengono udite da alcuni frati, che lo accusano in Capitolo davanti al priore del convento.

Qui appare un nuovo elemento narrativo: chiamato dal priore a giustificarsi, Pietro per umiltà “non diede spiegazioni” e “si stese a terra, dicendo: Chi può affermare: Sono mondo dal peccato e non ho bisogno di essere perdonato?

Aspramente rimproverato, gli viene ordinato di andarsene, “come in esilio”, nel convento marchigiano di Jesi, dove, oppresso da “turbamento e vergogna”, si lamenta con il Crocifisso: “Mio Signore, tu sai che sono innocente, perché lo hai permesso?”. Gli risponde il Crocifisso: “E io, Pietro, che cosa ho fatto di male? (Et ego, Petre, quid mali feci?) Perciò impara dal mio esempio”. Qualche tempo dopo, “fu riconosciuto il grave errore di coloro che scambiarono le vergini della patria celeste per donne di strada.” (App. 6)

Antoine Dondaine afferma giustamente che “S. Antonino riporta una tradizione più evoluta” di quella di Leonardo da Udine, “unendo gli elementi dei due episodi in un solo racconto” e raggiungendo una sintesi narrativa (Dondaine 1953, p. 157).

A quella di Antonino fanno seguito due versioni, in cui il racconto, di per sé già definito, si arricchisce di altri elementi che hanno importanza per il nostro percorso.

Risale al 1471-72 la Vita Sancti Petri Martyris di Francesco da Castiglione, umanista e chierico, nonché segretario di Sant’Antonino durante il suo episcopato. Nel manoscritto originale, qui trascritto e tradotto (App. 7), leggiamo che quando il Beato Pietro “pregava nella sua cella, erano solite scendere a conversare con lui alcune sante Vergini che abitano il Cielo, come Agnese, Lucia, Agata, Cecilia”. Ecco che, per la prima volta, seppur a titolo di esempio, si fanno i nomi delle sante, due delle quali, Agnese e Cecilia (manca Caterina di Alessandria) sono raffigurate nella predella di Beato Angelico da cui ha avuto origine la nostra indagine. Donald Prudlo ritiene che i nomi delle sante sia tratto dal Canone della Messa: vergini-martiri della prima Chiesa, al pari di Pietro, futuro vergine-martire (Prudlo 2008, p. 29, nota 74).

Seguono l’accusa in assemblea (solo in questa versione, Pietro ammette “di avere conversato santamente con vergini sante”); l’ordine di andarsene “in un atro convento, nel Piceno”; il tormento per “l’onta immeritata” e il lamentarsene “a volte con se stesso, a volte in chiesa con un Crocifisso”, che gli rispose, “come poi lo stesso Pietro avrebbe rivelato”: “E io, Pietro, che avevo fatto di male? (Et quid Petre criminis perpetraveram?); la liberazione dall’angoscia e, qualche tempo dopo, il riconoscimento pubblico dell’ingiustizia subita.

Completa l’evoluzione narrativa la versione dell’umanista e medico bolognese Giovanni Garzoni, riportata in latino umanistico dal suo allievo e frate domenicano Leandro Alberti nel De viris illustribus Ordinis Praedicatorum (1517; App. 8).

Qui, per la prima volta, come poi nelle versioni più diffuse, la vicenda si svolge a Como, nel convento di San Giovanni Battista. “Pietro, che vi abitava, stava recitando l’Ufficio Divino, quando nella sua cella apparvero tre vergini che vi erano giunte scendendo dal Cielo: Agnese, Caterina, Cecilia”. L’indicazione precisa del numero e dei nomi delle sante, le stesse della predella angelichiana, avrà larga fortuna e diventerà canonica.

Curiosamente, prima della pubblica accusa e dell’allontanamento a Jesi, Garzoni inserisce un inciso, quasi a voler confondere di nuovo la storia: “Nella stessa cella, su una parete, era un’immagine dipinta di Cristo crocifisso (…) Pietro, in lacrime, prostrandosi ai suoi piedi chiedeva perdono dei suoi peccati.”

A Jesi, poi, “si gettò ai piedi di un Cristo dipinto in chiesa”. Quella che, in altre versioni , sembrava più una scultura (anche se i vocaboli effigie ed immagine sono ambigui), qui è definito come opera dipinta.

Segue, con sovrabbondanza retorica di frasi interrogative, il lamento di Pietro e la risposta del Cristo. Infine, una risoluzione inedita: poco dopo “questi fatti apparvero in sogno al Priore mentre dormiva. Perciò Pietro fu richiamato nella città di Como”. Un epilogo, assente nel manoscritto originale di Garzoni, che potrebbe essere stato aggiunto dallo stesso Alberti quando lo pubblicò (Prudlo 2008, p. 28, nota 75).

Con la versione di Garzoni/Alberti (1517) termina dunque l’intricata evoluzione della storia, ormai completa di tutti gli elementi. Rimane l’impressione, tuttavia, che qualcosa ci sfugga, vuoi perché qualche fonte scritta potrebbe essere andata perduta, vuoi perché, come già accennato, una parte dello sviluppo narrativo potrebbe essere avvenuto oralmente, ad esempio nella predicazione (come nel sermone di Leonardo da Udine). In ogni caso, i testi disponibili testimoniano che l’episodio del Crocifisso “parlante”, attestato nel primo ‘300 (Raccolta di Berengario), almeno dagli anni Quaranta del ‘400 venne unito all’antefatto delle “sante vergini” (inventato da Sant’Antonino? derivato da una fonte sconosciuta?), e che solo tra la fine del secolo e gli inizi del ‘500 si definirono i nomi delle sante, con Francesco da Castiglione e Giovanni Garzoni, che le identificò con Agnese, Caterina e Cecilia.

 

Beato Angelico, Pala di San Pietro Martire, particolare della predella, The Courtauld Gallery, Londra: scomparto sinistro (in alto) con Santa Agnese da Montepulciano e Santa Cecilia; scomparto destro (in basso) con Santa Caterina di Alessandria e Santa Agnese. (Foto dell’autore).

 

 

3. Il racconto nelle immagini del Quattrocento

 

Abbiamo seguito l’evoluzione del racconto tra la fine del Duecento e gli inizi del Cinquecento. È lecito domandarsi se, in due secoli, questa storia della vita di San Pietro Martire sia mai stata illustrata da qualche artista.

Di grande interesse è il pannello dei Musei Vaticani con L’apparizione della Vergine a San Pietro Martire, che fa parte di una predella, di provenienza ignota, assieme ad altri tre scomparti: Il Santo compie un miracolo, Il miracolo dei fusi e Ciechi e storpi pregano sulla tomba del Santo. Attribuita al senese Sano di Pietro, viene datata attorno al 1440 (Berenson 1932; I dipinti del vaticano 1996).

Sano di Pietro (Siena 1406-1481), Scomparto di predella con Storie di San Pietro Martire: Apparizione della Vergine al Santo, 1440 c., tempera su tavola di pioppo, cm 22,7×36,7, Inv. MV.40140, Pinacoteca Vaticana (Catalogo online dei Musei Vaticani; Copyright Musei Vaticani).

 

Fra Pietro, nelle sue stanze, accoglie la Vergine Maria, giunta a fargli visita accompagnata da quattro sante. L’incontro avviene in uno studiolo: a destra, una panca, un banco e un armadietto socchiuso, da cui spuntano due libri e un foglio scritto; sul banco, un leggio, un calamaio e un raschietto; sulla parete, una lampada accesa. Al centro, Pietro e la Vergine “dialogano” nel gesto reciproco di allargare le braccia; fra i due, su una parete divisoria si apre una porta, da cui si intravede la camera, con letto e cassapanca. A sinistra, il gruppo delle sante, non identificabili (quella ammantata di rosso è la Maddalena? la prima con un triangolo rosso sul capo è una virtù teologale?).

Il soggetto, unico del suo genere, non coincide con nessuna nelle versioni scritte a noi note, mescolando la visita delle “sante vergini” (Sant’Antonino) e il colloquio con la Vergine Maria (Gérard de Frachet, Tommaso Agni, Leonardo Da Udine), avvalorando l’ipotesi che esistessero tradizioni precedenti o coeve che non conosciamo.

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Di notevole importanza per la nostra indagine è una piccola tavola raffigurante San Pietro Martire nella sua cella conversa con tre vergini, attribuita al muranese Antonio Vivarini e datata attorno al 1450, già in Galleria Enrico Frascione a Firenze, acquisita nel 2023 dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Assieme ad altri pannelli con Storie di San Pietro Martire (se ne sono conservati otto, sparsi fra diverse collezioni), decorava l’altare del santo nella basilica domenicana dei Santi Giovanni e Paolo (San Zanipolo) a Venezia (Vinco 2018).

Antonio Vivarini, San Pietro Martire nella sua cella conversa con tre vergini,
tempera su tavola, cm 42 x 35, cat. 2052. Archivio fotografico G.A.VE – su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie dell’Accademia di Venezia.

 

Si tratta dell’antefatto della storia: San Pietro Martire, inginocchiato e con le mani giunte in preghiera, è rivolto verso tre giovani donne, vestite di verde, giallo e blu, che reggono cartigli, forse a significare visivamente lo scambio di parole con il santo o “simbolo dei testi sacri che stanno discutendo con lui” (Vinco 2018, p. 17). L’incontro si svolge in una cella conventuale dalla copertura lignea, dotata di altare con crocifisso e di un letto a cassapanca; sulla destra, dietro un sottile tramezzo di legno, tre frati domenicani, uno appoggiato alla parete, ascoltano di nascosto.

Le “sante vergini” del racconto di Sant’Antonino, qui prive di aureola, sono in numero di tre, come poi nella versione di Garzoni/Alberti (1517; App. 8), anche se l’assenza di attributi specifici non permette di identificarle sine dubio con Agnese, Caterina e Cecilia (come in Vinco 2018). Anche la presenza del crocifisso sembra richiamare il testo di Garzoni/Alberti, dove si legge che su una parete della sua cella “era un’immagine di Cristo crocifisso, d’aspetto così bello da catturare l’attenzione e che sembrava essere stata eseguita dalla raffinatissima arte di Apelle (dunque dipinto). Pietro, in lacrime, prostrandosi ai suoi piedi chiedeva perdono dei suoi peccati.” Le affinità con un testo pubblicato cinquant’anni dopo farebbe pensare, una volta di più, a fonti e tradizioni che non ci sono pervenute. D’altra parte, anche nel sermone di Fra Leonardo da Udine(1446 c.; App. 5), il santo prega davanti ad un Crocifisso non solo nell’esilio di Jesi, ma anche nella sua cella, poco prima dell’intervento della Vergine, accompagnata da due fanciulle.

In un’altra tavoletta della stessa serie, Antonio Vivarini illustra l’episodio successivo della nostra storia: San Pietro Martire dialoga con il Crocifisso (Vinco 2018, Catalogo Asta Christie’s Old Masters 9 giugno 2022, Lotto 50).

Antonio Vivarini, San Pietro Martire dialoga con il Crocifisso, tempera su tavola, cm 65,7 x 47,6, già in Collezione Alana, venduta in Asta Christie’s n. 21540, 9 giugno 2022.

 

La scena non si svolge in chiesa (come nei testi di Francesco da Castiglione e Garzoni/Alberti) ma in una corte all’aperto delimitata da un muro (conventuale?), con l’altare del crocifisso all’interno di un’edicola. L’altare è nella stessa posizione, e ha gli stessi colori, di quello raffigurato nel pannello precedente, forse per collegare i due episodi.

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Degli stessi anni (1450 c.) è il dossale con Storie di San Pietro Martire eseguito dalla bottega degli Erri per la chiesa di San Domenico a Modena (oggi a Parma, Complesso della Pilotta). Uno dei venti pannelli raffigura San Pietro a colloquio con il Crocifisso: l’impostazione prospettica frontale evidenzia la centralità della croce, anche qui, come in Vivarini, posta su un altare all’interno di un’edicola; non siamo né in chiesa né in convento, ma in un contesto urbano (Vinco 2018, p. 24; Bentini, Catalogo Pilotta).

Bottega degli Erri, Dossale di San Pietro Martire, San Pietro a colloquio con il Crocifisso circondato dalla famiglia Colombo, XV secolo, Tempera su tavola, cm 55 x 38, Complesso Monumentale della Pilotta, Galleria Nazionale, inv. GN 499; su concessione del Ministero della Cultura – Complesso monumentale della Pilotta.

 

Il dossale modenese degli Erri, a differenza di quello veneziano di Antonio Vivarini, non presenta l’antefatto delle “sante vergini”, bensì l’episodio in cui San Pietro Martire, preso dallo sconforto per gli scontri con gli eretici, invoca la Vergine Maria, che lo conforta con le parole rivolte da Cristo a Pietro Apostolo (de Frachet e Agni, App. 2; Leonardo da Udine, App. 5): nel dipinto – siamo in chiesa – la Madonna (con il Bambino) tiene un cartiglio “parlante”, dove si legge “Ego rogavi pro te, Petre, ut non deficiat fides tua”. Il fatto che questo episodio risalga alle fonti più antiche induce a pensare che anche la scena del “colloquio con il Crocifisso”, slegata dall’antefatto delle “sante vergini”, potrebbe derivare direttamente dalla Raccolta di Berengario (App. 3), piuttosto che dalle versioni quattrocentesche.

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Datata attorno al 1450-1452,pertanto coeva agli esempi di Vivarini e della bottega degli Erri, è una intensa tavoletta in collezione privata riferita a Beato Angelico da Luciano Bellosi, esposta recentemente alla mostra fiorentina di Palazzo Strozzi: San Pietro Martire e San Tommaso d’Aquino in preghiera davanti al Crocifisso (Bellosi 1998, Kanter 2005, de Simone 2025).

Beato Angelico, San Pietro Martire e San Tommaso d’Aquino in preghiera davanti al Crocifisso, Tempera e oro su tavola, cm. 19,9×12,1, Collezione privata (foto dell’autore, mostra Beato Angelico, Firenze 2025-26).

 

Diverse le ipotesi degli studiosi: pannello laterale di un trittico (Kanter 2005); parte di un reliquiario o di un cero pasquale (Bellosi 1998); “una pace liturgica – destinazione che potrebbe spiegare l’usura delle teste dei santi e del perizoma del Crocifisso, notata da Bellosi – o una tipologia di dipinto devozionale autonomo entro l’orbita domenicana” (de Simone 2025); forse dipinta da Beato Angelico “nel biennio in cui fu priore di San Domenico a Fiesole (1450-52)” e, forse, utilizzata anche da lui “come immagine di preghiera” (Ibid.).

La scena si svolge nella cappella absidale di una chiesa in stile michelozziano; “il singolare drappo nero dietro il Crocifisso, così stranamente sagomato, ricorda l’uso di portare queste immagini in processione” (Bellosi 1998, p. 6).

Il soggetto è di estremo interesse, non solo perché affianca i più antichi santi dell’Ordine che hanno dialogato misticamente con il Crocifisso, ma anche perché dalla bocca del Cristo, “realistico, come una scultura fattasi carne vivente” (de Simone 2025), escono le iscrizioni “parlanti” in risposta alle invocazioni dei due domenicani. A San Tommaso, alla destra di chi guarda, il celebre “BENE DE ME SCRIPSISTI THOM(M)A”, che deriva dalla Ystoria trecentesca di Guglielmo da Tocco (Hai scritto bene su di me, Tommaso, in approvazione della sua Summa di teologia); a San Pietro Martire, a sinistra, le parole finali del nostro episodio: “PETRE ET EGO QUID” (E io, Pietro, che ho fatto di male?).

Mi pare significativo sottolineare che le parole rivolte a Pietro Martire, alla lettera e in quest’ordine, non provengono dal testo di Antonino (Et ego, Petre, quid feci mali? ; App. 6), ma direttamente dalla più antica Raccolta di Berengario (Petre, et ego quid egi? ; App. 3), ad evidenziare l’autonomia e l’esemplarità dell’episodio con il Crocifisso.

L’analogia fra i due colloqui mistici, quello di Pietro Martire e quello di Tommaso d’Aquino, esemplati forse sull’episodio francescano di San Damiano, include anche un parallelismo iconografico (si pensi, ad esempio, alla Visione di San Tommaso del Sassetta ai Musei Vaticani), che meriterebbe senza dubbio un approfondimento.

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Il soggetto raffigurato nella tavoletta dell’Angelico non dovette essere un caso isolato, come attesta, attorno al 1490, un’interessante incisione di probabile ambito milanese, o comunque lombardo.

Ambito milanese, Cristo in croce fra San Pietro Martire e San Tommaso d’Aquino, incisione, cm 153×113, Berlin, Kupferstichkabinett, StaatlicheMuseen; fonte: HIND 1938, vol. 1, p. 269, n. E.III.59; Tavola 442. Colorata di giallo scuro, verde e rosso vermiglio per il sangue, il tetto e il libro.

 

Non siamo in chiesa, ma, simbolicamente, sul Golgota, dove i santi domenicani pregano il Crocifisso che risponde loro. L’iscrizione “parlante” rivolta a San Pietro Martire, ET EGO QUID FECI, è vicina sia alla versione di Berengario (Petre, et ego quid egi? ; App. 3), sia a quella di Sant’Antonino (Et ego, Petre, quid feci mali? ; App. 6).

Uno spoglio sommario del Catalogo generale dei Beni culturali mostra l’esistenza di alcune tele di XVII-XVIII, di ambiti diversi, che raffigurano il Crocifisso tra San Pietro Martire e San Tommaso d’Aquino, ma prive di iscrizioni (ad esempio, cod. di catalogo 0800011495, 1500071464, 1600045330).

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Un’altra iscrizione “parlante” si trova in una splendida tavola dello spagnolo Pedro Berruguete al Museo del Prado: San Pietro Martire in orazione davanti al Crocifisso (1491-1499).

Pedro Berruguete, San Pietro Martire in orazione davanti al Crocifisso, olio su tavola, cm 86×133, 1491-99, Inv. P612, Museo del Prado (Fonte: Catalogo online del Museo del Prado).

 

Con altri quattro pannelli, tutti conservati al Prado, componeva la pala d’altare dedicata a San Pietro Martire nella chiesa nel monastero di San Tommaso ad Avila, forse suggerita dal noto inquisitore Tomás de Torquemada: al centro la figura del santo; ai lati, La preghiera al Crocifisso, Il miracolo della nube, Il martirio e I fedeli che venerano la tomba.

Due iscrizioni raffigurano il mistico dialogo: una ascendente di San Pietro (ego domine in te innocens patior; Io, Signore, in te soffro pur essendo innocente) e una discendente e capovolta di Cristo (et ego Petre quid feci; e io, Pietro, che cosa ho fatto?). Mentre le parole del santo non ricalcano alcuna fonte, se non ad sensum, quelle del Cristo sono analoghe alla versione di Sant’Antonino (Et ego, Petre, quid feci mali?; App. 6).

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Meno legata al nostro percorso, ma iconograficamente significativa, è  la xilografia della Biblioteca Classense di Ravenna che raffigura Cristo crocifisso con San Pietro Martire e frate Domenico, datata agli anni 1470-1480 e riferita ad ambito veneziano.

Ignoto di ambito veneziano, Cristo crocifisso con San Pietro Martire e frate Domenico, xilografia su carta, mm 273 x 177, inv. 34 ter; cod.485, Istituzione Biblioteca Classense, Ravenna.

 

L’atto di San Pietro Martire di stringersi alla croce, che richiama analoghi esempi con protagonisti San Domenico e San Francesco, evidenzia il rapporto di conformità del santo con il Crocifisso (Pietro come alter Christus), qui soprattutto in relazione alla passione e alla morte cruenta, più che all’episodio del dialogo mistico (ricordato nella scheda ALU.0075 della Fondazione Cini).

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Il XV secolo si chiude con un’ opera che ci riporta all’antefatto della storia: uno scomparto di predella, in collezione privata, attribuito da Everett Fahy a Francesco Granacci e datato agli anni 1490-98, che raffigura San Pietro Martire in preghiera con tre sante (Ito 2014, dove è riferito a Benedetto Ghirlandaio; Martelli 2016).

Francesco Granacci, San Pietro Martire in preghiera e sante, fine sec. XV (1490-98), tavola,cm31.1 × 41.2, già in Collezione E. Joll, Londra(Fototeca Zeri, scheda n. 33995). L’immagine è tratta, su concessione, dalla Fototeca della Fondazione Federico Zeri.

 

Il pannello faceva parte della grande e composita pala, poi smembrata, dipinta da Domenico Ghirlandaio e bottega per la cappella Tornabuoni nella chiesa di Santa Maria Novella a Firtenze. Verosimilmente, era collocato sul lato posteriore, sotto la tavola con San Pietro Martire, oggi alla Fondazione Magnani Rocca di Parma. Il domenicano Vincenzo Fineschi (fine XVIII sec.), così lo descrive: “Ne segue S. Pietro Martire, sotto del quale vi è il Santo che in atto di orare vede nella sua cella tre Sante Vergini che gli apparvero, ed egli si stupisce” (Ito 2014, p. 190).

La scena mostra San Pietro che prega in ginocchio rivolto verso un crocifisso posto su un altare (nella sua cella? in chiesa?), quando dietro di lui appaiono tre donne. Come nel pannello veneziano di Vivarini, le figure femminili sono tre, prive di aureola e di attributi identificativi, ma non sono presenti i frati che ascoltano di nascosto. Riconoscere nelle tre vergini le sante Agnese, Caterina e Cecilia (come in Ito 2014 e Martelli 2016), è corretto ma presuppone che già circolasse alla fine del secolo, come in effetti è possibile, la versione di Giovanni Garzoni poi pubblicata nel 1517 da Leandro Alberti (App. 8).

 

 

4. La fortuna nei secoli XVI-XVIII

 

Dopo questo excursus iconografico, possiamo riprendere il discorso sulle fonti scritte. Abbiamo visto che, con le integrazioni e l’organizzazione della trama a cura di Sant’Antonino, e la rifinitura nei dettagli di Francesco da Castiglione e Giovanni Garzoni, l’evoluzione della storia può dirsi conclusa ai primi del Cinquecento, con la definizione dei momenti della narrazione (visita delle “sante vergini”, denuncia e processo in Capitolo, esilio a Jesi, dialogo con il Crocifisso) e con l’esplicitazione del numero e dei nomi delle sante: Agnese, Caterina di Alessandria, Cecilia. Ne è nata così una versione “canonica” che, a parte qualche eccezione, avrà larga diffusione nei secoli seguenti, fino ai testi otto-novecenteschi da cui siamo partiti.

Fra i testi “difformi”, ad esempio, due riportano solo l’antica Vita scritta da Tommaso Agni da Lentini, priva del nostro episodio: fr. Antonio Senese Lusitano, Vitae sanctorum patrum ordinis praedicatorum, 1575; Gabriele Fiamma, Le vite de’ santi, 1583 (volgarizzata).

Deriva interamente dal Chronicon di Sant’Antonino l’ultima versione in latino, scritta dall’umanista imolese Giovanni Antonio Flaminio (Vitae Patrum inclyti Ordinis Praedicatorum, 1529), con  le “tres de coelo virgines” senza nome, l’esilio a Jesi e, in chiesa, la domanda retorica dell’ “effigies Christi”: “Et quid ego feci?” (App. 9).

Come già anticipato, la più grande eccezione alla “vulgata” è costituita dagli Acta Sanctorum (1675; App. 3, 6) dei gesuiti bollandisti: basati sui manoscritti del domenicano Ambrogio Taegio (1500 c.), riportano sia il colloquio con Cristo della Raccolta di Berengario, sia la storia secondo il Chronicondi Sant’Antonino, ma sono privi delle integrazioni di fine ‘400-inizi ‘500.

Passiamo ora in rassegna, in ordine cronologico, alcune opere di XVI-XVIII che includono la storia “canonica”. I testi, per esteso, sono consultabili in Appendice.

La prima sintesi completa, con tutti gli elementi dell’evoluzione narrativa, è quella del domenicano Serafino Razzi, professo di San Marco di Firenze, nella Vita de’ Santi, Beati e Venerabili del Sacro Ordine dei Predicatori (1577; 1588, App. 11): “Tanta era la purità di questo santo, che fino alle sacre vergini di cielo, da quella attratte, seco in terra venivano a conversare. Onde ritrovandosi una volta nel convento di san Giovanbattista, presso alla città di Como, e solo in cella orando, gli apparvero tre sacre vergini di paradiso, Agnesa, Caterina e Cecilia, e seco di cose santissime si misero a ragionare. Perché essendo sentito da’ frati (…). Nel quale luogo (a Jesi) ritrovandosi, una notte, mentre era in orazione gli venne in memoria la confusione e esilio che a torto pativa, per lo che si lamentava davanti alla imagine d’un Crocifisso, così dicendo: Signor mio tu sai che di quanto son stato accusato io sono innocente(…) Et io, Pietro, che male o peccato feci per cui meritassi con tanti obbrobrii e contumelie essere a morte giudicato?”.

Larga fortuna ebbe la Historia general de Santo Domingo y de su Orden de Predicadores (1584, prima parte) del domenicano spagnolo Ferdinando del Castiglio (Hernando del Castillo), pubblicata anche in Italia nel 1589, con traduzione di Fra Timoteo Bottoni: Dell’Historia generale di S. Domenico et dell’Ordine suo de’ Predicatori (App. 12). Vi si legge anche la nostra storia, descritta diffusamente con stile ridondante, spiegata come frutto della castità, che avvicinava San Pietro Martire agli angeli e ai santi, “de’ quali era già esso tenuto per familiare, e compagno loro, e bene spesso gli apparivano, gli parlavano, lo consolavano, e l’accarezzavano. Onde accadde un giorno nel Convento di San Giovanni Battista poco fuori de le mura di Como; che facendo egli oratione in cella sua con quello affetto, che era solito, scesero di Cielo in terra per visitarlo le gloriose Sante Agnese, Caterina e Cecilia, e non altrimente, che se questo Santo si fosse trovato alhora in Cielo, dove era la stanza loro, cominciarono a ragionare insieme di cose celesti con tanta sicurtà, e con la voce si alta, che passando di lì alhora un Frate (non più alcuni frati, ma uno solo: una variante poi ripresa da altri), pensò, che fosse quello, che non poteva essere, cioè, che quelle fussino donne ordinarie di questo mondo; e che per la poca religione di F. Pietro gli fussino entrate fino in cella . (…) Stavasi dunque un giorno (a Jesi) questo Santo religioso in Chiesa tutto afflitto ne l’animo davanti a la imagine d’un Crocifisso. (…) Signore, non sapete voi la innocenza mia in questo, di che sono stato accusato? (…) Et io Fra Pietro, per qual colpa mia hò meritato di patir tante pene, quante qui ne hò patito?”.

Dalla narrazione di Ferdinando del Castiglio deriva quella dell’inquisitore di Como Fr. Arcangelo Mancasola nell’opera La vita, imprese, martirio e alcuni miracoli del Glorioso S. Pietro Martire dell’ordine de’ Predicatori (1596; App. 13), dove il capitolo VII è intitolato: Del ragionamento c’hebbe san Pietro Martire con tre sante vergini scese dal Cielo nella sua cella, nel Convento di S. Giovanni di Como. Vi leggiamo che, nel convento di Como, grazie all’ “imitazione della vita pura, e incorrotta, che fanno in Cielo; egli meritò più volte stando in cella sua la celeste famigliarità de gli Angeli, e di sante Verginelle. Occorse donque, che (…) facendo egli oratione in cella sua con quell’affetto ch’era solito, scesero dal Cielo in terra per visitarlo, le gloriose sante, e vergini, Agnese, Cecilia, e Catherina; e non altrimente, che se questo santo si fosse trovato all’hora in Cielo con loro, cominci orno à ragionare insieme di cose celesti”.

Ai primi del Seicento, una versione concisa del racconto di del Castiglio è quella del domenicano bolognese Giovanni Michele Piò (Delle Vite de gli huomini illustri di S. Domenico, 1607; App. 14): “Fu visitato talhora da i Santi, ed in speciale dalle Beate Verginelle, Agnese, Caterina, e Cecilia, che stando una volta con esso in Como a ragionare di cose celesti, furono stimate, da un troppo incauto religioso, donne del mondo. (…) Fu mandato però come in esilio a Jesi Città della Marca d’Ancona, ove considerando l’infamia, mirabilmente s’afflisse, e pia, e vivamente si duolse, con un Crocifisso ancora, da cui le fu risposto, e io ò Pietro, che feci, e pure fui sì malamente trattato? Soffri ancor tu, che il tuo travaglio non si può agguagliare al mio. Si consolò allhora, e lieto sofferse il tutto”.

Alla metà del secolo, anche l’opera di F. Agostino Loche si rifà al testo di del Castiglio, riportandolo alla lettera e per esteso: Vite de i santi, e beati più illustri Del Sacro Ordine de Predicatori, in Torino, Per Carlo Gianelli, 1655.

Anche al di fuori delle fonti domenicane, la storia è citata, in versioni più o meno dettagliate, in alcuni testi di spiritualità che ebbero una certa diffusione. È il caso, ad esempio, di La Città d’Iddio Incarnato. Sopra il Salmo Magnus Dominus, scritta dal chierico regolare siciliano Don Vincenzo Giliberto (1609, con edizioni precedenti; App. 15).

Del 1675 è la Raccolta delle Vite de’ Santi patroni dell’Oratorio di San Filippo Neri a Bologna, con San Pietro Martire ricordato il 29 aprile (App. 16).

Il gesuita napoletano Tommaso Auriemma, autore di opere spirituali che ebbero vasta popolarità, riporta l’episodio nella Stanza dell’anima nelle piaghe di Giesu’ (1680, ma prima ed. 1651; App. 17): “Comparvero à San Pietro martire Domenicano le SS. Vergini Cecilia, Agnesa, e Caterina, e ragionando con lui furono intese fuori della stanza (…)”.

In erudito stile poetico, denso di metafore, l’episodio è citato dal carmelitano Carlo Mariano di San Michele in un panegirico per San Pietro Martire protettore di Cremona, intitolato Il braccio guerriero della Chiesa militante (1697; App. 18): “un mistico Braccio (San Pietro Martire) (…), soffrendo volontieri delle false accuse le punte, per assiepare di spine acute que’ gigli sì candidi, che meritarono di tre Vergini gloriose gli sguardi, scese nella sua Cella medema à vagheggiarli, maravigliandosi, che un Braccio mortale havesse potuto rapirli con furto innocente da celesti Giardini. (…) Ma fermatevi o Vergini martirizzate, che bacciar dovete nella mano di Pietro il Martire, della Fede l’anello (…)”

Di ambito cremonese è anche il Ristretto della vita del glorioso martire s. Pietro dell’Ordine de’ predicatori, protettore della città di Cremona, scritto dal domenicano Giovanni Lucrezio Ferrari (1720; App. 19): “Era tanta la familiarità, che il nostro Santo Fra Pietro avea co’ Celesti Spiriti, e Santi del Paradiso, che stando nella sua Cella, spesso si vide circondato da essi. (…) con lui familiarmente parlavano tre donne, quali erano le Sante Vergini, e Martiri, Catarina, Agnesa, e Cecilia, ch’erano venute sino dal Cielo a favorirlo, perché come Vergine, e che doveva anche esser Martire, era degno di tali visite. (…) onde intesero tutt’ i Religiosi, esserne state quelle Donne non già mortali, e terrene, ma venute dal Cielo a visitarlo, perché stando in carne mortale, vivea con vita Angelica, onde crebbe molto la sua riputazione, e restò con maggior fama di santità, che prima avuta si avesse.”

 

 

5. Il racconto nelle immagini di XVI-XVIII secolo

 

Grazie ai resoconti di due frati del ‘500, i già citati Serafino Razzi e Arcangelo Mancasola, sappiamo che nel convento domenicano di Como, detto di San Giovanni in Pedemonte, esistevano una tavola e verosimilmente degli affreschi che illustravano la nostra storia. Purtroppo, il convento venne soppresso in età napoleonica e poi completamente demolito. La stazione ferroviaria di Como San Giovanni, costruita al suo posto, ne conserva il nome.

“E celebrai la sacra messa nella bellissima cappella di san Pier martire, in cui si vede una tavola ricchissima di adornamenti, di colori e d’oro, in cui sono intagliate in legname le principali azzioni di detto santo martire a figurine piccole: e dai lati quando gli apparvero quelle tre sante vergini, quando sentì dirsi al Crocifisso: Et ego Petre quid feci!, quando fa la dipartenza dai frati per ire a Milano e quando fu martirizato; nel mezzo poi della tavola è una bellissima Donna col figlio in braccio et un san Pier martire ginocchioni le sta ai piedi: e sono figure grandi al naturale, con oro e con colori adorne. Et alla destra dell’altare, in detta cappella tutta dipinta della vita del santo, si vede il sepolcro di un vescovo (…)” (Serafino Razzi, 1572, App. 10).

“E la cella del S. Prelato Pietro Martire, era quella, che è posta in fronte del dormitorio da basso, contiguo alla Chiesa di S. Giovanni, che dal suo nome si chiama dormitorio di S. Pietro Martire, quale è posta tutta à pittura de’ suoi atti miracolosi (…), e bisogna dire che sia l’istessa cella quando che già da giovane stava nell’istesso convento di S. Giovanni, e che gl’apparvero visibilmente quelle sante vergini Agnese, Cecilia, e Catherina à ragionare con lui, per la memoria, e devotione, che doveva havere à quella cella, che fu albergo de tali, e celesti personaggi, e così la elegesse ancora per sua cella, quando vi ritornò prelato, sì perché questo argomenta ancora la pittura di detta apparitione fatta in quella cella; quale pittura contiene tutto il dissegno di quella camera, per il che merita duplicatamente essere tenuta in riverenza, e singolar divotione (…)” (Arcangelo Mancasola, 1596, App. 13 bis).

Impossibile datare queste pitture, sfortunatamente perdute; la tavola della cappella, sia per il supporto sia per l’utilizzo dell’oro, sembrerebbe anteriore al ‘500. Resta il fatto che il primo testo in cui l’antefatto delle “sante vergini” si svolge a Como è quello di Garzoni/Alberti del 1517 (App. 8), lo stesso che le identifica per la prima volta in Agnese, Caterina e Cecilia. Ciò non toglie, come più volte ipotizzato, che le fonti scritte rispecchino altre tradizioni a noi ignote.

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A Firenze, nel Chiostro Grande del convento domenicano di Santa Maria Novella, nel ciclo di affreschi con Storie di Cristo e di santi domenicani, una lunetta del lato Est raffigura i due momenti principali della nostra storia, divisi da una finestra: San Pietro Martire conversa con le sante Cecilia, Agnese e Caterina; Il colloquio mistico con il Crocifisso (Contini 2014; Spinelli 2017; Panella Web). Datata agli anni 1581-1584, ne è autore Benedetto Veli (Firenze, 1564 – 1639), che nel convento aveva un fratello, fra Vincenzo.

Benedetto Veli, San Pietro Martire a colloquio con le Sante Cecilia, Agnese e Caterina; San Pietro Matire parla con il Crocifisso, 1581-84, affresco, Chiostro grande di Santa Maria Novella. (Fonte: Wikimedia Commons, Autore: Sailko, Licenza: CC BY-SA 3.0).

 

Sopra la finestra, oltre due teste di angioletti, un cartiglio sintetizza la storia: “San Pietro Martire infamato per la visita delle sante vergini Cecilia, Agnesa et Caterina, et perciò penitentiato e di poi dal Crocifisso consolato”.

Nella prima scena, in uno spazio conventuale inquadrato da una porta di sobria eleganza, le tre sante sono ben identificabili per gli attributi tradizionali: l’organo portativo (Cecilia), l’agnello (Agnese), la ruota dentata (Caterina di Alessandria). Nella seconda scena, in una cappella, il santo inginocchiato all’altare del Crocifisso è raffigurato di spalle, mentre un frate sulla soglia osserva stupito la scena; di scorcio, a destra, le colonne della navata di una chiesa.

Benedetto Veli, San Pietro Martire a colloquio con le Sante Cecilia, Agnese e Caterina; 1581-84, affresco, Chiostro grande di Santa Maria Novella (Foto dell’autore).

 

Benedetto Veli, San Pietro Matire parla con il Crocifisso, 1581-84, affresco, Chiostro grande di Santa Maria Novella (Foto dell’autore).

 

Il soggetto tiene conto della versione canonica del racconto (sono gli anni dei testi di Serafino Razzi e Ferdinando del Castiglio, App. 11, 12), a cui si aggiunge l’ invenzione iconografica del frate che assiste al colloquio con il Crocifisso, un modo di spiegare la successiva riabilitazione del santo, un punto su cui le fonti scritte sono vaghe.

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Risale al primo Seicento la tela della Pinacoteca Nazionale di Bologna, attribuita già in antico al bolognese Alessandro Albini (1580-1640), che raffigura Le sante Caterina, Cecilia e Agnese appaiono a san Pietro da Verona. Per quanto riguarda la datazione, c’è chi propende per gli anni successivi al soggiorno romano dell’artista, ovvero dopo il 1621, ma anche chi la ritiene eseguita attorno al 1608-1609 (Roio 2008).

Alessandro Albini ( Bologna, 1580-1640 ), Le sante Caterina , Cecilia e Agnese appaiono a san Pietro da Verona, 1608/1609, tela, cm 169,5 × 226, inv. 7088, Pinacoteca Nazionale di Bologna. Su concessione del Ministero della Cultura – Pinacoteca Nazionale di Bologna.

 

Proviene dalla chiesa del monastero domenicano femminile di San Pietro Martire a Bologna, soppresso in età napoleonica. Le tre sante, riconoscibili dai tipici attributi, appaiono sulle nubi (“discese dal Cielo”, dicono le fonti). Nella raccolta reale di Windsor è conservata “una prima idea preparatoria su carta (…) attribuita a Ludovico Carracci (…), anche se la qualità stilistica del disegno inglese potrebbe orientare l’autografia verso l’Albini stesso” (Roio 2008, p 214). Nella collezione inglese, il soggetto è descritto dubitativamente come la Visione di San Francesco, con l’apparizione delle figure allegoriche della Castità, Obbedienza e Povertà.

Ludovico Carracci (attr. Rudolf Wittkower 1952), The Vision of Saint Francis (?), drawing, RCIN 902331, RL 02331, © Royal Collection Enterprises Limited 2026 | Royal Collection Trust.

 

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Infine a Genova, per la chiesa conventuale domenicana di Santa Maria di Castello, il pittore cremonese Francesco Sigismondo Boccaccino (1660-1750) negli anni ‘90 del Seicento eseguì tre tele destinate alla controfacciata: al centro, più grande, San Domenico e il miracolo dei pani, poi trasferito nel transetto sinistro (ne abbiamo parlato in un articolo sul blog); sopra le porte laterali San Pietro da Verona riattacca il piede ad un giovane e, attinente al nostro tema, Il crocifisso parla a San Pietro da Verona. Le tre tele furono commissionate dal domenicano genovese Alberto Solimano, allora inquisitore generale di Cremona, che le inviò a Santa Maria di Castello.

Francesco Sigismondo Boccaccino, Il crocifisso parla a s. Pietro martire, Chiesa di Santa Maria di Castello, Genova (Fonte: Wikimedia Commons, Autore: Sailko, Licenza: CC BY-SA 3.0).

 

6. Conclusioni

 

L’analisi delle fonti scritte e la rassegna iconografica consentono, con alcuni limiti, di fornire qualche risposta agli interrogativi da cui è partita questa indagine. Quando Beato Angelico, negli anni Venti del ‘400, dipinse le sante Cecilia, Caterina e Agnese nella predella di San Pietro Martire, conosceva l’episodio delle “sante vergini” che fecero visita al frate domenicano? E ne erano al corrente le monache a cui l’opera era destinata?

Le fonti disponibili ci dicono che artista e destinatarie potevano ben conoscere l’episodio del “colloquio con il Crocifisso”, che fa parte della tradizione domenicana sin dal XIV secolo (Raccolta di Berengario). Difficile, invece, che conoscessero l’antefatto delle “sante vergini”, riportato da Sant’Antonino diversi anni dopo l’esecuzione della Pala di San Pietro Martire; a meno che fossero informati di tradizioni a noi ignote, scritte o orali, alle quali avrebbero poi attinto per iscritto lo stesso Antonino, il suo segretario Francesco da Castiglione e infine Giovanni Garzoni per la definizione “canonica” della storia.

In altre parole: la storia delle “sante vergini”, antefatto del più antico “colloquio con il Crocifisso”, fu inventata da Sant’Antonino o proviene da una fonte precedente che non ci è pervenuta? E questa fonte poteva essere nota agli altri domenicani fiorentini, inclusi Beato Angelico e le monache di San Pietro Martire? Che vi fossero altre tradizioni, abbiamo visto, potrebbero suggerirlo le anomalie narrative riscontrate sia nel sermone di Fra Leonardo da Udine, sia nel pannello dei Musei Vaticani dipinto da Sano di Pietro, entrambi risalenti agli anni ’40 del Quattrocento. Siamo, però, nel campo delle congetture.

Tutto cambia nel Cinquecento, quando si perfezionano i momenti della storia e si definiscono il numero e l’identità delle “sante vergini”. Come già detto, ne nacque una “vulgata” che ebbe grande fortuna, grazie alla sintesi di Serafino Razzi e, soprattutto, alla larga diffusione dell’opera di Ferdinando del Castiglio.

Sappiamo che la Pala di San Pietro Martire, dopo il trasferimento delle monache nel 1557, fu collocata sull’altare maggiore della chiesa di San Felice in Piazza e, per più di due secoli, fu visibile a tutti. È plausibile pensare che molti fruitori dell’opera, monache, chierici e laici, conoscessero l’episodio di “San Pietro Martire visitato dalle sante Cecilia, Caterina e Agnese”, divenuto ormai popolare, e potessero collegarlo alla presenza delle stesse sante nella predella dipinta da Beato Angelico.

Poco probabile, si è detto, che questo collegamento corrispondesse all’intentio dell’artista e delle prime destinatarie; verosimile, invece, che facesse parte delle possibilità interpretative dei fruitori successivi. Questo, almeno, fino a quando la predella rimase unita alla tavola principale, di sicuro per tutto il Settecento e, forse, ancora nei primi anni dell’Ottocento.

Non è sempre possibile dipanare l’intricato rapporto fra intenzione dell’artista, realizzazione dell’opera e ricezione da parte del pubblico, specialmente quando, come in questo caso, le basi dell’interpretazione, culturali, letterarie e iconografiche, sono particolarmente sfuggenti perché soggette, nel tempo, a lacune, mutamenti e sviluppi accidentati.

Mi auguro, tuttavia, che queste estese divagazioni attorno a Beato Angelico e San Pietro Martire, che tanto hanno di personale, non siano del tutto prive di utilità e di senso, se è vero che, come si è soliti dire, talvolta conta più il percorso della meta.

 

Alessandro Santini

 

APPENDICE. Testi e Bibliografia

 

Sommario:

  1. Storia, luoghi e fruizione
  2. Le fonti fra scrittura e oralità
  3. Il racconto nelle immagini del Quattrocento
  4. La fortuna nei secoli XVI-XVIII
  5. Il racconto nelle immagini di XVI-XVIII secolo
  6. Conclusioni

APPENDICE. Testi e bibliografia

 

Leggi anche:

La predella “delle due Agnesi” di Beato Angelico. Una proposta per la Pala di San Pietro Martire

 

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