APPENDICE
Le fonti del racconto
Opere di XIX-XX secolo
Bibliografia
a cura di Alessandro Santini
LE FONTI DEL RACCONTO
I testi in latino sono riportati in libera traduzione a cura dell’autore; i testi in italiano sono citati alla lettera.
1.
Thomas Agni da Lentini, Vita Sancti Petri Martiris, curavit Donald Prudlo, “Medium Aevum Monographs”, Vol. XLII, The Society for the Study of Medieval Languages and Literature, Oxford 2022, p. 18 (II.viii, 1-4).
E anche se talvolta, come Marta, si dedicava con sollecitudine a servizi di ordine pratico, tuttavia, seduto ai piedi del Signore come Maria, non interrompeva mai i “colloqui divini”, né di giorno né di notte, tenendo il Vangelo di Cristo o qualche libro sacro sotto il braccio o sul petto o in mano, e sempre, quando poteva, meditando quello che leggeva o “ruminando” quello che udiva e imparandolo a memoria.
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Stefano Orlandi O.P., S. Pietro Martire da Verona. Leggenda di Fra Tommaso da Lentini nel volgare trecentesco con lettera di Fra Roderico de Atencia, Edizioni Il Rosario, Firenze 1952, p. 12.
Et avegna che alcuna volta a modo di Marta sollecitamente si desse a fare i servigi di fuori, impertanto a modo di Maria, la quale sedea a piedi del Segnore, né di dìe né di notte non cessava da parlare di Dio, portando il Vangelo di Cristo o alcuno santo libro sotto il ditello o nel petto o in mano, sempre leggendo quando avesse potuto, o pensando quello che avesse letto, o rugumando quello ch’avea udito e riponendo ne la memoria.
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2.
Gérard de Frachet, O.P., Vitae Fratrum Ordinis Praedicatorum, “Monumenta Ordinis Fratrum Praedicatorum Historica”, ed. Fr. Benedictus Maria Reichert O.P., Lovanii1896, pp. 238-239.
Una volta, incalzato da certe dispute e aspri conflitti con gli eretici, la sua mente cominciò a dubitare di alcuni articoli di fede. Ma quando si rese conto che si trattava di una suggestione del Maligno, si affidò alla preghiera e, steso a terra davanti all’altare della beata vergine Maria, con grande devozione iniziò chiederle mediante suo Figlio di liberarlo pietosamente da quella tentazione. Lievemente assopitosi durante l’orazione, udì una voce che gli diceva: “Io ho pregato per te, Pietro, perché la tua fede non venga meno”. Risvegliatosi a quelle parole, sentì immediatamente che quei dubbi che lo tormentavano erano completamente svaniti e in seguito, come riferì lui stesso, non provò più impulsi simili.
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Thomas Agni da Lentini, Vita Sancti Petri Martiris, curavit Donald Prudlo, “Medium Aevum Monographs”, Vol. XLII, The Society for the Study of Medieval Languages and Literature, Oxford 2022, p. 42 (III.i, 6-12).
Quando una volta, alquanto intimorito dall’incertezza degli eventi futuri, davanti all’altare della Beata Vergine affidava alla Vergine i suoi combattimenti, mentre si era assopito, a lui vergine rispose la Vergine allo stesso modo in cui, ormai vicino il combattimento (il tempo, altra lezione) della Passione, il figlio della Vergine già parlò all’altro Pietro: “Io ho pregato per te, Pietro, affinché non venga meno la tua fede”. Da quel momento in poi, una fede salda non gli consentiva di disperare, né un ardore instancabile di intiepidirsi, né l’esperienza di provare timore.
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Stefano Orlandi O.P., S. Pietro Martire da Verona. Leggenda di Fra Tommaso da Lentini nel volgare trecentesco con lettera di Fra Roderico de Atencia, Edizioni Il Rosario, Firenze 1952, p. 25.
Una volta essendo elli alquanto pauroso di non certani avvenimenti, che dovieno venire, raccomandando dinanzi a l’altarede la beata Vergine le sue battaglie ed essa Vergine, addormentato che fu questo vergine sì li fu risposto per la Vergine quella parola, la quale il Figliuolo de la Vergine, nel tempo de la sua passione, disse all’altro san Piero, quando disse: Io ò pregato per te, Piero, che non venga meno la fede tua. Onde nol lasciava la certana fidanza essere molto sparto, né ‘l gran fervore nol lasciava esser tiepido, né l’esperienza pauroso.
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3.
Raccolta di miracoli di Berengario (1316 c.)
Il Capitolo domenicano svoltosi a Londra nel 1314 promosse una nuova raccolta di miracoli di San Domenico e San Pietro Martire, disponendo che le testimonianze, per iscritto, dovessero essere inviate ai conventi di Bologna (per San Domenico) e di Milano (per San Pietro). Si lega a questa iniziativa la raccolta che prende il nome dal Maestro generale dell’Ordine di quegli anni, Berengario di Landorra, attestata da un unico testimone manoscritto di XV sec., il 1168/470 della Stadtbibliothek di Trier (Treviri), in Germania, appartenuto alla Certosa di Koblenz. La raccolta berengariana (collecta de mandato Berengarii) include i miracoli di San Domenico (ff. 124-133), pubblicati da Simon Tugwell nel 1997, seguiti da quelli di San Pietro Martire (ff.133-152). Tra questi, al f. 134, si legge la più antica testimonianza dell’episodio del Crocifisso che parla a Pietro Martire. Pubblicata negli Acta Sanctorum tramite i manoscritti di Ambrogio Taegio (ed. Godefroid Henschen e Daniel Papebroch, Antwerp 1675, Aprilis, Tomus III, p. 693, par. 24), viene qui tradotta integralmente dal codice di Treviri.
Per la trascrizione del testo, ringrazio sentitamente il dott. Marco Giacomo Bascapè, che mi ha aiutato con spirito di gratuità e amore per la cultura.
Come il beato Pietro martire nelle sue tribolazioni venne confortato dal Crocifisso
Al tempo in cui il beato Pietro martire pativa molte persecuzioni e sofferenze a causa della sua perseveranza e dedizione alla fede, per la quale ardeva profondamente, un giorno gli capitò di cadere in un così grande sconforto da non sapere più che cosa fare; e poiché è scritto che quando ignoriamo il da farsi non ci rimane che rivolgere i nostri occhi a te, quel giorno, presso Milano, con tutto il cuore, lacrime e lamenti, si prostrò davanti all’immagine di un Crocifisso e raccomandandosi a lui disse: “Signore Gesù Cristo, tu che conosci tutto, sai che non ho fatto niente per meritare di patire così tante sofferenze.” Subito gli rispose il Crocifisso: “Fra Pietro, e io che cosa ho fatto (Petre,et ego quid egi?) per patire il supplizio della croce? Ma abbi fiducia, perché io sono con te e tu verrai a me con la corona della gloria e dell’onore”.
Allora il beato Pietro, confortato da quelle parole celesti che avevano allontanato ogni angoscia, disse: “Tu sei il mio Signore, e io sono il tuo servo. Sia fatta la tua volontà”. E da quel momento in poi, senza provare più alcun timore, affrontò con animo saldo persecuzioni, minacce e anche il rischio di morire. Ma affinché queste cose non rimanessero sconosciute a causa dell’umiltà del beato Pietro, per rivelarle Dio si servì di testimoni degni di fede. Un suo devoto confratello, che se ne stava di nascosto alla porta del Capitolo vicino al beato Pietro, vide queste cose e udì la voce del Crocifisso che rispondeva al beato Pietro; un altro frate, poi, intento a pregare in infermeria, fu rapito in estasi e per grazia divina in quello stesso momento gli fu svelato quanto accadeva.
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4.
Galvano Fiamma (Chronica maior, 1344 c.)
Gundisalvo Odetto, La cronaca maggiore dell’ordine domenicano di Galvano Fiamma, “Archivium Fratrum Praedicatorum”, vol. X (1940), pp. 297-373. Il passo citato, nell’originale latino, è a p. 325.
(Milano, convento di S. Eustorgio) Nell’anno del Signore 1229 (…) fu eretto il chiostro e un piccolo dormitorio con sotto un piccolo capitolo in cui si trovava un’immagine del Crocifisso, che alcune volte parlò al beato Pietro Martire.
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5.
Sermone di Leonardo da Udine (1446 c.)
I due passi, in latino, sono riportati in Antoine Dondaine O.P., Saint Pierre Martyr. Études, “Archivium Fratrum Praedicatorum”, 23 (1953), pp. 156-157 (note 60, 61); sono tratti dai Sermones aurei de sanctis di Leonardo da Udine, i cui testimoni sono censiti in Thomas Kaeppeli O.P., Scriptores Ordinis Praedicatorum Medii Aevii, Roma 1980, vol. III, p. 84, n. 2874. Cfr. anche Donald Prudlo, The Martyred Inquisitor: The Life and Cult of Peter of Verona, Ashgate, Aldershot 2008, Ed. Kindle, p. 28 (con n.72).
Così il beato Pietro Martire, perseguitato duramente dagli eretici e soprattutto dai suoi confratelli, che lo avevano accusato presso il padre provinciale di aver compiuto a Bologna grandi e gravi oscenità a loro disonore, come amara penitenza fu costretto ad andarsene a Jesi. Vedendo poi che a Jesi abbondavano le eresie e non riusciva a contrastarle come avrebbe desiderato, pregando in lacrime davanti al Crocifisso disse: “Signore, tu che conosci tutto prima che avvenga, sai bene che non ho fatto niente di ciò di cui mi accusano falsamente. Pertanto, disperdili e dona la pace a coloro che sperano in te, affinché i tuoi servi siano trovati fedeli. Allora il Crocifisso si voltò dall’altra parte e disse: “E io, Pietro, che cosa ho fatto di male (Et ego, Petre, quid feci?)?”. E così ne fu confortato.
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Così il beato Pietro Martire pregava con molta devozione davanti a un Crocifisso con queste parole: “O Dio, restauratore e amante dell’innocenza, dirigi a te i cuori dei tuoi servi, affinché, con il fervore originato dal tuo Spirito, siano trovati stabili nella fede e efficaci nelle opere”; ed ecco che, mentre affidava alla Vergine la propria verginità e le proprie lotte, udì la Beata Vergine, accompagnata da due fanciulle, che gli diceva: “Io ho pregato per te, Pietro, affinché non venga meno la tua fede”. E venne subito accusato davanti al priore di avere conversato tutta la notte con delle donne. Poi, però, ne fu scagionato e l’onta cancellata.
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6.
Chronicon (o Summa Historialis) di Sant’Antonino Pierozzi (1439-40; 1455 c.)
Il testo di Antonino, tramite i manoscritti di Ambrogio Taegio (1500 c.), è riportato senza il nome dell’autore negli Acta Sanctorum, ed. Godefroid Henschen e Daniel Papebroch, Antwerp 1675, Aprilis, Tomus III, (XXIX Aprilis) De S. Petro Martyre, p. 689, par. 6. Per la traduzione, ho confrontato il testo degli Acta Sanctorum con quello del Chronicon seu Opus Historiarum, Nuremburg, Anton Koberger1484, Parte 3, Titolo XXIII, cap. VI, par. 3, riscontrando minime varianti.
Questo santo era meravigliosamente puro e umile, e per questo a volte, quando pregava, alcune sante vergini dalla loro patria celeste scendevano a fargli visita e conversavano amichevolmente con lui. Fu così che, durante la permanenza in un convento dell’Ordine di una certa città, accadde che, mentre stava pregando nella sua cella, alcuni frati che passavano lì vicino sentirono provenire dall’interno diverse voci di persone e decisero di scoprire chi fossero. Origliando, udirono voci femminili e, come chi è poco spirituale, pensarono che nella cella ci fossero delle donne.
Per la qual cosa, con tanto di testimoni, lo accusarono in Capitolo davanti al Priore; infatti, per quanto fosse giusta la ragione, vuoi per confessarle, vuoi per dare loro doverosi consigli, introdurre donne nel dormitorio, anche se rispettabilissime, era giudicato un sacrilegio.
Chiamato dal Priore, frate Pietro si alzò in mezzo agli altri e fu interrogato su quell’accusa, ma non diede spiegazioni, sia perché non sembrasse che volesse vantarsi dei colloqui con le sante Vergini, sia per non contrapporre la propria parola a quella di molti. Non confessò di avere ammesso donne nella sua cella, come loro sostenevano, ma in silenzio si stese a terra al centro del Capitolo come a implorare il perdono, dicendo: “Chi può affermare: Sono mondo dal peccato e non ho bisogno di essere perdonato?”
Il Priore lo rimproverò aspramente per avere osato introdurre donne nella sua cella, anche se oneste, soprattutto perché, oltre al pericolo spirituale, ne sarebbe potuto derivare un grandissimo disonore per il convento. Pensava forse che lo avesse fatto più per imprudenza e semplicità di cuore che per lascivia: fioriva allora l’Ordine dei Predicatori e ogni lascivia era bandita.
Il Priore ordinò dunque a frate Pietro di lasciare quel convento e di recarsi nel convento domenicano di Jesi, nelle Marche, e di rimanervi come in esilio, per imparare a non scandalizzare i conventi con simili imprudenze. Pietro abbassò il capo e, pur innocente, accettò con umiltà quella penitenza, si mise in cammino e andò a vivere dove gli era stato ordinato.
Una notte, mentre pregava con grande devozione davanti ad un Crocifisso, per quell’ingiustizia fu preso da turbamento e vergogna, che lo affliggevano così tanto da lamentarsene con il Crocifisso: “Mio Signore, tu sai che sono innocente, perché hai permesso che fossi giudicato in questo modo?”. Il Crocifisso gli rispose: “E io, Pietro, che cosa ho fatto di male (Et ego, Petre, quid feci mali?), perché, con così grandi oltraggi e offese, fossi condannato alla croce? Perciò impara dal mio esempio a sopportare ogni cosa con animo sereno e paziente.”
Queste parole lo confortarono e consolarono mirabilmente. Col passare del tempo, fu riconosciuto il grave errore di coloro che, ingannandosi, scambiarono le vergini della patria celeste per donne di strada. Ancora oggi, il Crocifisso di quel convento è oggetto di rispetto e venerazione.
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7.
Francesco da Castiglione (1471-72)
Il manoscritto della Vita Sancti Petri Martyris de Ordine Fratrum Praedicatorum di Francesco da Castiglione è conservato alla Biblioteca Nazionale di Firenze, nel codice MS Conventi Soppressi J. VII 30, cc. 1r–15v. Di seguito, tradotte per la prima volta, le cc. 10v – 11r.
Il Beato Pietro aveva un’indole tanto mite, una così grande semplicità di cuore e una pietà innata che spesso, quando pregava nella sua cella, erano solite scendere a conversare con lui alcune sante Vergini che abitano il Cielo, come Agnese, Lucia, Agata, Cecilia. Accadde una volta che alcuni frati udirono quel parlare e pensarono che ci fossero delle donne, e forse neppure oneste. Lo accusarono pubblicamente nell’assemblea dei frati, chiedendogli perché avesse osato compiere un’empietà tanto grave facendo entrare senza esitazioni alcune donne in convento (all’epoca, infatti, in tutt’Italia questo ordine seguiva la più stretta osservanza religiosa).
Il sant’uomo, non volendo né potendo negare quanto avvenuto – quelle voci femminili, infatti, erano state udite da molti frati – rispose di avere avuto sante conversazioni con vergini sante. Al che il priore biasimò aspramente l’accaduto e gli ordinò di ritirarsi nel Piceno, in un altro convento.
Se ne partì umile e sereno, con la coscienza pulita. Eppure, ripensava spesso a quanto fosse immeritata l’onta che aveva subito e se ne lamentava, a volte con se stesso, a volte con un Crocifisso posto in chiesa, dicendogli:
“Perché, Signore, hai permesso che, senza aver fatto niente di male, fossi giudicato così ingiustamente?”. Gli rispose il Crocifisso, come poi avrebbe rivelato lo stesso Beato: “E io, Pietro, che avevo fatto di male per essere condannato a subire oltraggi e offese, e poi ad essere inchiodato alla croce?”. Immediatamente, quelle parole scacciarono ogni angoscia dal suo animo e la stessa Parola che aveva reso stabili i cieli, rese il suo cuore più forte alla sopportazione. Non molto tempo dopo, fu chiaro a tutti che quei frati, ingannandosi, avevano riferito falsità.
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8.
Giovanni Garzoni (edizione di Leandro Alberti, 1517)
La Divi Petri Veronensis Vita per Ioannem Garzonem (di Giovanni Garzoni) fu inclusa da Leandro Alberti nel De Viribus Illustribus Ordinis Praedicatorum libri sex in unum congesto autore Leandro Alberto Bononiensi viro clarissimo, pubblicato a Bologna nel 1517. Il brano qui tradotto è a p. 54. Sul manoscritto originale di Garzoni v. Donald Prudlo, The Martyred Inquisitor: The Life and Cult of Peter of Verona, Ashgate, Aldershot 2008, Ed. Kindle, p. 28 (con n.75).
Como è una nobilissima città fondata dai Liguri. Nelle sue vicinanze sorge un convento consacrato a Giovanni il Battista. Pietro, che vi abitava, stava recitando l’Ufficio Divino, quando nella sua cella apparvero tre vergini che vi erano giunte scendendo dal Cielo: Agnese, Caterina, Cecilia. Ritengo che ciò sia avvenuto non per scelta umana, ma per volontà divina.
Nella stessa cella, su una parete, era un’immagine di Cristo crocifisso, d’aspetto così bello da catturare l’attenzione e che sembrava essere stata eseguita dalla raffinatissima arte di Apelle. Pietro, in lacrime, prostrandosi ai suoi piedi chiedeva perdono dei suoi peccati.
Il fatto fu subito portato a conoscenza del Priore, che, profondamente scosso, fece chiamare i padri ed espose la questione. L’esito fu che a Pietro venne ordinato di partire immediatamente per la città di Jesi, e non mancò di rispettare la loro volontà.
Dimorava a Jesi da diversi giorni, quando si gettò ai piedi di un Cristo dipinto in chiesa da non so quale pittore, e si narra che pronunciò queste parole: “O Cristo ottimo massimo, ma quale azione malvagia ho concepito? Di quale colpa mi sono macchiato? In quale turpe misfatto sono caduto? Perché sono stato obbligato a partire per questa terra? Ho commesso qualche empietà contro la vita religiosa?”. Mentre parlava così, le lacrime gli solcavano il viso. Si abbandonava a questi lamenti, quando quella santissima immagine, di cui ho parlato, pronuncio queste parole: “Sono disceso sulla terra perché foste salvi e incolumi, e vi insegnassi la giustizia. Di quale crudeltà è stata usata nei miei confronti, di quali tormenti e di quale morte abbia sofferto, tu sei il migliore testimone. Tutto questo è narrato nei testi. Di quale empietà ero colpevole, in quale colpa ero incorso? In quale cattivo proposito ero caduto?”. Detto questo, non aggiunse altro. Al che Pietro pose fine ai suoi lamenti.
Dopo pochi giorni questi fatti apparvero in sogno al Priore mentre dormiva. Perciò avvenne che Pietro fu richiamato nella città di Como. Forse a qualcuno quanto detto desterà meraviglia. E dirà che non è possibile che sia accaduto.
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9.
Giovanni Antonio Flaminio (1529)
Traduzione da Giovanni Antonio Flaminio, Divi Petri Martyris ex Ordine Praedicatorum Vita et Res Gestae, in Vitae Patrum inclyti Ordinis Praedicatorum, Bologna 1529, p. XCVII r-v).
Un giorno il santo, da giovane, si trovava nella sua camera (i cenobiti le chiamano celle). Mentre era assorto in preghiera, giunsero da lui tre vergini scese dal Cielo, e conversavano con lui. Alcuni religiosi che passavano di lì sentirono parlare più persone con voci femminili; convinti che ci fosse un incontro con ragazze mortali, e ritenendolo un fatto disdicevole, andarono subito dal priore del convento e riferirono ciò che avevano udito. Anche lui ne fu ingannato, prestando fede con troppa superficialità, e convocò immediatamente i padri, secondo le consuetudini. Alla presenza di tutti, disse al beato Pietro che cosa gli era stato riferito su di lui, e chiamò i testimoni. Accusato, e aspramente rimproverato, non negò né ammise, ma inginocchiatosi disse di essere un peccatore e chiese perdono. Tutti si stupirono dell’indegnità e della vergogna del’accaduto, soprattutto perché fino ad allora lo avevano reputato degno di grande onore. Allora il priore gli disse: “Hai osato compiere un’azione così turpe, per di più in convento, e ti sei reso indegno della nostra compagnia, te ne andrai lontano da qui nel convento di Jesi”.
Se ne andò con fermezza d’animo sopportando una tale infamia. Come in esilio, dunque, una notte in cui era turbato da quell’onta, trovandosi in chiesa davanti all’immagine di Cristo che pendeva dalla croce, se ne lamentava dicendo: “Perché, Signore Gesù, hai permesso che il tuo servo innocente fosse colpito da una infamia così grande?”. Cristo rispose per mezzo di quell’opera: “E io che cosa ho fatto per subire così grandi oltraggi e per morire vergognosamente appeso alla croce?”. Da questo, Pietro, se non lo sai già, impara a sopportare gli oltraggi e la vergogna”. Dopo queste parole, il giovane santo abbandonò la tristezza e, anzi, iniziò a rallegrarsi con Cristo di quella sua vergogna, che tuttavia, non molto tempo dopo, si mutò in grande onore e gloria, quando la sua innocenza e integrità furono conosciute per volere di Dio e rese note. Quella sacra immagine di Cristo è stata poi molto onorata e venerata dagli abitanti di Jesi.
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10.
Serafino Razzi (1572)
Il Viaggio per la Marca, Romagna e Lombardia di Serafino Razzi è pubblicato integralmente inSerafino Razzi, Diario di viaggio di un ricercatore (1572), introduzione e note di Guglielmo Agresti O.P., “Memorie Domenicane”, Nuova Serie, Numero 2, 1971. Alle pp. 99-130 si trova il Viaggio di Bologna a Milano a San Pietro Martire; nel cap. XL, domenica 14 settembre 1572 Razzi arriva a Como e soggiorna nel convento “chiamato san Giovanbatista, posto alle radici del monte verso Milano, in luogo rilevato, donde può dalla finestre contemplare la vicina città con parte del circostante lago”(p.127). Di nostro interesse, alcuni passi dal cap. XLI, pp. 129-130.
Il lunedì, a XV di settembre 1572, osservai il grave e divoto modo di officiare e di salmeggiare di questi padri di Como. E celebrai la sacra messa nella bellissima cappella di san Pier martire, in cui si vede una tavola ricchissima di adornamenti, di colori e d’oro, in cui sono intagliate in legname le principali azzioni di detto santo martire a figurine piccole: e dai lati quando gli apparvero quelle tre sante vergini, quando sentì dirsi al Crocifisso: Et ego Petre quid feci! , quando fa la dipartenza dai frati per ire a Milano e quando fu martirizato; nel mezzo poi della tavola è una bellissima Donna col figlio in braccio et un san Pier martire ginocchioni le sta ai piedi: e sono figure grandi al naturale, con oro e con colori adorne. Et alla destra dell’altare, in detta cappella tutta dipinta della vita del santo, si vede il sepolcro di un vescovo con questa iscrizione: Reverendissimus Umbertus Vercellensis Comensis episcopus qui divi Petri martiris tempore in humanis agebat hac clauditur urna. Visitai questo giorno la cella di san Pietro Martire, hora divoto oratorio, con questa iscrizione latina, cioè:
Cella fui Petri, quam spectas, martiris almi./ Cum ferit eretico pariter hicque prior,/ Ecce truces ictus subiit inde vulnera, mortem:/ Eius nunc meritis me venerare sacram.
Ove è da notare che, quando san Pier martire fu occiso per la fede, non solamente era inquisitore generale, ma eziandio priore di questo convento di Como, e detto oratorio era allhora la sua cella: quivi dormiva, quivi studiava,quivi orava privatamente, quivi si dava la disciplina. Interceda hora per noi peccatori, suoi servi e figliuoli. Amen.
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11.
Serafino Razzi (1577)
Serafino Razzi, Vita di San Pietro Martire, in Vita de’ Santi, Beati e Venerabili del Sacro Ordine dei Predicatori, così uomini come donne, Firenze, Semartelli 1577, 1588.
Tanta era la purità di questo santo, che fino alle sacre vergini di cielo, da quella attratte, seco in terra venivano a conversare. Onde ritrovandosi una volta nel convento di san Giovanbattista, presso alla città di Como, e solo in cella orando, gli apparvero tre sacre vergini di paradiso, Agnesa, Caterina e Cecilia, e seco di cose santissime si misero a ragionare. Perché essendo sentito da’ frati, e accusato in capitolo davanti al priore d’haver condotte in dormitorio donne, contro l’ordinazioni e instituti della religione, egli che per umiltà non volle palesare che fussero sante, niente rispondendo all’accusa si buttò in terra, e fece la sua venia dicendo d’haver peccato; e il Priore lo riprese duramente, e ancorché per conoscer la bontà sua, ciò imputasse a semplicità, e non a malizia o lascivia, volle nondimeno, per esempio de gl’altri, che non andasse del tutto impunito. Onde levandolo di quel convento, lo mandò in penitenza nel convento di Iesi nella Marca d’Ancona. Nel quale luogo ritrovandosi, una notte, mentre era in orazione gli venne in memoria la confusione e esilio che a torto pativa, per lo che, secondo la sensualità favellando, si lamentava davanti alla imagine d’un Crocifisso, così dicendo: Signor mio tu sai che di quanto son stato accusato io sono innocente, e che non mai l’animo mio, per tua grazia, di pensieri immondi ho macchiato. Perché dunque hai permesso, che io sia in questa guisa infamato e punito immeritatamente? A cui la imagine del Crocifisso così rispose: Et io, Pietro, che male o peccato feci per cui meritassi con tanti obbrobrii e contumelie essere a morte giudicato? Impara adunque con l’esempio mio a sopportare con pacienza ogni avversità. Da quelle parole, essendo il santo meravigliosamente consolato, non molto dopo la innocenzia sua fu scoperta,e si seppe per tutti che quelle furono vergini di patria, e non donne di via, come infino all’hora era stato creduto. Et si vedeva già in detta chiesa la sopranominata imagine del crocifisso, e in molta venerazione da i Iesini era tenuta. Ma essendo poscia col tempo stata portata via, un’altra a quella somigliante hoggi vi si conserva con honore. Et è quella città molto devota di questo santo.
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12.
Ferdinando del Castiglio (1589)
Ferdinando del Castiglio, Dell’Historia generale di S. Domenico et dell’ordine suo de’ Predicatori, composta per il molto rever. Padre M.F. Ferdinando del Castiglio in lingua castigliana, e poi tradotta nella nostra italiana lingua dal Reverendo Padre F. Timoteo Bottoni, Parte prima, in Venetia, MDLXXXIX, Appresso Filippo Giunti.
Il testo è tratto dal cap. XXI, De le rare virtù di San Pietro martire, e specialmente de la patientia sua ne le avversità, pp. 242-244.
(…) La oratione sua era ferventissima, la verginità poi, e la purità, che fiorivano dentro a quell’anima, operavano, che le sue considerationi, e contemplazioni fussino più spirituali, e più vive; perché i diletti del senso sono assai grossi, né possono aggiugnere a le cose divine, né anco l’intelletto ha in se l’acutezza, che bisogna per penetrarle, quando non conserva in se stesso così ricco dono di Dio, quale è la Castità non solo esteriore del corpo, ma interiore anco de l’anima. Ha questa virtù (dice San Girolamo) parentado grande con gli Angeli; perché vivere in questa carne senza pensieri di carne, non è negotio humano, anzi divino, e celeste. Onde il nostro San Pietro havea già cominciato a godere in questa vita il frutto, che ne l’altra godono tutti i Santi, de’ quali era già esso tenuto per familiare, e compagno loro, e bene spesso gli apparivano, gli parlavano, lo consolavano, e l’accarezzavano.
Onde accadde un giorno nel Convento di San Giovanni Battista poco fuori de le mura di Como; che facendo egli oratione in cella sua con quello affetto, che era solito, scesero di Cielo in terra per visitarlo le gloriose Sante Agnese, Caterina e Cecilia, e non altrimente, che se questo Santo si fosse trovato alhora in Cielo, dove era la stanza loro, cominciarono a ragionare insieme di cose celesti con tanta sicurtà, e con la voce si alta, che passando di lì alhora un Frate, pensò, che fosse quello, che non poteva essere, cioè, che quelle fussino donne ordinarie di questo mondo; e che per la poca religione di F. Pietro gli fussino entrate fino in cella. E ebbe più forza questa temeraria, e sciocca imaginatione ne l’animo di questo buon Frate, che i miracoli, e la santa vita del suo fratello. Onde senza altro discorso corse al Priore; e con quella maggior efficacia, che haria dovuto farsi quando fosse stata vera quella sua stoltissima fantasia, accusò il santo Fra Pietro, che contra le constitutioni de l’ordine, e contra l’honestà, e solita clausura de la Religione havea permesso, che alcune donne fussino entrate in cella sua. La quale accusa fece egli publicamente in Capitolo, secondo lo stile antico de la Religione. Onde tanto più si può considerare, di quanto scandalo questo fosse, e con quanta infamia de la persona, e del buon nome di quello servo di Dio. Faceva dunque ciascheduno sopra di questo varij discorsi, e chi manco male ne parlava, veniva a concludere, che per il meno egli era stato in questa parte molto indiscreto; e havea dimostro pochissimo cervello, né bisogna punto dubitare, che da i più non fosse tenuto per questo un grande hipocrita, un dishonesto, e un pessimo religioso. (…) Hora il santo F. Pietro, ancor che havesse in favor suo il testimonio de la propria conscienza (del quale in tutte le occorrenza non può trovarsi il migliore) nondimeno restò alhora molto smarrito, e tutto confuso di una falsità così grande. Non volse però egli far’altro in difesa sua, che prostrarsi in terra subito quanto era lungo, secondo la cerimonia usata ne la Religione quando chiede perdono dei suoi difetti un Frate, il quale accusa se stesso; overo quando da altri viene accusato di qualche fallo. Il Priore lo riprese in presenza di tutti molto severamente; senza proceder però al gastigo rigoroso de le Constitutioni, perché veramente s’imaginò, che fosse innocente; e che tutto fosse accaduto per una certa trascurataggine, e senza malitia alcuna, perché la vita sua innocentissima veniva in questo caso a scolparlo grandemente. Con tutto ciò mandollo poi quasi come prigione nel Convento di Iegine la Marca d’Ancona, e il santo huomo obedì senza replica a quanto gli fù comandato.
Onde stette quivi in penitenza, e con poco honor suo di molti giorni; non potendo fare, che non sentisse la gravezza di quella infamia, e che non gli premesse molto quella iattura, che si trovava haver fatta del proprio honore, perché non ricerca Dio da’ suoi servi, che siano insensibili, come pietre; ma patienti, come huomini. (…) Stavasi dunque un giorno questo Santo religioso in Chiesa tutto afflitto ne l’animo davanti a la imagine d’un Crocifisso. Onde gli venne in concetto di dolersi un poco seco, e consolarsi anco con la presenza sua, come del maggiore amico, c’havesse; e come di quello, che sempre più che da padre si era portato con esso. Onde prese a dirgli queste parole: “Signore, non sapete voi la innocenza mia in questo, di che sono stato accusato? Perché dunque sopportate voi, ch’io patisca si grande infamia senza mia colpa?”. A lequali parole tanto tenere, e compassionevoli rispose alhora il Salvator nostro da quella Croce, dicendo: “Et io Fra Pietro, per qual colpa mia hò meritato di patir tante pene, quante qui ne hò patito? Impara tu da me ad haver patientia ne le avversità, che ti occorrono, e sopporta con l’essempio mio il travaglio tuo, poi che non si può comparare al mio”. De lequali parole restò quel Santo consolatissimo, e haria havuto alhora egli per buon partito di vedersi trattato assai peggio; né haria cambiato quel suo affronto con tutti gli scettri, e con tutte le corone del mondo. Non volse però il Padre di misericordia, che la tribulatione di questo suo servo procedesse più oltra. Onde poco dopo ordinò, che quello segreto, ilquale era tenuto molto occulto dal santo Fra Pietro martire, senza farne parte ad alcuno, si manifestasse, e che da quell’hora in poi egli fosse più honorato, che non era mai stato in tutto il tempo de la sua vita.
Et infino a questi nostri tempi si conserva con molta veneratione nel Convento di Iegi quel santo Crocifisso, e insieme la memoria di San Pietro martire, la quale è molto celebre in tutta quella Terra, rinovandosi spesso, col narrare a tutti quelli, che vi capitano, la causa di si honorata prigione. Vedere alhora quel santo Religioso era un vedere il Patriarca Giosef, che accusato d’adulterio, per esser casto, fu posto in un stretto carcere, donde poi fù tratto da Dio per farlo capo di tutto il regno grande di Egitto.
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13.
Arcangelo Mancasola d’Asola (1596)
Fr. Arcangelo Mancasola, La vita, imprese, martirio e alcuni miracoli del Glorioso S. Pietro Martire dell’ordine de’ Predicatori, in Como, Per Hieronimo Frous, 1596.
Il testo è tratto dal Cap. VII: Del ragionamento c’hebbe san Pietro Martire con tre sante vergini scese dal Cielo nella sua cella, nel Convento di S. Giovanni di Como, pp. 26v-29r.
Era così favorito dalla divina benignità il servodiDio S. PietroMartire,e fatto celebre per il miracolo operatosopra quelindiscreto epazzo giovane, che non potevasatisfare, e supplireal grandissimo concorso de popoli, ch’egli haveva della Città, e terre vicine di Fiorenza; per il che i Padri dell’ordine lo levarono da quella Città, e lo assignarono nel Convento di S. Gio.Battista di Como; nel qual luogo seguendo le sue solite astinenze, e macerationi, e domando la carne, più che umanamente se poteva, per conservatione del santo thesoro della virginità, tanto a lui cara, egelosa , e tanto grata aDio, e agliAngeli, e santi per l’imitatione della vita pura, e incorrotta, che fanno in Cielo; egli meritò più volte stando in cella sua la celeste famigliarità de gli Angeli, e di sante Verginelle.
Occorse donque, che essendo egli nel detto Convento, e per l’ardentissima charità, e purità di cuore, e assidue contemplazioni ch’egli haveva con Dio donato di rari gusti spirituali, e facendo egli oratione in cella sua con quell’affetto ch’era solito, scesero dal Cielo in terra per visitarlo, le gloriose sante, e vergini, Agnese, Cecilia, e Catherina; e non altrimente, che se questo santo si fosse trovato all’hora in Cielo con loro, cominci orno à ragionare insieme di cose celesti, con tale famigliarità, e voce sì alta, che passando in quel ponto un frate, e udendo le voci di donne dall’uscio un poco aperto, pensò che quelle fossero donne ordinarie di questo Mondo, quali per la poca religione di Fra Pietro gli fossero entrate fino in cella, e mosso da sciocco zelo, e da falsa imaginatione, l’accusò al Priore pubblicamente in Capitolo, che contra la solita clausura della Religione haveva permesso, che alcune donne gli fossero andate in cella; il che sentendo Fra Pietro presente nel Capitolo, tutto smarrito e confuso d’una sì falsa imputazione, havendo il testimonio della propria conscienza in contrario, non fece altra difesa, né risposta, che prostrarsi in terra subito quanto era longo (secondo la cerimonia usata nella religione, quando un frate accusa se stesso, e chiede perdono de suoi difetti) e il Priore lo riprese severamente alla presenza di tutti, non però lo castigò secondo il rigore delle constitutioni, tenendo che ciò fusse stato senza malitia, per la vita innocentissima che lo scolpava, con tutto ciò lo mandò quasi come prigione al Convento di Jesi, nella Marca d’Ancona; pigliò umilmente à far l’obedienza il santo Fra Pietro, e arrivò, e stette quivi in penitenza nel Convento di Iesi molti giorni, con poco honor suo appresso il Mondo, e sentendo egli al cuore la gravezza di questa infamia, e iattura dell’honor suo, perché non conviene à santi essere insensibili come pietre, ma patienti come huomini nelle ingiurie che ricevono, avvenne che trovandosi egli un giorno nella Chiesa di quel Convento con tale afflitione, e apprehensione dell’honor suo; posto in oratione, cominciò con grave doglia à ragionar verso l’imagine d’un Crocifisso, come con il maggior amico ch’egli havesse, con dire: “Signore sapete pur voi l’innocenza mia di quanto son accusato, e perché supportate voi ch’io patisca così grave infamia?”. A’ quali parole sì tenere, e compassionevoli rispose il benignissimo Salvatore da quella Croce dicendo: “E io Fra Pietro per qual colpa mia ho meritato patir tante pene? Impara tu da me ad haver patienza, e sopporta con l’essempio mio il travaglio tuo, che non si può comparare al mio”. Alla qual risposta restò consolatissimo il santo, né haveria cambiato all’hora quel suo affronto con tutti i scetri, e corone del mondo, havendo provato in se la divina protettione nell’esilio, e prigione, come provò il Patriarca Gioséf infamato dell’adulterio falsamente; e piacque alla divina bontà di far manifesto questo suo ragionamento havuto con il santo Fra Pietro; onde da quell’hora in poi fu honorato, e stimato più di quello che era stato per innanzi, e quel santo Crocifisso fu tolto in speciale venerazione, nella qual si conserva ancora à nostri tempi, per degna memoria di san Pietro Martire. Dalche appare quanto la bontà di Dio favorì il suo servo per mezzo di quella infamia, e tribulatione, e che fu special gratia sua, che sentisse quella passione nell’animo, della falsa imputazione, per haver poi ottenuto così grata consolazione, e reintegrato d’avantaggio la suo riputazione talmente, che fu fatto Priore poi nell’istesso Convento di Iesi, dove vi fece far una campana, che vi è ancora à tempi nostri, qual è fatta sonar spesse volte da molti per devotione, à segni dell’Ave Maria, e specialmente per le donne, che stanno per partorire, come anco per i tempi cativi dalla qual devotione ne ricevono il beneficio desiderato.
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13 bis.
Di nostro interesse è anche un passo del cap. XVIII: Delle memorie, che lasciò il glorioso S. Pietro Martire in questo Convento, e della santa virginità ch’egli tanto commendava, pp. 67v-68v.
E la cella del S. Prelato Pietro Martire, era quella, che è posta in fronte del dormitorio da basso, contiguo alla Chiesa di S. Giovanni, che dal suo nome si chiama dormitorio di S. Pietro Martire, quale è posta tutta à pittura de’ suoi atti miracolosi, con l’altare ove si è solito à celebrare tal volta la santa messa per divotione delle persone a quel santo luogo riceto d’un tal servo di Dio, e bisogna dire che sia l’istessa cella quando che già da giovane stava nell’istesso convento di S. Giovanni, e che gl’apparvero visibilmente quelle sante vergini Agnese, Cecilia, e Catherina à ragionare con lui, per la memoria, e devotione, che doveva havere à quella cella, che fu albergo de tali, e celesti personaggi, e così la elegesse ancora per sua cella, quando vi ritornò prelato, sì perché questo argomenta ancora la pittura di detta apparitione fatta in quella cella; quale pittura contiene tutto il dissegno di quella camera, per il che merita duplicatamente essere tenuta in riverenza, e singolar divotione, anzi è solita casa di oratione de i timorati religiosi di questo convento, e quanto più si frequenta à orare in quella santa cella tanto più fa accrescere la devotione à visitarla spesso, non solo per la propietà della devota oratione, (…) ma etiandio per i meriti di quel santo che l’ha abitata (…).
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14.
Fr. Giovanni Michele Piò O.P. (1607)
Fr. Giovanni Michele Piò Bolognese Lettore Teologo Domenicano, Delle Vite de gli huomini illustri di S. Domenico, Parte prima, in Bologna, appresso Gio. Battista Bellagamba, MDCVII, p. 317.
Hebbe molta famigliarità con gli Angeli, e fu sovente consolato, e accarezzato da loro. Fu visitato talhora da i Santi, ed in speciale dalle Beate Verginelle, Agnese, Caterina, e Cecilia, che stando una volta con esso in Como a ragionare di cose celesti, furono stimate, da un troppo incauto religioso, donne del mondo, onde accusato in pubblico capitolo alla presenza de i Frati, che nella propria cella havesse havuto comercio con donne (avesse trattato con donne, 2a ed.), humile si prostrò a terra avanti il Prelato, né accusando, o scusando se stesso, fu fieramente ripreso, e corretto, ma castigato non già, che la preceduta innocentissima vita di lui fu freno al Prelato di non precipitare. Fu mandato però come in esilio a Jesi Città della Marca d’Ancona, ove considerando l’infamia, mirabilmente s’afflisse, e pia, e vivamente si duolse, con un Crocifisso ancora, da cui le fu risposto, e io ò Pietro, che feci, e pure fui sì malamente trattato? Soffri ancor tu, che il tuo travaglio non si può agguagliare al mio. Si consolò allhora, e lieto sofferse il tutto.
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15.
Don Vincenzio Giliberto (1609)
Don Vincenzio Giliberto, La Città d’Iddio Incarnato. Sopra il Salmo Magnus Dominus, in Brescia, Appresso Francesco Tebaldino, 1609 (anche Venezia 1604; Modena 1608), Lezione ventesimaquinta, par. 30, p. 318.
Torna bene al proposito mio quello, che à S. Pietro Martire, gloria e splendore della Religione Domenicana avvenne. Stava egli una volta in Melano entro la sua povera cella tutto solo orando; ed ecco tre Verginelle sante, Agnese, Caterina, e Cicilia, scesono di Cielo à visitarlo, e cominciarono à ragionar della beatitudine, che si gode in Paradiso, e à celebrar la bontà, la beltà, e la magnificenza del celeste Sposo, ma con tal libertà, e con voce si alta, come se niuna differenza fosse fra la sua cella, e ‘il Cielo: s’abbatté per avventura a passare per quindi un frate, il quale sentì le voci, e vide le Sante; e stimando, che donne elle fossero di questo mondo, né ricordandosi, ch’è proprio nome, e proporzionato all’uficio di Satan, a Accusator fratrum (Apoc. 12.10); corse di presente à dirlo al Priore, il quale troppo più, che non conveniva, fù presto à dargli fede, né pensò alla sentenza del Savio; Qui credit cito, levis corde est (Eccli. 19.4). Indi fretoloso chiamò capitolo, fece comparir Pietro, rimproverogli il fallo, gli diede severa penitenza della colpa non vera, e fu accettata dall’innocente reo senza scusa, o difesa: e dopo alcuni mesi fù mandato alla città di Iegi, ove stando egli prigioniere, né altra licenza avendo, che d’udir la Messa: una mattina fu in coro per udirla, e avvenne per volontà d’Iddio, che indugiò il sacerdote à entrare all’altare, e venutogli intanto guardato un Crocifisso, il quale gli era dirimpetto, si compunse mirandolo, e proruppe in queste parole: Et tu Domine usqueque? ecco, o Signore, tu vedi, dove io mi sia giunto: sono disonorato, privo di libertà, scacciato dall’altare; e pure sai che innocente sono, che feci io, o sommo Giudice, che così mi condanni? ed ecco il Crocifisso parlò, e così gli rispose: Et ego, Petre, quid feci? ah Pietro ti lamenti, che innocente patisci; se’ tu forse più innocente di me? ti lamenti, che se’ disonorato; se’ tu forse disonorato più di me? Et ego, Petre, quid feci? A queste pietose parole tutto s’intenerì il cuore del Santo, e dirottamente piangendo, appena ardiva di alzar l’occhio à mirare il suo Signore; ma pentito e addolorato, accusando gravemente se stesso , diceva: Ah Redentor mio, è piccola questa mia pena, aggiugnici pure tutte l’ingiurie del mondo; Omnia tormenta diaboli veniant super me, tantum Christo fruar; e sia mio Paradiso il patir Croce in terra per amore di te, acciocché goda poi teco eternamente nel Cielo. AMEN
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16.
Raccolta delle Vite de’Santi (1675)
Raccolta delle Vite de’Santi, Che si dispensano per Avvocati e Protettori in ciascun Mese dell’Anno a’ Fratelli dell’Oratorio di S. Filippo Neri di Bologna, in Bologna, MDCLXXV, Parte prima.Il testo è tratto da S. Pietro Martire (29 aprile), p. 310.
(…) visse con tanta perfettione, che meritò d’essere visitato da tre Sante Vergini, Agnese, Caterina e Cecilia, con le quali mentre nella propria cella discorreva, fu osservato da un altro religioso, il quale credendo, che quelle fossero Donne terrene, mosso da buon zelo, l’accusò in pubblico Capitolo. Hora il Santo, per non iscusarsi, e per non palesare i favori celesti, altro non fece per sua difesa che, prostrato in terra, confessare d’essere un gran peccatore. Fù dunque per questa sua apparente confessione mandato come in esilio al Convento di Iesi nella Marca d’Ancona, dove dopo una lunga pazienza, dolcemente querelandosi avanti ad un Crocifisso, disse: Signore, perché non difendete la mia innocenza? E subito sentì dirsi da quel Crocifisso: Et io, Pietro, che peccato hò fatto, e pure sonostato posto in Croce? Restò à quelle parole confuso, e consolato insieme, e poco dopo si manifestò la sua innocenza.
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17.
Tommaso Auriemma (1680)
Stanza dell’anima nelle piaghe di Giesu’, overo pratiche usate, e insegnate da’ Santi per fabricarsi la Stanza in Christo Crocifisso in vita, & in morte. Del padre Tomaso Auriemma della Compagnia di Giesù. Parte prima, Venetia, MDCLXXX, Appresso Nicolò Pezzana, pp. 403-404 (prima edizione: Napoli, 1651).
Ma se l’Osservanze regolari sono, per così dire unguenti, che ungono le ferite di Giesù, queste all’incontro sono balsamo, che risana da tutte l’infermità spirituali; e quel che diciamo de’ religiosi si può anche dire d’ogni stato di persone, mentre in ogni stato non mancano Croci; Comparvero à San Pietro martire Domenicano le SS. Vergini Cecilia, Agnesa, e Caterina, e ragionando con lui furono intese fuori della stanza, fù riferito a’ Superiori che Pietro senza haver riguardo al decoro del Chiostro, havea introdotto donne in camera; il Santo fù aspramente ripreso, e mandato per ciò in penitenza nel Convento di S. Antonio nella Marca: Non volle il servo di Dio scusarsi, né manifestar la visione, ubbidì prontamente, e pensando una notte all’infamia, nella qual era incorso, e al bene, che perciò s’impediva, orando avanti il Crocifisso si querelò dolcemente col suo Signore: Perché ò mio Giesù, dicea, permettete, che io innocente resti così svergognato? e che hò fatto? à cui il Crocifisso, mostrandogli le sue ferite: Et io ò Pietro, che hò fatto, e pure sono stato ingiuriato, e inchiodato in questo legno? Queste parole sgombraron dal cuor di Pietro tutta la tristezza, e gli diedero un animo grande di patir cose maggiori. Volle il Signore che questa sua voce fusse anco intesa da quei di fuora, e fù ben conosciuta l’innocenza, e santità del servo di Dio, ridondando in maggior sua gloria la grave mortificazione, che prima havea havuto, né egli mai s’era scusato, ma havea detto, che gli perdonassero. Apprese il Santo questa dottrina da quel Maestro, il qual’ accusato, non rispose; Ita ut miraretur praeses. Ma l’innocenza, è come il fuoco, che finalmente si discuopre.
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18.
Fr. Carlo Mariano di S. Michele carmelitano (1697)
Fr. Carlo Mariano di S. Michele carmelitano, Il braccio guerriero della Chiesa militante. Panegirico per S. Pietro Martire dell’Ordine sacro de Predicatori protettor di Cremona, in Cremona, per Lorenzo Ferrari, 1697, pp. 13-14.
Qui un mistico Braccio ad imitationem Capitis tui tolleravi probra, soffrendo volontieri delle false accuse le punte, per assiepare di spine acute que’ gigli sì candidi, che meritarono di tre Vergini gloriose gli sguardi, scese nella sua Cella medema à vagheggiarli, maravigliandosi, che un Braccio mortale havesse potuto rapirli con furto innocente da celesti Giardini. E pure in questo Caso stimato Reo d’impudico misfatto, quasi che conversando con quelle Vergini steso si fosse con la sua mano à ricever i Pomi da tre Eve colpevoli, fù esigliato dal Paradiso Terrestre di quel Convento come troppo amico dell’Albero vietato. Ma Pietro partendosi senza punto scusarsi trovò sotto l’ombra d’un altro legno, del suo cuore il riposo, facendo animo à quel Santo Muto un Crocefisso parlante, perché toccava al Giglio delle Convalli il difendere con bocca odorosa que’ vilipesi candori. Allora sì che comparve plena hiacinthis della Chiesa la mano, mentre Pietro il Martire tirò dal Cielo le Vergini co’ suoi odori: Se pure non scendessero frettolose ad ammirare quel Specchio di nova invenzione, per speculum, et in aenigmate, comesso dalla Chiesa Militante à Pietro suo Mistico Braccio, per uccidere più francamente con esso il Basilisco del Senso. Ma fermatevi o Vergini martirizzate, che bacciar dovete nella mano di Pietro il Martire, della Fede l’anello, già che questo tra le mura di Sagrata Inquisizione sarà da esso sì fortemente difeso, che mai potranno levarglielo dal suo Dito fedele, né l’Arpie de Manichei, né dell’Inferno tutto le Furie, benché fossero scatenate.
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19.
Giovanni Lucrezio Ferrari (1720)
Fr. Giovanni Lucrezio Ferrari O.P., Ristretto della vita del glorioso martire s. Pietro dell’Ordine de’ predicatori, protettore della città di Cremona, e brieve notizia d’altri santi protettori di detta città, in Cremona, Nella stamperia di Pietro Ricchini, 1720, pp. 13-16.
Quindi non potendo più soffrire il Principe delle tenebre le vergognose sue perdite, armò contro questo campione di Cristo innumerabili falangi, e congiurando coll’ Eresia a suoi danni, li mosse contra una crudelissima guerra. Entrò per primo a combatterlo, quasi a corpo a corpo, dapersé solo, e comeché non potesse fargli danno all’anima, quale vedea troppo ben guardata, e protetta dalla Divina grazia, cercò danneggiarlo nella fama, intendendo bene quanto sia questa necessaria ad un Predicatore che vuol far frutto negli uditori: e per venire a questo, prese occasioni dagli stessi favori, che il Santo a piene mani ricevea dal Cielo. Era tanta la familiarità, che il nostro Santo Fra Pietro avea co’ Celesti Spiriti, e Santi del Paradiso, che stando nella sua Cella, spesso si vide circondato da essi. Notò questo il demonio, e crepando d’invidia per i favori che ‘l Santo ricevea dal Cielo, si avvalse di quei medesimi per calunniarlo, tentando alcuni Religiosi dello stesso Convento, che sotto mentita cappa di zelo della Regolare Osservanza, stassero attenti all’azioni del Santo, e facendo, che quegli si maravigliassero di sentirlo discorrere con voce alta, con persone non conosciute, nella sua Cella, ove doveva osservar silenzio: onde giudicando che quegli fussero secolari, quali egli avesse ammessi a quegl’ importuni colloquj, gliene vollero far la correzione: ed un giorno che l’intesero più lungo tempo parlare, si posero ad ascoltare più attentamente dalla porta della sua Cella, ed osservarono, che con lui familiarmente parlavano tre donne, quali erano le Sante Vergini, e Martiri, Catarina, Agnesa, e Cecilia, ch’erano venute sino dal Cielo a favorirlo, perché come Vergine, e che doveva anche esser Martire, era degno di tali visite. Ma l’umano giudicio, che da ogni minima occasione prende motivo di giudicare il peggio che può del suo prossimo, indusse, quei Religiosi a credere se non male maggiore, almeno una grande innosservanza nel S. F. Pietro, nell’introdur donne in Convento, ed un grande scandolo causato dalla sua semplicità (così si facean forza di credere per iscusarlo, e per la sua nota santità) di rinserrarsi con donne in camera: e perciò si determinorno di proclamarlo tutt’insieme uniti nel Capitolo, secondo l’antico stile dell’Ordine, ed accusarlo al Priore, alla presenza di tutto il Convento: il che eseguirono col maggior rigore, ed esaggerazione dell’immaginato difetto, che fu loro possibile, ajutando a ciò non poco il demonio, che procurava per questo mezzo screditare l’opinione del Santo, e con ciò impedire il frutto della sua predicazione, mentre a dir di Gregorio: Si cuius vita despicitur, ejus restat, ut predicatio contemnatur. Ben conosceva il Priore la Santità di Fra Pietro, né potea sospettar di lui alcun male: pure vedendolo accusato da testimonj gravissimi, giudicò, che fusse quella stata una semplicità del Santo, e che senza pensare allo scandolo che dava, né alla regola, ch’el proibiva con tanta premura, e sotto gravissime pene, avesse introdotte quelle donne in Convento: e formato questo giudizio, senza procedere più minutamente all’inquisizione del fatto, e senza cercare se vi fusse stato altro male, volle riprenderlo, e castigarlo di quel gravissimo fallo. Onde chiamatolo in mezzo al Capitolo, gli fece una gran riprensione, rinfacciandogli quel difetto: e sebbene non procedé a castighi rigorosi, che la regola tassa a simili difetti, con tuttociò mandollo rilegato, e come prigione, nel Convento di Jeggi, che è nella Marca Anconitana. Non replicò punto il Santo in sua difesa, né fece altro, che buttandosi a terra, dichiararsi colpevole, e chieder perdono, con ricever la penitenza impostali; pure sentì quel colpo, quantunque rassegnato nel divin volere, perché vedendosi così infamato, esiliato, e carcerato in quel Convento, in pena di quel fallo, che non avea mai commesso, non potea non dargli affanno, stanteché i Santi erano di carne come siamo noi altri, non di pietra, o di bronzo: onde sebbene vinsero la repugnanza del senso, non lasciorno però di sentire le cose contrarie, altramente non sarebbono state così gloriose le loro vittorie. E maggiormente al nostro Fra Pietro dispiacea questa infamia, perché ben conosceva, che stante la divulgazione di essa, veniva impedito molto il frutto del la sua predicazione: perloché un giorno che si trovava più angosciato, stando solo in Chiesa, prostrato a’ piedi d’un Crocifisso, così umilmente prese a lagnarsi con lui. Tu ben sai mio Signore, e mio Dio, che io sono innocente di ciò che mi è stato imposto, e sai ancora quanto sia grave la pena, ch’io soffro per questa infamia, e questo non tanto, perché io stimo l’onor mio, quanto perché vedo che s’impedisce il servizio vostro, e la salute de’ prossimi. Per questo tu che puoi, tu che sai il tutto, tu che così pietosamente mi cavasti dalle tenebre degli errori, tu che mi liberasti da’ periglj del mondo, e preservasti dalle procelle del secolo, tu che con quelle Celesti visite mi favoristi, tu libera questo tuo Servo, acciò non sia castigato, mentre tua mercè non ha la colpa; che se per l’altre mie colpe vuoi punirmi, ben lo puoi fare, senza permettere che vadi avanti questa infamia, colla quale si impedisce il vostro servizio. Così dicendo, erano i suoi occhi divenuti fonti di lagrime, che ne mandavano rivi fino a terra: ed allora il Crocifisso suo Maestro, con due parole dalla Cattedra della Croce, ammaestrollo per bocca di quell’immagine, dicendogli: Et ego Petre quid feci. Ed io Pietro qual male hò fatto, che dopo tante fatiche, villaníe, affronti, persecuzioni, bestemmie, tormenti, percosse, e flagelli, fui così vituperosamente Crocifisso? Non si può credere quanto con queste due parole restasse egli consolato, ed animato a patire. Anzi avrebbe voluto soffrire, per conto del Crocifisso suo bene, tutte l’infamie, ingiurie, e pene del Mondo; ne avrebbe controcambiato quel suo affronto, con tutte le grandezze, ed onori, che tanto ambiscono i mortali, vedendo, che così veniva ad assomigliarsi alquanto al vilipeso, e strapazzato suo Dio. Ben è vero, che poco gli durò quella infamia; perché il Signore, sebbene talvolta permette, che vengano de travaglj a suoi Servi per lor beneficio, non gli abbandona però in essi, anziché gli cava con avanzamento di spirito, e di merito, ed anche di riputazione appresso il Mondo. Quindi, benché il nostro Santo Fra Pietro tenesse celati que’ Celefti favori, per li quali egli si trovava infamato, gli scoprì lo stesso Signore: onde intesero tutt’ i Religiosi, esserne state quelle Donne non già mortali, e terrene, ma venute dal Cielo a visitarlo, perché stando in carne mortale, vivea con vita Angelica, onde crebbe molto la sua riputazione, e restò con maggior fama di santità, che prima avuta si avesse.
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OPERE DI XIX-XX SECOLO (citate nel testo)
I fasti della Chiesa nelle vite de’ santi in ciascun giorno dell’anno, Opera compilata da una Pia Società di ecclesiastici e secolari, Vol. IV, Dalla Tipografia di Angelo Bonfanti, Milano 1826, pp. 629-631 (Giorno XXIX di aprile, S. Pietro Martire).
Cesare Cantù, Storia della città e della diocesi di Como, Volume primo, Presso i figli di Carlantonio Ostinelli, Como 1829, pp. 422-423.
Severino Ferreri, Il Cuor di Gesù studiato nel Vangelo, Tip. Pontif. Ed Arciv. Cav. Pietro Marietti, Torino 1875, pp. 283-285.
Carlo Bertani, Vita di s. Pietro martiredell’Ordine dei padri predicatori, Tipografia dell’Istituto de’ Paolini, Monza 1878, pp. 51-52.
Vincenzo Marchese O.P., Vita di s. Pietro martiredell’Ordine dei predicatori, San Domenico di Fiesole 1894, pp.8-9.
Di Palo in frasca. Veglie filosofiche semiserie di un ex-religioso che ha gabbato San Pietro, Ginevra, Presso la Libreria filosofica di N. Ghisletty, Volume IV, Parte I, Veglia XXV, 1871, p. 149 (probabilmente scritto da Carlo Usigli e edito a Firenze)
Daniel Antonin Mortier O.P., Vita di s. Pietro martire da Verona protomartire dell’Ordine di s. Domenico. Manualetto di pietà pei devoti del santo, versione dal francese di p. Antonino Olivi, Berlutti, Roma 1923, pp. 9-12 (cap. IV: Visite compromettenti); traduzione di Daniel Antonin Mortier O.P., Saint Pierre de Vérone, martyr de l’Ordre de saint Dominique, prince de la sainte Inquisition romaine, Desclée, De Brouwer et c., Lille 1899.
Guglielmo Ederle, S. Pietro Martire da Verona Martire, Sc. Tip. Vesc. Casa Buoni Fanciulli, Verona 1939, pp. 52-56 (Prove dolorose).
Reginaldo Frascisco O.P., San Pietro Martire da Verona, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1996, pp. 57- 64 (capp. 6-7: Donne in clausura e Il segno di croce).
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BIBLIOGRAFIA (in ordine di citazione)
Storia, luoghi e fruizione
Bocchi-Cinelli 1677: Le bellezze della città di Firenze, dove a pieno di pittura e scultura di Sacri Templi, di Palazzi, i più notabili artifizi, e più preziosi si contengono, scritte già da M. Francesco Bocchi, ed ora da M. Giovanni Cinelli Ampliate, ed accresciute, in Firenze, per Gio. Guagliantini, 1677, p. 128.
Richa 1762: Notizie istoriche delle chiese fiorentine divise ne’ suoi Quartieri, Opera di Giuseppe Richa della Compagnia di Gesù, Tomo decimo postumo ed ultimo, Del Quartiere di S. Spirito, Parte seconda, Nella Stamperia di Pietro Gaetano Viviani, In Firenze, 1762, p. 209.
Meoni 1993: Lucia Meoni, San Felice in Piazza a Firenze, EDIFIR, Firenze 1993.
Scudieri 2012: Magnolia Scudieri, Beato Angelico. Trittico di san Pietro martire (scheda n. 34), in Bagliori dorati. Il Gotico internazionale a Firenze 1375-1440, Giunti, Firenze 2012, pp. 164-167.
Dondaine 1953: Antoine Dondaine O.P., Saint Pierre Martyr. Études, «Archivum Fratrum Praedicatorum», 23, (1953), pp. 66-162; in part. Le crucifix miraculeux et les vierges célestes, pp. 153-162.
Prudlo 2008: Donald Prudlo, The Martyred Inquisitor: The Life and Cult of Peter of Verona (†1252), “Church, Faith and Culture in the Medieval West”, Taylor & Francis, 2008; in part. pp. 27-29, 207 (ed. Kindle).
Il racconto nelle immagini del Quattrocento
Berenson 1932: Bernhard Berenson, Italian Pictures of the renaissance, Oxford, Ath the Clarendon Press, 1932, p. 501.
I dipinti del Vaticano 1996: I dipinti del Vaticano,testo introduttivo di Carlo Pietrangeli; testi di Guido Cornini, Anna Maria De Strobel, Maria Serlupi Crescenzi, Magnus, Udine 1996, pp. 114-117.
Vinco 2018: Mattia Vinco, Antonio Vivarini in San Zanipolo a Venezia. Iconografia e nuovi documenti, con introduzione di Andrea De Marchi, Enrico Frascione Antiquario, Firenze 2018.
Bentini, Catalogo Pilotta: Dossale di San Pietro martire. Bottega Erri, Scheda di Jadranka Bentini nel Catalogo online del Complesso della Pilotta (https://complessopilotta.it/opera), tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere. Dall’Antico al Cinquecento, Franco Maria Ricci, Milano, 1997.
Bellosi 1998: Luciano Bellosi, Un nuovo dipinto dell’Angelico, in Luciano Bellosi – Aldo Galli, Un nuovo dipinto dell’Angelico, “Antichi maestri pittori”, Allemandi. Torino 1998, pp. 4-23.
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Ito 2014: Takuma Ito, Domenico Ghirlandaio’s Santa Maria Novella Altarpiece. A recostruction, “Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Flirenz”, LVI (2), 2014, pp. 171-191.
Martelli 2016: Cecilia Martelli, Uno spettacolo per i Tornabuoni, regista Domenico Ghirlandaio. Affreschi e vetrate, spalliere e pala d’altare, in Santa Maria Novella. La basilica e il convento. 2. Dalla “Trinità” di Masaccio alla metà del Cinquecento, a cura di Andrea De Marchi, Mandragora, Firenze 2016, pp. 155-205; in part. 192-202.
Il racconto nelle immagini di XVI-XVIII secolo
Contini 2014: Roberto Contini, Benedetto (con meno) Veli in Passignano in Val di Pesa. Un monastero e la sua storia. Arte nella chiesa di San Michele Arcangelo (secc. XV-XIX), Vol II, a cura di Italo Moretti, Olschki, Firenze 2014, pp. 189-202; in part. p. 190
Spinelli 2017: Riccardo Spinelli, Il chiostro Grande e i suoi dipinti murali, in Santa Maria Novella. La basilica e il convento. 3. Dalla ristrutturazione vasariana e granducale ad oggi, a cura di Riccardo Spinelli, Mandragora, Firenze 2017, pp. 141-167; in part. pp. 161-162.
Panella web: fr. Emilio Panella O.P., Secondo chiostro o chiostro grande, http://archivio.smn.it/arte/cv02.htm
Roio 2008: Nicosetta Roio, Alessandro Albini, Le sante Caterina , Cecilia e Agnese appaiono a san Pietro da Verona, Scheda n. 116, in Pinacoteca Nazionale di Bologna, Catalogo generale, vol. 3, Marsilio Arte, Venezia 2008, pp. 212-214.

