Beato Angelico negli occhi di Bartholomeus Spranger: la mostra-dossier di Torino (Musei Reali – Galleria Sabauda, 6 febbraio – 3 maggio 2026), nata da uno scambio con la grande monografica fiorentina su Beato Angelico conclusasi a gennaio, è stata l’occasione per riflettere sull’origine del Giudizio Universale di Spranger, uno dei capolavori da sempre conservati alla Galleria Sabauda, giunto nelle collezioni reali negli anni Venti dell’Ottocento dal convento domenicano di Boscomarengo, dove era stato inviato da papa Pio V, originario del luogo.
L’opera nasce dal confronto con un altro capolavoro: il Giudizio di Beato Angelico oggi alla Gemäldegalerie di Berlino, che Pio V conservava nei propri appartamenti e che fu dipinto poco dopo la tavola di analogo soggetto oggi al Museo di San Marco. Il confronto tra le opere di Angelico e Spranger ha permesso di soffermarsi sull’organizzazione iconografica dei due dipinti – rilevando talvolta discrepanze dovute alle differenze tra la tavola di San Marco e quella imposta come modello a Spranger – e, grazie a una campagna di analisi non invasive sui pigmenti, di verificare affinità e divergenze nella tecnica esecutiva.
Soprattutto, nell’indagare quello che è stato interpretato anche come un caso precoce di “fortuna dei primitivi”, abbiamo voluto immaginare una “lettera impossibile” inviata da Spranger all’Angelico, che tentasse di evidenziare l’eccezionalità di questo atto di copia – e insieme di fede – nella carriera di un artista la cui fama si lega soprattutto alle opere profane e mitologiche eseguite alla corte asburgica di Praga, segnate da una sensibilità spiccata per soggetti attraversati da una forte carica erotica, che costituiscono di fatto l’origine della sua fortuna critica.

Spranger, nato ad Anversa nel 1546, giunse a Roma nel 1566, poco più che ventenne, dopo esperienze formative a Parigi, Lione, Milano e Parma, che dovettero incidere profondamente sul suo stile. In quest’ultima città aveva lavorato alle decorazioni per l’ingresso di Maria del Portogallo, sposa del duca Alessandro Farnese, celebrato a Bruxelles proprio nel 1566. Lo sappiamo dalla testimonianza di Karel van Mander, che divenne amico dell’artista nel 1574. Dal principale biografo del pittore apprendiamo anche della vicinanza tra Spranger e Giulio Clovio, miniatore di origine croata già al servizio dei Farnese, e del fatto che fu proprio attraverso Clovio e il cardinale Alessandro Farnese – zio e omonimo del duca – che Spranger venne introdotto a Pio V. Seguì poco dopo la commissione della grande copia, eseguita su un’unica lastra di rame, del Giudizio Universale dipinto da Angelico negli anni di papa Eugenio IV.
In assenza di una documentazione dettagliata relativa a questo fondamentale incarico per il giovane Spranger, abbiamo ritenuto che uno dei temi più stimolanti per il visitatore potesse essere il confronto tra un artista formatosi nel mito della maniera moderna – tra i riflessi nordici di Raffaello e Michelangelo – e l’opera di un maestro del passato, appartenente a un’epoca in cui l’uso dell’oro graffito in pittura era ancora norma e la costruzione stereometrica di spazi e corpi una conquista recente.
Da questo confronto è nata l’idea di dare forma alle possibili riflessioni del giovane artista fiammingo di fronte all’opera e alla visione religiosa ed etica del frate pittore vissuto oltre un secolo prima, e che nell’edizione vasariana del 1568 era stato restituito alla memoria come “eccellente pittore e miniatore”. Abbiamo così provato a dare voce a quei pensieri, cercando parole che dessero la misura di un timore reverenziale, di un rovello interiore, ma anche la consapevolezza di muoversi nella giusta direzione, propria di un artista che ha negli occhi – e nella mente – la sostanza del lavoro di un altro artista.
Annamaria Bava, Giorgia Corso, Alessandro Uccelli, Sofia Villano (curatori della mostra-dossier ai Musei Reali Torino)


