Fare spazio a Beato Angelico

Dal principio del maggio scorso – subentrando nella direzione del Museo di San Marco a Firenze, dopo il pensionamento della collega Marilena Tamassia – mi sono trovato a coordinare la fase attuativa del riallestimento dell’ambiente dove dall’inizio degli anni Venti del Novecento fu concentrato il nucleo più cospicuo al mondo di dipinti su tavola del Beato Angelico (Vicchio del Mugello 1395 circa – Roma 1455), uno dei massimi artisti di ogni tempo. Un privilegio e una fortuna davvero singolari, in una congiuntura mondiale dolorosamente difficile, anche nel campo della cultura: con i musei chiusi e impegnati prevalentemente sul fronte della comunicazione digitale attraverso i Social Media.

Una sorta di “miracolo”, non virtuale, bensì straordinariamente pratico, reso possibile innanzitutto dall’affezione davvero speciale – e ormai di lunga data – dei Friends of Florence nei riguardi del celebre museo fiorentino, appartenente alla Direzione regionale musei della Toscana guidata da Stefano Casciu. Grazie al generoso finanziamento elargito da questi preziosi, insostituibili alleati nella conservazione del patrimonio artistico della città, il Museo di San Marco ha potuto vivere un altro momento fondamentale della sua storia inauguratasi nel 1869. A quarant’anni di distanza dall’allestimento impostato dall’allora direttore Giorgio Bonsanti – nonché autorevole studioso dell’artista – il vasto ambiente denominato tradizionalmente “sala dell’Ospizio”, è stato completamente rinnovato sulla base di un progetto elaborato dallo Studio De Vita e Schulze Architetti.

Il rinnovamento riguarda anche la nuova titolazione “Sala del Beato Angelico”, che riafferma la componente ineludibile del museo, dedicato in parte preponderante all’arte del frate pittore domenicano, che ai giorni nostri è finalmente riconosciuto come il secondo padre fondatore del primo Rinascimento fiorentino in pittura, la cui attività è da interpretare più propriamente in parallelo, anziché al seguito, di Masaccio.

La novità più eclatante della nuova sistemazione è data dall’impianto di illuminazione, che in queste mattine invernali si palesa già dal chiostro di Sant’Antonino attraverso i due piccoli varchi di ingresso e uscita. Ogni singolo dipinto o complesso d’altare beneficia di una luce calibrata appositamente, che offrirà per la prima volta al visitatore l’incanto stupefacente della sublime qualità pittorica che traspare immancabilmente da ogni esemplare autografo del pittore. Gli addetti alla vigilanza in servizio presso il museo da quasi trent’anni mi hanno significativamente espresso il loro stupore per questa autentica “rinascita” dei colori del maestro.

L’esperienza della visita è arricchita nei contenuti da alcuni pannelli informativi, anche in lingua inglese, che illustrano l’aspetto originale di alcuni dei principali complessi d’altare, con le riproduzioni ben leggibili delle parti andate disperse e conservate oggi in collezioni pubbliche e private in ogni parte del mondo: la pala di San Pietro Martire; la fondamentale pala di Annalena, dipinta nel 1435 circa per la cappella Medici nella chiesa di San Lorenzo a Firenze; il trittico francescano per una compagnia annessa alla chiesa di Santa Croce – attualmente in restauro presso l’Opificio delle Pietre Dure – ; la pala di San Marco, dipinta nel 1438-1440, della quale a San Marco restano, oltre alla parte centrale, due elementi della predella e due santi dei pilastri laterali.

Il trittico di San Pietro Martire e la pala di San Marco
a destra, la pala di Annalena

Entrando nella sala, il lato breve sulla destra è occupato dalla grandiosa pala con la Deposizione di Cristo dalla Croce dipinta entro il 1432 per l’altare della cappella Strozzi in Santa Trinita a Firenze, tornata nella sua collocazione storica all’interno della sala, di certo più consona per avviare il percorso dei visitatori. L’opera fu infatti cominciata da Lorenzo Monaco – cui spettano le cuspidi e la predella -, con Gherardo Starnina l’artista più importante per la formazione artistica dell’Angelico, che la portò a termine dopo la morte dell’altro grande frate pittore camaldolese, cambiandone del tutto l’impostazione iconografica e, specialmente, quella stilistica.

Il montaggio della Deposizione di Santa Trinita nel nuovo allestimento

Particolarmente raffinata appare adesso la presentazione dei tre preziosi tabernacoli-reliquiari eseguiti in tempi diversi per la chiesa di Santa Maria Novella a Firenze, racchiusi entro altrettante teche sulla parete destra, che precedono l’altra teca nella quale è possibile ammirare i due tondi con la Crocifissione e l’Incoronazione della Vergine, ripresentati nella loro situazione originale, vale a dire delle due facce di un’unica tavola – dipinta nel quinto decennio del secolo XV -, separate poi in epoca imprecisata.

I tre tabernacoli-reliquiari da Santa Maria Novella, la pala di Annalena e, sullo sfondo, la Deposizione di Santa Trinita
Tondo con l’Incoronazione della Vergine

Al termine della parete destra si trova la grande tavola raffigurante il Compianto sul Cristo morto (1436- 1441) per Santa Maria della Croce al Tempio a Firenze, che fu pagata all’artista almeno in parte in natura, con sessanta staia di grano, che avranno certamente fatto felici i confratelli del pittore a San Marco! Dal dipinto è stata rimossa la mascheratura ondulata che ne occultava la parte inferiore, arrivata a noi gravemente compromessa dai guasti del tempo. Essa fu apposta nel corso di un intervento di restauro effettuato nel 1955 presso l’Istituto Centrale del Restauro a Roma. Oggi tale sovrapposizione è apparsa decisamente invasiva, oltre a falsare le reali dimensioni dell’opera. Con l’occasione, Rossella Cavigli ha provveduto a riordinare la parte finora celata con accorte integrazioni, ben percepibili e, soprattutto, reversibili.

Il Compianto per Santa Maria della Croce al Tempio nella nuova Sala del Beato Angelico

Parte notevole della parete sinistra è riservata invece alle tavole superstiti della copertura dell’Armadio degli Argenti, un tempo nella chiesa della Santissima Annunziata a Firenze: un altro celeberrimo ciclo pittorico della fase matura dell’artista (1450-1452) eseguito su commissione di Piero dei Medici. Domina la parete di fondo in prossimità dell’uscita il magnifico Tabernacolo dei Linaioli, racchiuso entro la splendida cornice marmorea disegnata dal Ghiberti, dipinto dall’Angelico nel 1433-34, affermatosi allora come il pittore più importante della città.

L’Armadio degli Argenti e il Tabernacolo dei Linaioli

Con questo nuovo allestimento il Museo di San Marco è pronto ad accogliere il suo pubblico anche nell’era post-Covid, che auspicabilmente sarà anche più numeroso, ma soprattutto competente e incline a una visita attenta e non frettolosa, com’è nella tradizione di questo luogo tra i più identitari della Firenze rinascimentale, per storia, arte e fede.

Angelo Tartuferi

Direttore del Museo di San Marco

 

L’articolo è stato pubblicato su il Sole 24 Ore Domenica del 10 gennaio 2021

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