La Biblioteca svelata: il Bestiario Fantastico

Il “restauro timido” dei codici di San Marco

di Marco Mozzo

Sono molto lieto di intervenire per la prima volta sulle pagine del nostro Blog presentando il progetto la “Biblioteca svelata”. Un progetto incentrato sulla raccolta dei 130 codici miniati liturgici ospitati ancora oggi nelle armadiature seicentesche originali della Sala Greca, adiacente alla biblioteca michelozziana, che un tempo custodiva i testi umanistici classici poi andati dispersi a partire dalle soppressioni napoleoniche.

Tra le opere meno visibili al nostro pubblico a causa delle esigenze conservative che impediscono a questi preziosi manufatti di essere esposti in modo continuativo, i codici rimangono ancora oggi un patrimonio poco conosciuto e difficilmente fruibile.

Oltre agli ostacoli fisici derivanti dai molteplici fattori di rischio che possono compromettere la conservazione materiale di questi oggetti polimaterici, occorre sommare anche le difficoltà sul piano cognitivo che sempre più spesso incontra un pubblico generico, il quale fatica a comprendere in modo corretto i molteplici significati che questi oggetti rivestivano sul piano religioso, ma non solo. Basti considerare l’importanza, ad esempio, che ricoprono ancora oggi per lo studio della musica sacra, per la storia della miniatura o per la storia della religione. Argomenti non facilmente accessibili per i quali è richiesto spesso un approccio multidisciplinare e un complesso lavoro interpretativo per far comprendere la loro funzione originaria o il contesto storico di riferimento.

Limiti superabili oggi grazie al ricorso delle nuove tecnologie digitali da utilizzare ad esempio come strumenti di mediazione culturale per avvicinare i visitatori alla conoscenza di un patrimonio storico artistico estremamente eterogeneo e storicamente stratificato, partendo ad esempio dalla comprensione delle tecniche e dei materiali costitutivi.

Anche per rispondere a queste esigenze, il museo di San Marco ha intrapreso a partire dal 2025 il progetto la “Biblioteca svelata” che si propone di giungere a una completa “valorizzazione” dal punto di vista conservativo, conoscitivo e museografico mettendo in campo una serie di azioni articolate su più livelli. Oltre a dotarsi di supporti multimediali e vetrine didattiche che offriranno al pubblico modalità di lettura differenti per accostarsi a questi manufatti in modo più coinvolgente e interattivo, il museo sta portando avanti un percorso a tappe che avrà come obbiettivo finale la completa fruizione di questo patrimonio non solo per avvicinare il pubblico generico, culturalmente e geograficamente differenziato, ma anche per dotare questa raccolta di strumenti adeguati per la corretta conservazione e per agevolare gli specialisti nello studio e nella conoscenza di questi manufatti.

La prima tappa di questo ambizioso progetto, su cui abbiamo iniziato a lavorare da due anni grazie al supporto della Direzione Regionale musei nazionali Toscana, riguarda il programma espositivo che abbiamo intenzione di sviluppare grazie all’impegno dello staff del museo (i curatori e gli architetti) e al supporto di specialisti esterni. Tale programmazione consentirà ai visitatori di ammirare la maggioranza dei 130 codici, alcuni dei quali non sono mai stati esposti, introducendo una rotazione periodica con periodi di tempo definiti.

Come anticipato alla stampa in occasione della presentazione ufficiale della prima mostra, intitolata “Il bestiario fantastico”, il 10 aprile 2026, il progetto è stato preceduto da un paziente e complesso lavoro di riordino e messa in sicurezza grazie al coordinamento dei curatori del museo, insieme al personale tecnico incaricato: movimentatori e restauratori.

Un lavoro che possiamo ricondurre nell’ambito delle attività di “conservazione preventiva”, secondo l’accezione cara a uno dei suoi massimi teorici fin dagli Settanta del secolo scorso, Gael de Guichen. Un approccio metodologico fondamentale per comprendere lo stato di salute delle opere, verificare nello specifico le condizioni conservative, i fattori di degrado e predisporre dei programmi di manutenzione nel lungo periodo che permettano di programmare eventuali interventi di restauro, se ritenuti necessari.

Grazie a questo “restauro timido”, come è stato ribattezzato in una recente pubblicazione dall’architetto Marco Ermini, fondatore nel 2000 a Brera di Shy Architecture Association, è stato possibile acquisire maggiori elementi conoscitivi per poter procedere a una programmazione espositiva che impegnerà il museo di San Marco per i prossimi due anni.

Il progetto si propone in modo ambizioso una serie di mostre dossier volte a indagare e studiare i preziosi codici attraverso uno sguardo interdisciplinare. Non solo dal punto di vista storico artistico o della storia della miniatura, in parte già affrontati in passato grazie ai preziosi contributi di specialisti, come Magnolia Scudieri e Ada Labriola, le mostre si proporranno di approfondire la conoscenza di questo prezioso patrimonio attraverso chiavi di lettura inedite. Le preziose miniature, i capilettera, gli elementi pittorici decorativi, i testi sacri saranno raccontati attraverso la lente della storia sociale, della storia del costume, della botanica, della musica. Uno sguardo allargato che ci consentirà di spaziare in un arco cronologico molto ampio dal XIII al XVII secolo.

Il Bestiario Fantastico: storia, stile e significati simbolici

di Sara Fabbri e Sara Ragazzini

Draghi multicolori, belli e terribili ad un tempo, attorcigliati in spire che minacciano i Santi o generano viluppi di fiori e intrecci dorati; uccelli esotici, paradisiaci e multicolori; cani, cervi, farfalle e figurine ibride e irriverenti che sembrano anticipare di un secolo e mezzo le fantasmagoriche creazioni di Hieronymus Bosh e la sua non velata satira morale della società. C’è anche un tocco di anticlericalismo, forse, nell’arpia con la testa di frate di Filippo di Mattia Torelli, decoratore al servizio di Cosimo il Vecchio de’ Medici, colui che commissionò il gruppo di codici liturgici per la chiesa e il convento di San Marco e la Biblioteca stessa a metà del Quattrocento al suo architetto e uomo di fiducia Michelozzo di Bartolommeo.

Comune dei Santi, Ms. 618, fine XIV secolo, miniatore anonimo, Iniziale B, San Michele Arcangelo sconfigge il Drago, Provenienza: Convento di Santa Maria del Carmine, Firenze

La mostra può essere esplorata secondo molteplici chiavi di lettura: cronologica (XIII-XVII secolo), stilistica (dal bizantinismo al Manierismo), tematica (animali reali e immaginari per noi, tutti reali per l’uomo del Medioevo e del Rinascimento), non ultimo la provenienza dei codici per macro-aree: il nucleo originario commissionato da Cosimo il Vecchio de’ Medici per San Marco, i codici della Badia fiorentina, del Carmine, di Sant’Egidio, di Santa Maria Novella dal convento di San Jacopo di Ripoli e dalla sede papale di Avignone. Tante mani, poche date, pochi nomi noti e molti maestri anonimi, ma altrettanto geniali nelle loro diversità.

A Firenze nel corso del XIII secolo un grande impulso alla produzione di codici miniati venne dato dagli ordini mendicanti, i francescani di Santa Croce e i domenicani di Santa Maria Novella, tuttavia alla fine del Duecento le attività iniziarono a svolgersi anche in botteghe al di fuori alle mura dei conventi. I più antichi esemplari in mostra sono un Salterio, Ms. 624 proveniente da Santa Maria Novella realizzato poco dopo il 1280, probabilmente nella bottega del Maestro di S. Alessio in Bigiano – artista toscano che risente dello stile della miniatura bolognese – e due graduali del tardo Duecento provenienti dal convento di San Jacopo di Ripoli, Ms. 561 e 562, attribuiti alla bottega bolognese del Maestro della Bibbia di Gerona, in cui si fondono influssi bizantini e gotici.

I codici realizzati tra il 1334 e il 1348 per la chiesa di Santa Maria del Carmine, Ms. 570, 580 e 618, risentono della rivoluzione giottesca e sono opera di due miniatori pisani e fiorentini, tra cui un miniatore della bottega di Pacino di Buonaguida, oltre a Paolo Soldini, miniatore del Popolo di Santa Maria Novella, autore di alcune iniziali filigranate. Nel monastero camaldolese di Santa Maria degli Angeli tra il 1365-1370 erano attivi più monaci copisti e miniatori quali Silvestro dei Gherarducci, don Simone camaldolese, Lorenzo Monaco, oltre ad artisti indipendenti e esterni al convento. Il graduale Corsini, diviso in due volumi, venne invece realizzato da artisti della Francia del nord in Avignone tra il 1380 e il 1405 per il cardinale Pietro Corsini, acquisito dallo Stato nel 2000 e trasferito a San Marco è esposto alla pagina di apertura con la miniatura scelta come immagine guida della mostra. Tra Tardogotico e Rinascimento si colloca l’antifonario di Sant’Egidio, miniato da Bartolomeo di Fruosino nel 1421, riccamente decorato con grandi iniziali figurate, fino ad arrivare al pieno Rinascimento con due dei 25 manoscritti commissionati da Cosimo il Vecchio per San Marco, miniati da Zanobi Strozzi e decorati da Filippo di Matteo Torelli, autore dei fregi, tra il 1446 e il 1454; punto di riferimento fondamentale per la ricostruzione dell’attività di Zanobi, legato a Beato Angelico e allo stile degli affreschi delle celle del dormitorio, nelle quali fu suo diretto collaboratore. Si arriva così al Cinquecento con il codice miniato da frate Eustachio, al secolo Tommaso di Baldassarre, figlio di un sarto, entrato ventitreenne a San Marco, dove ricevette l’abito di converso dal Savonarola. Restauratore di codici e influenzato dalla pittura di Angelico, si avvicina allo stile dei fratelli Gherardo e Monte di Giovanni, con un repertorio decorativo in parte ispirato al genere delle grottesche; in conclusione troviamo proprio Monte di Giovanni (n. 1448 – m. 1533 circa), membro di una famiglia di artisti artigiani, influenzato dalla pittura del Ghirlandaio – di cui fu collaboratore – e dalla pittura fiamminga e tedesca.

A livello iconografico la mostra offre un eccezionale campionario che permette al visitatore di spaziare tra un simbolo ed un altro.

Tra i soggetti maggiormente rappresentati, troviamo la predominanza del drago, “[…] il Serpente antico, colui che chiamiamo il Diavolo e Satana e che seduce tutta la terra” (Apocalisse 12, 9), diretto antagonista dell’eroe cristiano, San Michele, che cavalca alla testa dell’Armata Celestiale a volte senza armatura, protetto solo dalla sua fede in Dio. “[…] Camminerai sopra il serpente e il basilisco, e schiaccerai il leone e il dragone” (Salmi, 90, 13): il drago ritorna validato dall’autorità della Bibbia insieme ad altre tre personificazioni del male e del Diavolo, tra cui il Basilisco, “re dei serpenti”, per la cresta a corona, creatura alchemica le cui ceneri trasformano l’argento in oro, ma straordinariamente malefica, capace di avvelenare, far appassire e pietrificare qualsiasi cosa.

Graduale G, Fine XIII secolo, Maestro della Bibbia di Gerona, Iniziale I – Rettile fantastico (Basilisco?), Provenienza: Monastero di San Jacopo di Ripoli, poi Convento di Santa Maria Novella, Firenze

Ancora tra il 1374 e il 1375 il monaco Giovanni dalle Celle descrive gli incontri, a volte fatali, dei confratelli nelle foreste intorno a Vallombrosa con simili creature, giurando sulla Bibbia in merito alla veridicità delle sue affermazioni. Il Salmo 90 cita anche il leone, il cui significato oscilla tra il vizio dell’Ira, dell’orgoglio e del temperamento collerico, a quello cristologico e di attributo di San Marco e San Gerolamo; nella Bibbia (Apocalisse 5, 5) il leone sarà in grado di aprire il libro sigillato con sette sigilli.

L’unicorno, invece, annoverato tra gli animali leggendari, nella Bibbia viene citato numerose volte poiché fermamente creduto reale, oltre che indomito e pericoloso; poteva essere catturato usando una vergine come esca, in quanto attratto dall’odore della purezza, e da qui attributo di castità. Al suo prezioso corno erano attribuite proprietà magiche, come quella di individuare e neutralizzare i veleni, quindi molto utile sulle tavole dei regnanti. Dalla Scandinavia e dall’Islanda cominciarono ad arrivare alle fine del XII secolo canini sinistri di maschi di narvalo, lunghi e sottili, a volte a spirale, spacciati dai mercanti come autentici corni di unicorno che influenzeranno l’iconografia e che saranno oggetto di collezione nei tesori dei Papi e dei Re.

Messale C, Ms. 580, Miniatore pisano, quarto-quinto decennio del XIV secolo, Iniziale D – Re David con leone e unicorno, Provenienza: Convento di Santa Maria del Carmine, Firenze

Ma all’interno dei codici non mancano anche le creature ibride, Arpie (o forse Sfingi), donne-uccello munite di artigli pronte a ghermire, nella mitologia classica personificazione delle tempeste marine e dei tormenti dell’animo umano.

Salterio D, Ms. 543, 1515, Monte di Giovanni, dettaglio Arpie (o Sfingi?), Provenienza: Convento della Badia Fiorentina, Firenze

Ci sono poi animali più familiari, come il cavallo, simbolo dell’Europa feudale, inseparabile e fedele compagno del cavaliere. Il legame tra cavallo e cavaliere è tra i più solidi, molti hanno un nome proprio e vengono citati nei romanzi cavallereschi; si tratta sempre di destrieri, scelti cavalli da guerra abituati al fragore delle battaglie. Nel codice Corsini la cavalcatura di San Michele è un destriero, così come si conviene in guerra. Il fatto che l’animale sia bianco, non è casuale: nell’antichità classica agli Dèi celesti venivano sacrificati animali bianchi e sempre bianchi erano i cavalli che trainavano il carro di Apollo, dio del Sole, in contrapposizione a quelli neri del carro di Ade.

Graduale del cardinale Pietro Corsini, vol. II, 1385 – 1405, Miniatori avignonesi, c. 228 r, Iniziale I –San Michele Arcangelo e il Drago. A lato una cicogna

La nobiltà utilizzava il cavallo anche per la caccia insieme al falcone; arte difficile da apprendere, la falconeria era parte integrante dell’educazione cortese nell’Europa occidentale. Il cane è simbolo ambivalente; in Oriente bestia impudica e immonda che si credeva si cibasse di cadaveri, nella Bibbia è associato a infedeli, meretrici, ladri e idolatri (Apocalisse 22,15; Matteo 7,6) e nella mitologia classica è attributo di Diana. Nel tempo prevale l’immagine positiva di migliore amico dell’uomo e di fedeltà; nel codice miniato da Bartolomeo di Fruosino, il piccolo cane bianco e grazioso porge la ciotola per l’elemosina a Sant’Egidio invece del cieco che accompagna, che avanza con passo esitante.

Antifonario di Sant’Egidio, Ms. 557, 1421, Bartolomeo di Fruosino, Iniziale D, Sant’Egidio fa l’elemosina ai poveri, tra cui un cieco con il suo cane, Provenienza: Convento di Sant’Egidio, Firenze (foto di Graziella Ingorgia)
Graduale B, Ms. 516, Zanobi Strozzi e Filippo di Matteo Torelli, 1453-54, Iniziale I, Missione di San Domenico; sulla sinistra il cane con la fiaccola in bocca, Provenienza: Convento di San Marco, Firenze (foto di Graziella Ingorgia)

Il pappagallo, uccello esotico e raro, esposto dalla nobiltà e dall’alta borghesia come status symbol, si accompagna ad uccelli reali e fantastici, multicolori e paradisiaci e simili all’Araba Fenice, il più straordinario tra gli uccelli; ne esiste un unico esemplare al mondo, che sfugge alla vista e vive fino a mille anni, per poi lasciarsi bruciare su un rogo e risorgere dopo tre giorni dalle proprie ceneri ancora più splendida, allusione a Cristo e alla Resurrezione.

Antifonario E, Ms. 576, Inizio XV secolo, Miniatore fiorentino, dettaglio con pappagalli, Provenienza: Convento di Santa Maria del Carmine, Firenze

Il Bue, animale sacrificale, viene associato alla Pazienza, nell’iconografia della Natività rappresenta il Nuovo Testamento, accanto all’Asino, simbolo del Vecchio Testamento, animale ambivalente, la cui simbologia oscilla tra l’emblema del vizio di Accidia e Lussuria – in associazione con il dio pagano Priapo -, e le doti di mitezza e umiltà, in associazione alla Fuga in Egitto e all’entrata di Cristo in Gerusalemme la Domenica delle Palme.

Graduale F, Ms. 561, Fine del XIII secolo, Maestro della Bibbia di Gerona, Iniziale P, Natività con bue e asinello, provenienza: Monastero di San Jacopo di Ripoli, poi Convento di Santa Maria Novella, Firenze

La Cicogna è animale benigno; nella Bibbia è simbolo di saggezza naturale, tipico degli uccelli migratori: “[…] Anche la cicogna conosce nel cielo le sue stagioni; la tortora, la rondine e la gru osservano il tempo quando devono venire, ma il mio popolo non conosce quello che l’Eterno ha ordinato” (Geremia 8:7).

L’aquila è attributo di Zeus e simbolo di potenza e di vittoria nell’Antica Roma, dov’era posta sugli stendardi delle legioni, nella religione cristiana mantiene un significato generalmente positivo e, soprattutto se lotta con il serpente, si identifica in Cristo alla rigenerazione – connessa alla muta del piumaggio – e all’immortalità. Ritorna nell’araldica di Re e Imperatori, anche bicefala; qui rappresenta uno dei simboli del Tetramorfo, San Giovanni Evangelista.

Graduale A, Ms. 515, 1448 -1453, Zanobi Strozzi e Filippo di Matteo Torelli, Iniziale I, San Giovanni Evangelista con la penna e il libro, in basso l’aquila e animali fantastici, Provenienza: Convento di San Marco, Firenze

Ancora simbolo di trasformazione e rinascita è la farfalla, insieme all’aquila e al Cervo conclude il percorso espositivo. Il Cervo, come la cicogna nemico del serpente e nel Medioevo selvaggina reale per eccellenza, è una presenza frequente in araldica. Nel chiostro dei Silvestrini del museo di San Marco, ad esempio, compare lo stemma con le corna di cervo con tracce della policromia blu originale, riferito alla famiglia Ubaldini, feudatari del Mugello; leggenda narra sia stato l’Imperatore Federico Barbarossa a concedere alla dinastia questo privilegio dopo una battuta di caccia.

Stemma gentilizio della famiglia Ubaldini da Senni, fine XIV secolo, Chiostro dei Silvestrini, Museo di San Marco, Firenze

Bistrattato dai Greci e dai Romani, l’animale diventa nobile e simbolo di Cristo nell’Alto Medioevo nei testi dei Padri della Chiesa che si sono riallacciati alle antiche tradizioni germaniche e celtiche, che vedevano nel cervo un essere di luce, intermediario tra cielo e terra, legandolo a S. Eustachio e all’immagine sfolgorante con il crocifisso tra le corna: armi contro le forze del Male, capaci di cadere e rigenerarsi, simbolo pertanto di Resurrezione. Venerato come divinità silvana nella forma del dio Cernunnos, raffigurato con corna di cervo e corpo di uomo sul cratere argenteo celtico di Gundestrup al Museo Nazionale di Copenaghen, il cervo del manoscritto di San Marco è qui circonfuso di rami che formano intrecci di ascendenza nordica, ad ulteriore dimostrazione di un sincretismo religioso che permane nella cultura europea e di simboli che solcano gli oceani del tempo e traslano da una cultura all’altra cambiando nome, ma non la loro intima essenza e sostanza.

Antifonario X, Ms. 616, Secolo XV, Miniatore anonimo, Iniziale A, Cervo e farfalla, Provenienza: Convento di Santa Maria del Carmine, Firenze

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