Il valore della povertà nell’arte del Beato Angelico a San Marco

Il primo obiettivo ONU per lo sviluppo della sostenibilità è «Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo».

Proprio in un momento storico così critico, in cui anche nell’opulento Occidente il lavoro sicuro e garantito è un privilegio, se non un lusso per pochi, e mentre la maggior parte della popolazione mondiale patisce stenti dovuti a miope sfruttamento e squilibrata ripartizione delle risorse, ci piace fare una riflessione sul tema di una povertà esente dai concetti di miseria, bisogno e disagio che invece quasi sempre, purtroppo, ne sono causa e conseguenza. Una povertà che ai tempi dell’Angelico poteva essere scelta e vissuta nella gioia della rinuncia di San Francesco o nell’austerità di San Domenico. Entrambi nati in famiglie agiate e fondatori di ordini religiosi per cui il voto di povertà era basilare.

Ma è raro trovare più profonda e palese coesione tra vita, convinzioni personali e produzione artistica di quella del Beato Angelico, che si manifesta in tutta la sua commovente e potentissima evidenza nei dipinti creati per la devozione dei suoi confratelli del convento di San Marco.

Non ci soffermeremo sulle vicende della renovatio spirituale che fiorì tra la fine del Trecento e la prima metà del Quattrocento a Firenze, supportando una “osservanza” in seno a diversi ordini religiosi. Basterà ricordare che sulla spinta di figure come Giovanni Dominici e del suo discepolo Antonino Pierozzi, anche all’interno della solida realtà domenicana di Santa Maria Novella, si palesò prorompente la spinta verso un originario rigore evangelico di una vita monastica semplice e comunitaria che si concretizzò, tra il 1404 e il 1405, con la fondazione del convento di San Domenico a Fiesole.

Attorno al 1420 Guido di Pietro “dipintore” decide di diventare frate, intraprendendo sulle colline fiesolane la sua “divina avventura” (Venturino Alce o.p.). Non chiede di entrare nel ben noto e grandioso convento di Santa Maria Novella, ma si sottopone, scegliendo poi il nome di Giovanni, al durissimo noviziato presso il Convento di San Domenico, in compagnia del fratello Benedetto e sotto la potente guida spirituale di figure come Antonino Pierozzi e Pietro di Antonio Cecchi.

Il voto di povertà sarà fondamentale per i frati domenicani riformati.  Nel convento di San Marco, grazie all’opera di fra Giovanni da Fiesole, che vi lavorò nel terzo e quarto decennio del Quattrocento, sarà non solo vissuto, ma celebrato, ribadito e sublimato nei suoi capolavori.

Reso non solo scelta di vita, ma canone estetico che, grazie alla maestria tecnica e alla sincera ispirazione dell’Angelico, permette il raggiungimento di picchi di estrema modernità in un pittore che per troppi anni è stato visto solo come un’ingenua, seppur talentuosa, retroguardia gotica in pieno Rinascimento.

Beato Angelico, Tabernacolo dei Linaioli, Museo di San Marco, Firenze

Libero dalle richieste della committenza che, a scopo autocelebrativo, lo supportava e spingeva nell’utilizzo di materiali preziosi e costosissimi come gli azzurri e gli ori che abbondano nella Deposizione Strozzi o nel Tabernacolo dei Linaioli, per le immagini destinate ai frati del convento di San Marco, l’Angelico fa scelte che sembrano fondere tecnica ed estetica in un’ottica di semplicità e morigeratezza. Funzionali a ribadire il valore di quella povertà accolta come modus vivendi e sentita come principio religioso.

Beato Angelico, Deposizione Strozzi, Museo di San Marco, Firenze

Nell’affresco, tecnica pittorica di per sé meno costosa, l’Angelico a San Marco parrebbe seguire una propria linea guida particolare anche nelle scelte cromatiche. Molte terre e tanto bianco San Giovanni fatto con calce spenta.

Peculiare il caso del colore azzurro che troviamo solo utilizzato in poche occasioni e per spazi dove la visione era condivisa dalla comunità dei frati o anche da pellegrini, conversi e da chi entrava nel convento per accedere alla biblioteca.

Esemplare in tal senso è l’affresco del San Domenico che abbraccia la Croce, che campeggia di fronte all’ingresso. Prima che le trasformazioni seicentesche ne cambiassero irrimediabilmente l’immagine con l’aggiunta della cornice e delle figure laterali dei dolenti dipinte da Cecco Bravo, e prima dell’apparire del ciclo di affreschi sulla vita di Sant’Antonino, sul bianco dei muri del Chiostro l’effetto della rappresentazione del Santo sotto la Croce doveva essere certamente ancora più suggestivo e di forte impatto emotivo. Dovevano colpire, allora come oggi, il meraviglioso naturalismo del dipinto, i dettagli anatomici e le espressioni di sofferenza partecipe di San Domenico e di consolatoria benevolenza del Cristo Crocifisso. Non v’è dubbio, altresì, che da lontano, appena varcato l’ingresso e forse prima ancora di affacciarsi nel Chiostro, lo sguardo è sempre stato catturato dal sublime blu dello sfondo. Nella totale assenza di ogni altro elemento descrittivo di una natura spaziale o temporale, questo blu allarga la sua funzione di rappresentazione di un cielo atmosferico e assurge ad immagine di «astrazione simbolica, ottenuta estrapolando le figure da qualsiasi contesto reale isolandole in uno spazio senza tempo, uno spazio mentale di timbro surreale sottolineato dall’intensità dell’azzurrite dello sfondo» (Scudieri).

Le due figure si stagliano su di uno sfondo che le rende universali, attualizzandole in quello che, non a caso, è il “manifesto” del luogo in cui ci si accinge a entrare. L’uso dell’azzurrite (azzurro della Magna), colore prezioso anche se non costoso come il blu oltremare ottenuto dalla polvere di lapislazzuli, è qui “giustificato” dalla sua funzione di rafforzare visivamente il messaggio che il pittore voleva comunicare.

Beato Angelico, San Domenico che abbraccia la Croce, Chiostro di Sant’Antonino, San Marco, Firenze

Lo stesso soggetto viene trattato in modo molto diverso quando lo sguardo a cui doveva offrirsi era quello dei frati che dalla solitudine fatta di sonno, preghiera e studio delle proprie celle si apprestavano ad uscire passando dal corridoio est a quello nord, per poi uscire nel mondo a svolgere la loro opera di predicatori.

Beato Angelico, San Domenico che abbraccia la Croce, Dormitorio, Museo di San Marco

In questo caso, non c’è necessità di catturare l’attenzione dell’osservatore. Per i frati il legame esistente tra le due figure del Cristo e del Santo, rappresentati nella loro concretissima fisicità, è già assunto come attuale e vissuto nella loro quotidianità. Semmai è nella rappresentazione dell’Effusio sanguinis che va rafforzato il convincimento che chi nega ancora, come un tempo i Catari, la natura umana di Gesù è nell’errore dell’eresia. Ma il cromatismo di questo affresco è sobrio e misurato. Scompare lo sfondo azzurro e questo colore, in tutto il piano superiore, per scelta estetica e morale, viene usato raramente e mai nelle celle dei singoli frati.

Solo in quella del benefattore del convento Cosimo de’ Medici, per la veste della Vergine della grande Annunciazione e per quella delle Ombre nel corridoio est.

E qui, accanto alla Madonna in trono tra i Santi Marco e Giovanni Evangelista, i Santi legati alla famiglia Medici e quelli domenicani, San Domenico è raffigurato mentre mostra ben leggibile il testo del proprio testamento spirituale: “Caritatem habete. Humilitatem servate. Paupertatem voluntariam possidete. Maledictionem Dei et meam imprecor possessiones inducentibus in hoc ordine” (Abbiate la carità, conservate l’umiltà, possedete la volontaria povertà. Invoco la maledizione di Dio e mia su quanti introdurranno possedimenti in questo Ordine)

Beato Angelico, Madonna delle Ombre, Museo di San Marco
Beato Angelico, Madonna delle ombre (dettaglio), Museo di San Marco. San Domenico indica il suo testamento spirituale

Alla luce di questo monito, è emozionante il paragone che possiamo fare tra lo stesso soggetto rappresentato dall’Angelico per committenze diverse, con tecniche diverse, ma con risultati uguali, se non addirittura superiori, quando la scelta dei materiali verte su terre dalle sfumature lievi e all’apparenza spente, anziché ori e colori preziosi.

Paragonata alla Glorificazione della Vergine degli Uffizi o all’Incoronazione del Louvre, destinate rispettivamente alla chiesa di Sant’Egidio dell’Ospedale di Santa Maria Nuova e a quella di San Domenico a Fiesole, l’Incoronazione della Vergine della cella n.9, sempre nel corridoio est del dormitorio di San Marco, destinata alla meditazione religiosa di un singolo frate, risulta molto diversa.

Beato Angelico, Glorificazione della Vergine (o Paradiso o Cristo pone una gemma sulla corona di Maria), Galleria degli Uffizi, Firenze
Beato Angelico, Incoronazione della Vergine, Museo del Louvre, Parigi
Beato Angelico, Incoronazione della Vergine, cella 9, Dormitorio, Museo di San Marco, Firenze

Non a caso San Domenico e San Francesco sono i primi personaggi che vediamo, centrali, al di sotto del Cristo che incorona la propria madre. Benedetto, Pietro da Verona, Tommaso d’Aquino e Marco sono gli unici altri Santi “presenti” alla scena.

Non c’è tripudio di angeli. La solennità, la magnificenza e lo splendore della scena sono resi comunque, anche se con mezzi tecnici tanto diversi. I colori sono tenui. Un gioco di bianchi, ocra, rosa e verde, sorretto dallo scuro delle vesti dei santi in basso.

Di nuovo il fondersi tra naturalismo dell’immagine e astrazione del concetto rappresentato, tocca vertici che forse solo nel XX secolo l’arte si prefiggerà come obiettivo da raggiungere. 

E lo splendore e la ricchezza della scena non vengono attutiti dalla povertà dei materiali e dalla rigorosa semplicità della composizione.

A buon intenditor, poche parole.   

Silvia Andalò 

 

Beato Angelico, Incontro tra San Francesco e San Domenico, Gemaldegalerie der Staatlichen Museum, Berlino

 

Per saperne di più:

Cennino Cennini, Il libro dell’arte (a cura di Fabio Frezzato), Neri Pozza, 2009

Magnolia Scudieri, Gli affreschi dell’Angelico a San Marco, Giunti, 2002

Venturino Alce, Angelicus pictor. Vita, opere e teologia del Beato Angelico, Edizioni Studio Domenicano, 1993

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