In una giornata piovosa di qualche anno fa, il sole si era riaffacciato da poco tra le nuvole. Per la terza volta mi trovavo in visita al convento di San Domenico a Fiesole. Un frate mi accolse insieme al sagrestano-ricamatore; ricordo ancora il profumo del rosmarino che, esaltato dall’umiditĂ , si arrampicava fin sui muri trasudati del chiostro.
— Ma quando vi prenderete cura del dipinto? — mi chiese il frate. — Lo porterete lontano?
Poi mi sorrise, aspettando una risposta. Aveva i denti masticati dalle preghiere. Io ricambiai il suo sorriso: — Lo porterò a Firenze, nel mio studio, e dopo le cure di cui ha bisogno raggiungerà il convento di San Marco. Resterà qualche mese in compagnia dei confratelli giù in città , in occasione della mostra (La grande retrospettiva Beato Angelico si è svolta tra Palazzo Strozzi e il Museo di San Marco dal 26 settembre 2025 al 25 gennaio 2026, ndr) .
Una musichetta improvvisa, proveniente da sotto la tonaca, interruppe la quiete.
— Pronto? Sì, sì, arrivo, arrivo.
Il frate mi sorrise ancora una volta e si avviò a passo lento lungo il corridoio.

Quel giorno, di fronte alla pala di Beato Angelico, si aprì uno spiraglio di confidenza segreta tra me e Fra Giovanni.
Poco tempo dopo, la grande macchina di legno, protetta dall’ethafoam, arrivò finalmente nel mio studio, prendendo posto sulla parete proprio come avevano fatto, anni prima, altri capolavori. Per me, ogni volta che entra un’opera così preziosa nel mio studio, prende avvio una costruzione emozionale crescente: una rottura della quotidianitĂ che mi permette di accarezzare la storia attraverso la materia.
Se devo essere sincero, all’inizio dei lavori vivo spesso momenti di ansia e preoccupazione, specialmente di fronte ai problemi più complessi. Su questo tanto straordinario quanto complesso capolavoro ho dovuto sanare diversi dissensi polimaterici e alcune tensioni cromatiche, dovute principalmente alla convivenza di ben cinque artisti che si sono susseguiti in cinquecento anni di storia. Ma alla fine ci sono riuscito: con l’aiuto delle mie assistenti, Gloria Verniani e Umi Toyosaki, abbiamo ritrovato la magia originaria di Fra Giovanni e un nuovo equilibrio fra gli artisti.

Ho riaperto i vecchi tagli, giĂ risanati dal cacciatore di farfalle (a volte lo chiamo così) Roberto Buda, esperto restauratore del legno, rimuovendo colle vetrificate al loro interno. Ho sminuzzato quelle vernici resinose che davano alle immagini un tono caramellato, dove a tratti le scolature si sovrapponevano alle riprese di colore. Proprio lì sotto, un piccolo frammento di colore ancora vivo era rimasto inglobato: fermo, in attesa di saltare fuori. Quando è sbucato dalla fessura, ho trattenuto il respiro. Incidere con il bisturi quella materia rinseccolita e ritrovare il pigmento originale è stata un’emozione privatissima; poi, finalmente, la veste dell’angelo ha riaccolto in sĂ© quella piccola reliquia.
Le analisi scientifiche ci rivelano molti segreti celati sotto la superficie. Anche in questo caso, il trono originale, celato dal baldacchino dipinto da Lorenzo di Credi nel 1501, è ancora lì che sonnecchia, e continuerà a farlo nei secoli a venire. La mano disegnatrice del frate e la sua volontà primordiale restano segni indelebili (ma occulti) del suo passaggio.
Naturalmente, quando si lavora a stretto contatto con un’opera, il cuore non batte con la stessa forza del primo amore; il dipinto non ti invoglia mai a correre, ti spinge semmai a scappare dai ritmi frenetici della vita, ti invita a restare. Annulla anche la stanchezza, a volte. L’oro, poi, per quanto mi riguarda, è la perfezione: un metallo lavorato accanto ai colori puri. Ma il particolare sul quale mi sono soffermato di piĂą, e che mostravo con orgoglio ai visitatori, erano i dentini degli angeli: le bocche dischiuse in un canto divino.
PiĂą volte mi è capitato di aggiungere al silenzio del mio studio un concerto per violino eseguito dall’amico-genio Giuseppe Gibboni, sulle note della Sonata n. 1 in sol minore di Bach. In quei momenti, le ciglia degli angeli sembravano alzarsi, i contorni degli occhi aprirsi e le pennellate di rosa sulle guance fondersi di nuovo in una celestiale sfumatura.
E ancora di più in questi momenti ho pensato al piccolo frate-pittore, immaginandolo lì con le maniche della veste tirate su, immerso nella quiete del convento.
Il restauro ha seguito il suo iter preciso, assecondando le paure e i sorrisi; e finalmente dopo svariati mesi si è concluso. Ma poi sono arrivati i trasportatori! E insieme a loro la dipartita della pala dal mio studio in direzione del Museo di San Marco. L’apposizione del coperchio che chiude la cassa e il suono dell’avvitatore mi evocano ogni volta un sentimento triste, la rottura di un sogno e il vuoto che non si colma. Così Beato Angelico è scomparso di nuovo nel buio dell’ethafoam. In realtà sono sempre trasferimenti temporanei, in attesa dei ricongiungimenti finali nei luoghi d’origine, dove mi piace tornare anche a distanza di mesi.
In una giornata piovosa, proprio come durante il primo incontro, il sole si è riaffacciato da poco tra le nuvole. La grande Pala di Fiesole, finita la mostra, è tornata sul proprio altare della cappella. Lo stesso frate mi ha accolto insieme al sagrestano-ricamatore e con gioia abbiamo festeggiato il Beato ritrovato. Il cellulare del frate ha squillato di nuovo: — Pronto? Sì, sì, arrivo, arrivo.
Daniele Rossi
Il restauro della Pala di Fiesole è stato eseguito sotto la direzione di Anna Floridia, funzionaria Storica dell’Arte della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e la provincia di Prato.

Per saperne di piĂą:
Ludovica Sebregondi (a cura di), Beato Angelico. Restauri per una mostra, Marsilio Arte, 2025

