Il giardino dell’anima di Santa Caterina da Siena. Testi scelti

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LETTERE

E qui ponete la vostra sollecitudine, sì che dimostriate d’essare pastore e uno vero ortolano: pastore per correggiare, e ortolano per rivollare la terra sottosopra, cioè rivollare la disordenata vita nell’ordenata, divellarne el vizio, piantarvi le virtù (…) ch’io spero ne la bontà di Dio che l’ortolano de lo Spirito santo fornirà l’orto (Lettera 12, All’Abbate di santo Antimo);

scrivo a voi (…) con desiderio di vedervi vero ortolano, governatore dell’orto dell’anima vostra e de’ sudditi vostri. Noi siamo uno giardino, e veramente orto, del quale giardino e orto n’à fatto ortolano, la prima Verità, la ragione col libero arbitrio; la quale ragione e libero arbitrio, con l’aiutorio della divina grazia, à a divellare le spine de’ vizii, e piantare l’erbe odorifere delle virtù. (…) io desideravo di vedervi vero ortolano dell’orto dell’anima vostra e de’ vostri sudditi (…) E così non potrà essere ingannato l’ortolano, né robbato el giardino; e non verrà el nemico a seminargli la zizzania dell’amore proprio, el quale amore proprio germina spine e affoga el seme delle virtù. (Lettera 22, All’abbate Martino di Passignano dell’ordine di Valle Ombrosa);

Voglio che siate uno vasello di dilezione pieno di fuoco d’ardentissima carità a portare el dolce nome di Gesù, e seminare questa parola incarnata di Gesù nel campo dell’anima. Ma invitovi e voglio che ricogliendo el seme, cioè facendo frutto ne le creature (Lettera 52, A frate Jeronimo da Siena de’ frati di santo Agustino);

Se egli è prelato (…) disponsi alla morte per divellere le spine de’ vizii, sì come buono ortolano, e piantare le virtù nell’anime loro (Lettera 55, Al venerabile religioso don Guglielmo, priore Generale dell’ordine di Certosa);

E nondimeno ella è quella zizzania che el dimonio à seminata nel campo del Signore e questo à fatto per affogare el grano de’ santi desideri e dottrina che è stata seminata ne’ campi vostri (Lettera 64, A frate Guiglielmo d’Inghilterra de’ Frati eremiti di santo Agustino);

la quale reputazione, e superbia, immondizia, e ogni altro difetto e miseria, sonno i frutti de la infedeltà che aviamo verso di Dio, e de la presunzione di fidarci in noi medesimi, el quale è uno vermine che sta nascosto sotto la radice de l’arbore de l’anima nostra (Lettera 83, A Conte di Conte da Firenze, spirituale, essendo per alcuno modo caduto);

O carissima figliuola, e non vedi tu che noi siamo uno arbore d’amore, perché siamo fatti per amore? Ed è sì bene fatto questo arbore, che non è alcuno che el possa impedire che non cresca, né tollargli el frutto suo, se elli non vuole; e àgli dato Dio a questo arbore uno lavoratore che l’abbi a lavorare, secondo che gli piace; e questo lavoratore è el libero arbitrio (…) se il lavoratore del libero arbitrio allora el pianta dove debba essere piantato, cioè nella terra della vera umilità (…), allora produce fiori odoriferi di virtù, e singolarmente producerà quello sommo fiore della gloria e loda del nome di Dio; e tutte le sue operazioni e virtù, le quali sono dolci fiori e frutti, ricevaranno odore da questo.(…) io ti voglio dire in che campo sta questa terra, a ciò che tu non errassi: la terra è la vera umilità, come detto è; el luogo dove ella è, è il giardino chiuso del cognoscimento di sé. Dico che è chiuso però che l’anima che sta nella cella del cognoscimento di sé medesima, ella è chiusa e none aperta, cioè che non si dilata nelle delizie del mondo, e non cerca le ricchezze, ma povertà voluntaria; e non le cerca per sé né per altrui, e non si distende in piacere alle creature, ma solo al Creatore. (…) volere sostenere ogni pena – da qualunque lato elle vengano – infine alla morte, per poterla conservare e crescere (la carità) nel giardino dell’anima nostra (Lettera 113, Alla contessa Bandecca figliuola di Giovanni d’Agnolino de’ Salimbeni);

Voi sapete, carissima madre, che noi siamo come uno campo di terra, dove Dio per la sua misericordia à gittato el seme suo, cioè l’amore e l’affetto col quale ci creò (…) perché godessimo e gustassimo la somma etterna bellezza sua. E acciò che questo seme faccia frutto e notrichinsi le piante, egli ci à data l’acqua del santo battesmo. Bene è dolce e soave questo frutto; àcci bisogno d’uno ortolano che ‘l governi, e conservi el frutto suo. O dolcissimo amore Gesù, tu ci ài dato el più forte e grazioso ortolano che possiamo avere, cioè la ragione e la libera volontà (…) Questo ortolano à uno compagno, cioè la parte sensitiva, che spesse volte el robba e lo ‘mpedisce, seminandovi e ricogliendovi spesse volte el seme del dimonio (…) Pregovi, in Cristo dolce Gesù, che l’amore l’affetto e ‘l desiderio vostro si levi su e pigli l’arbolo della santissima croce, e piantisi nell’orto dell’anima vostra, però che elli è uno arbolo pieno di frutti de le vere e reali virtù. (…) allora l’orto nostro non potrà avere altro che dolci frutti e soavi. E però dissi che io desideravo che voi fuste campo fruttifero (Lettera 138, Alla reina di Napoli);

che voi siate quello arbore fruttifero, che el frutto che è uscito di voi sia buono e virtuoso. Sapete, figliuolo mio, che prima che l’arbore renda el frutto, egli debba essere buono e bene ordenato: così dico che l’anima vostra si debba ordenare col santo e vero timore e amore di Dio (…) E sappi che in neuno modo potiamo avere per noi medesimi questi frutti de le virtù, però che noi siamo arboli salvatichi, se noi non facessimo uno innesto, per amore e desiderio di Dio, in su questo dolce arbore, Cristo crucifisso (Lettera 156, A Giovanni Perotti coiaio da Lucca);

scrivo nel prezioso sangue suo, con desiderio che voi fuste uno campo fruttifero e che faceste frutto, ricevendo el seme de la parola di Dio (…)o m’aveggo che noi siamo terra infruttifera che lassiamo affogare el seme de la parola di Dio da le spine e pruni de’ disordenati affetti e desiderii del mondo (Lettera 166, A madonna Colomba da Lucca);

Allora avarete fatto uno innesto, piantati e innestati nell’arbore de la vita: torràvi la morte e renderàvi la vita (Lettera 171, A Nicolò Soderini, essendo de’ Priori di Firenze al tempo che si fece la lega);

Pensate che Dio v’abbi fatta uno ortolano a stirpare el vizio e piantare la virtù (Lettera 175, A non so quale monasterio di donne);

Questi sarà uno arbore fruttifero che produciarà e’ frutti delle virtù; e sarà odorifero, però che stando nella puzza, gittarà odore; e il seme che uscirà di lui, sarà buono e virtuoso (Lettera 193, A missere Lorenzo dal Pino da Bologna dottore in Decretali);

Dirittamente l’anima allora diventa un giardino pieno di fiori odoriferi di santo desiderio; e nel mezzo v’è piantato l’albore della santissima croce, dove si riposa l’Agnello immaculato, el quale diriga sangue, bagna e alaga questo glorioso giardino, e tiene in sé e’ frutti maturi delle vere e reali virtù (…) Non mi maraviglio se quella che à fatto di sé giardino per conoscimento di sé, ella è forte contra tutto quanto el mondo (Lettera 241, A monna Giovanna di Curado, quando io Stefano ero con Caterina a Vignone);

Non dormiamo più: tanto tempo aviamo fatta stalla del corpo e della mente nostra, che ogimai è da farne uno giardino; e non è da aspettare il tempo, però che ‘l tempo non aspetta noi (Lettera 279, A messere Ristoro sopradetto da Fiorenze, in Pistoia);

scrivo a voi (…) con desiderio di vedervi vero lavoratore nella vigna de l’anima vostra, a ciò che raportiate il molto frutto al tempo della ricolta, cioè nel tempo della morte (…) Sapete che la Verità etterna creò noi alla imagine e similitudine sua: di noi fece suo tempio dove egli vuole abitare per grazia, se piace al lavoratore di questa vigna di lavorarla bene e drittamente; che se ella non fusse lavorata, ma abondasse di spine e di pruni, già non sarebbe da abitarvi. Or vediamo, carissimo padre, che lavoratore ci à posto questo maestro. Àci posto el libero arbitrio, in cui è commessa tutta la governazione; èci la porta della volontà, che neuno è che la possa uprire o serrare, se non quanto el libero arbitrio vuole (…) Doh quanto è laida quella misera vigna a vedere, ché di vigna è fatta bosco, con le spine della superbia e de l’avarizia, e co’ pruni de l’ira e della impazienzia e disobedienzia, piena d’erba venenosa; di giardino è fatta stalla, dilettandoci noi di stare nella stalla della immondizia. Questo nostro giardino non è chiuso, ma è aperto; e però i nemici de’ vizii e delle dimonia v’entrano come in loro abitazione. (…) Dolgomi infino a la morte che ‘l tiranno del libero arbitrio v’à fatto: di giardino che gittava essemplo di virtù e di verità e lume di fede, ora l’à pervertito di giardino in bosco. (…) Detto aviamo come noi siamo vigna, e come ella è adornata, e come Dio vuole che ella sia lavorata. Ora dove ci à posti? nella vigna della santa Chiesa. Ine à posto il lavoratore, cioè Cristo in terra (…) Cercate il lavoratore e la vigna de l’anima vostra nella vigna della santa Chiesa (…) So’ certa che, se sarete vero lavoratore della vigna vostra (…) E però vi dissi ch’io desideravo di vedervi vero lavoratore nella vigna de l’anima vostra (Lettera 313, Al conte di Fondi);

Siatemi vero e perfetto ortolano in divellere li vizii e piantare le virtù in questo giardino (Lettera 341, A missere Angelo, nuovamente eletto vescovo Castellano).

DIALOGO

Or cosí ti pensa che l’anima è uno arbore fatto per amore, e però non può vivere altro che d’amore. È vero che, se ella non à amore divino di vera e perfetta carità, non produce frutto di vita ma di morte. Conviensi che la radice di questo arbore, cioè l’affetto dell’anima, stia ed esca del cerchio del vero cognoscimento di sé (…) Questo cognoscimento di sé, e di me in sé, si truova e sta sopra la terra della vera umilità (…) Allora l’arbore della carità si nutrica nella umilità (…) Questo arbore, cosí dolcemente piantato, gitta fiori odoriferi di virtù con molti e variati sapori; elli rende frutto di grazia all’anima e frutto d’utilità al prossimo (…) Tutti quanti i frutti che escono dell’arbore sono conditi con la discrezione (Dialogo della Divina Provvidenza, X);

non v’à luogo da veruna parte dove possa entrare, perché l’orto dell’anima loro è chiuso; e però ritorna la saetta a colui che la gitta, avelenata col veleno della colpa (Dialogo, LXXVIII);

Questi erano veri ortolani che con sollicitudine e santo timore divellevano le spine de’ peccati mortali e piantavano piante odorifere di virtù (Dialogo, CXIX);

Questi cotali non seminano il seme mio in verità, perché non attendono a divellere i vizi e piantare le virtù. Unde, perché non ànno tratte le spine de l’orto loro, non si curano di trarle de l’orto del loro prossimo (Dialogo, CXXV);

e però se’ fatto cacciatore e ucellatore di bestie, perché l’orto de l’anima tua è insalvatichito e pieno di spine; e però ài preso diletto d’andare per li luoghi diserti cercando le bestie salvatiche (Dialogo, CXXX);

Poi che ebbi fatto ogni cosa buona e perfetta, ed Io creai la creatura razionale a la imagine e similitudine mia, e missila in questo giardino. Il quale giardino per lo peccato d’Adam germinò spine, dove in prima ci erano fiori odoriferi, pure d’innocenzia e di grandissima soavità. Ogni cosa era obediente a l’uomo, ma per la colpa e disobbedienzia commessa trovò ribellione in sé e in tutte le creature. Insalvatichì il mondo e l’uomo, il quale uomo è un altro mondo. Ma Io providdi, ché, mandando nel mondo la mia Verità, Verbo incarnato, gli tolse il salvaticume, trassene le spine del peccato originale, e fecilo uno giardino inaffiato del sangue di Cristo crocifisso, piantandovi le piante de’ sette doni dello Spirito santo, traendone il peccato mortale. E questo fu dopo la morte de l’unigenito mio Figliuolo, ché inanzi no. (…) Sì che egli è fatto giardino adornato di dolci e soavi frutti. È vero che l’ortolano di questo giardino, cioè il libero arbitrio, el può insalvatichire e dimesticare secondo che gli piace. Se egli ci semina il veleno de l’amore proprio di sé (…) Che questo ortolano divella queste spine con odio – che se egli non s’odiasse non ne le trarrebbe mai (…) Per questo modo può dimesticare questo giardino de l’anima mentre che vive (Dialogo, CXL);

tolsi le chiavi de l’obbedienzia e posile in mano del dolce e amoroso Verbo, mia Verità: e’ come portonaio diserrò questa porta del cielo. E senza questa chiave e portonaio, mia Verità veruno ci può andare (Dialogo, CLIV).

 

ORAZIONI

O Trinità eterna, o Trinità eterna, nel tuo lume si cognosce che tu sei quello sommo et eterno giardino che tieni in te rinchiusi gli fiori e gli frutti, perché tu sei fiore di gloria il quale rendi gloria a te medesimo, rendi frutto a te medesimo (…) Nel giardino del seno tuo era rinchiuso l’uomo, o Padre eterno: tu el traesti de la santa mente tua come uno fiore distinto in tre potenzie de l’anima, e in ciascuna hai posta la pianta a ciò che potessino fruttificare nel tuo giardino ritornando in te col frutto che gli hai dato. (…) il tuo giardino era serrato; per la quale cosa non potevamo ricevere i frutti tuoi. E però hai fatto portinaio il Verbo, ciò è l’unigenito tuo, a cui hai dato la chiave della deità, e la umanità fu la mano; le quali tu hai congionte insieme a ciò che aprisseno la porta de la tua grazia (…) O dolce portinaio, o umile agnello, tu sei quello ortolano il quale, avendo aperte le porte del giardino celestiale, ciò è del paradiso, porgi a noi i fiori e i frutti della Deità eterna. (Orazione XIII).

Edizioni di riferimento:

Santa Caterina da Siena, Le lettere, a cura di Antonio Volpato, in Santa Caterina da Siena, Opera Omnia, Testi e Concordanze, Provincia Romana dei Frati Predicatori. Centro Riviste. Pistoia 2002;

Santa Caterina da Siena, Il Dialogo della Divina Provvidenza, a cura di Giuliana Cavallini, ed. Cantagalli 1995;

Santa Caterina da Siena, Le Orazioni, a cura di Giuliana Cavallini, Edizioni Cateriniane, 1978.

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