Nel giugno del 1502, a Firenze, un giovane poco più che trentenne faceva il suo ingresso nella casa che fino a pochi anni prima era stata guidata da Girolamo Savonarola, desiderando vestire l’abito domenicano. Si trattava di “frater Michael Emmanuelis de civitate Arta”, come registra il Liber vestitionum del convento di San Marco alla data del 12 giugno. La vocazione religiosa era forse definitivamente maturata in lui dopo l’epilogo della vicenda savonaroliana, quando, trovandosi nel castello di Mirandola al servizio di Giovan Francesco Pico, Michele doveva aver partecipato al lavoro di raccolta dei materiali che sarebbero confluiti nella Vita Hieronymi Savonarolae firmata dallo stesso Giovan Francesco (1530).
Il giovane novizio, che evidentemente arrivava da lontano, aveva conosciuto il frate ferrarese ben prima di seguire da Mirandola il precipitare degli eventi che portò alla sua cattura e all’esecuzione, avendolo visto con i suoi occhi e ascoltato con le sue orecchie più e più volte quando si ergeva sull’alto pergamo e, “stando in piedi per due ore e più, riversava copiosissimo il profluvio della predica”. Per Michele furono gli anni della giovinezza trascorsa in Italia, dove, come avrebbe raccontato molto più tardi in terre remote, aveva vissuto a lungo.

Invero Michele era arrivato per la prima volta a Firenze un decennio prima di quell’estate del 1502 che impresse una svolta decisiva alla sua vita, tra la tarda primavera e l’inizio dell’estate del 1492, e vi era giunto da Venezia, dove era approdato salpando da Corfù insieme a Giano Lascaris e a un gruppo di giovani conterranei che in Italia avrebbero rinsaldato le fila della diaspora greca. All’ambiente della diaspora apparteneva lo stesso Lascaris, che era al servizio di Lorenzo de’ Medici e nel 1491-1492 aveva viaggiato per la seconda volta in Oriente su suo incarico, per acquistare manoscritti e reclutare giovani copisti.

Di Michele, che era stato reclutato a Corfù nella cerchia di Demetrio Trivolis, di cui portava il cognome essendo forse suo nipote, Lascaris fu a Firenze mentore e maestro, prima allo Studium dove il giovane si formò e poi al circolò di copia che si era costituito all’ombra della biblioteca medicea privata. L’attività di amanuense di cui allora il giovane émigré si sostentava è testimoniata dai codici che trascrisse a Firenze tra il 1492 e il 1494/1495: i Geoponica, la geografia di Strabone, il commentario a Ermogene di Siriano, Sopatro e Marcellino e gli Idyllia di Teocrito.
Di ambiente fiorentino è anche la copia del De divinis nominibus dello pseudo Dionigi Areopagita che Michele esemplò su un originale della fine del IX sec. allora nel convento di San Marco (oggi entrambi nella Biblioteca Medicea Laurenziana). Data l’accessibilità della biblioteca di San Marco, che per la lungimiranza di Cosimo il Vecchio si era costituita come pubblica, sembra ugualmente possibile collocare la trascrizione del codice entro il 1495, quando Michele prestava la sua mano a Lascaris, o dopo il suo ingresso a San Marco nel 1502. Più difficile appare invece riferirla agli anni 1495-1498.

Tra il 1495 e il 1499 il corso degli eventi costrinse infatti Michele a un continuo girovagare. Tutto venne in conseguenza della partenza da Firenze di Lascaris, che nel 1495 si mise al servizio di Carlo VIII, seguendolo nella sua ritirata. D’improvviso i giovani greci che a Firenze erano sotto la sua tutela rimasero privi di una guida e della protezione dei Medici, che era venuta meno con la cacciata di Piero. Sciamarono allora verso nord, trovando perlopiù un’occupazione a Venezia, nell’ambiente delle stamperie. Michele li seguì, ritrovando però una stabilità, seppur temporanea, solo nel 1498, quando si trasferì a Mirandola.
Dopo Firenze, Venezia fu per lui il maggior centro di gravitazione. La sua presenza in città è delimitata da due codici: la copia del Teocrito sulla cui base fu allestita la seconda edizione aldina degli Idyllia (1496) e la copia del commento di Filopono agli Analytica priora di Aristotele da lui ultimata il 2 marzo 1498. Molteplici furono i suoi contatti di allora. Tra essi spicca su tutti la figura di Aldo Manuzio, “un tale filosofo assai erudito, di nome Aldus e di cognome Manuntius, di origine italiana, di natali romani, assai esperto nella scrittura sia in latino sia in greco”, come lo avrebbe descritto molti anni più tardi in un paese lontano, spiegando il significato del marchio tipografico con l’ancora e il delfino.
La menzione di Manuzio in un’epistola del 21 aprile del 1503 ci riporta d’improvviso Firenze, calandoci in un frangente inaspettato: al decimo mese del suo noviziato, per circostanze misteriose, Michele decide di spogliarsi dell’abito per tornare a vivere nel secolo. Domanda allora all’amico Scipione Forteguerri di raccomandarlo “al buon Aldo”, in un appello che tradisce tutta la sua preoccupazione per il futuro. Da lì a poco Michele avrebbe raggiunto nuovamente Venezia per ricongiungersi con Lascaris, suo antico maestro, ora di stanza in città in veste di ambasciatore del re di Francia.
Poco dopo Venezia fu ancora per Michele porto di transito, riportandolo ora verso paesaggi di più antica familiarità. Al suo nuovo approdo, Michele tenne subito a confermare la vocazione religiosa che si era accesa in lui in Italia, forse sotto lo stimolo del carisma profetico di Savonarola. Lo fece sul monte Athos, cuore spirituale dell’ortodossia, nel monastero di Vatopedi, dove vestì l’abito e prese il nome di Massimo, che scelse in onore di Massimo il Confessore, interprete della tradizione neoplatonica di Dionigi Areopagita incontrata pochi anni prima a San Marco.
Correva l’anno 1506, come si ricava da alcuni scritti del monaco Massimo, che in anni successivi dichiarerà di aver trascorso sull’Athos un decennio e di aver lasciato la Montagna 9 anni prima del 1525. L’Athos rappresenta di fatto una tappa intermedia dell’itinerario di vita di Michele/Massimo, la cui ultima meta, suo malgrado definitiva, fu il gran principato di Mosca (1518). Il monaco athonita vi giunse designato dalle autorità locali su richiesta del gran principe Vasilij III Ivanovič come esperto conoscitore dei libri sacri, per condurre il lavoro di revisione delle traduzioni slave.

Massimo, che in Moscovia prese a essere identificato come “il Greco” in ragione della sua provenienza, con una formula che si sarebbe cristallizzata nella tradizione, fu accolto a Mosca con grandi onori e ospitato nel Cremlino, luogo di residenza del gran principe e del metropolita. Ben presto intorno a lui si costituì una squadra di esperti e fu avviato il processo di revisione dei libri.
Il monaco athonita si approcciò alla tradizione bizantino-slava con una mentalità nuova e, forte delle conoscenze e dei metodi che aveva appreso alla scuola degli umanisti, affermò la necessità urgente di nuove traduzioni, stanti i numerosi errori con cui gli antichi traduttori e i copisti avevano inzeppato i testi in lingua slava. Questa aperta critica, calata in un contesto culturale in cui la fedeltà alla tradizione costituiva un valore irrinunciabile, fu ricevuta come un affronto.

Lungi dal limitarsi al compito di revisione che gli era stato affidato, Massimo il Greco non mancò occasione per perorare le cause che più gli stavano a cuore, su tutte la liberazione dell’Impero e la riforma religiosa. Al pari di Lascaris e più in generale dei greci della diaspora, egli non abbandonò mai la speranza che le potenze cristiane potessero coalizzarsi in una crociata di liberazione dell’Impero dal Turco. In quest’ottica devono essere lette la posizione critica che tenne rispetto all’autocefalia della Chiesa russa, l’accusa di altro tradimento che lo raggiunse e forse anche la strana coincidenza per cui, se gli eventi non si fossero frapposti, il suo arrivo a Mosca sarebbe stato concomitante all’arrivo a Mosca della missione che papa Leone X (papa Medici) aveva affidato al procuratore generale dei domenicani Nikolaus von Schönberg, che all’epoca del noviziato di Michele era frate a San Marco.

Le stesse ragioni che in Italia lo avevano spinto a rinnegare la cultura pagana e ad affrancarsi “dalle putride novelle e dalle dottrine degli avi ellenici” per vestire l’abito della religione, lo convinsero in Moscovia a sostenere le ragioni della Chiesa povera, facendosi promotore di una riforma religiosa capace di attuare il ritorno all‘ecclesiae primitivae forma. Questo anelito, che come dovette presto realizzare accomunava i frati latini di stretta osservanza e i monaci non possidenti di Moscovia, lo spinse a schierarsi con questi ultimi, ingaggiando un critica alle autorità religiose che nei contenuti e nei toni ricalcava le posizioni a suo tempo prese da Savonarola.

Predicatore ispirato e profetico – così la sua immagine si fissò nella tradizione agiografica slava ecclesiastica –, Massimo il Greco incarnava un nuovo ideale di santità, intessuto di spirito umanistico e di vocazione riformistica. Uomo di lettere e monaco ortodosso, umanista e riformatore, il monaco athonita aveva portato in Moscovia una ventata di modernità, pagando per questo un prezzo altissimo: nel 1525 fu processato una prima volta, giudicato colpevole di eresia e costretto a una severa reclusione; nel 1531, anche per l’insistenza con cui le autorità athonite ne domandavano il rilascio, fu processato una seconda volta e giudicato nuovamente colpevole.
Con l’avvicendamento dei metropoliti Daniil, Ioasaf e Makarij le condizioni della sua prigionia andarono in ogni caso mitigandosi, tanto che gli fu concesso di riaccostarsi alla comunione e di lasciare la prigione di Volokolamsk per trasferirsi prima a Tver’ e poi nella laura della Trinità di San Sergio. Qui riprese la sua attività riguadagnando l’autorevolezza perduta, come dimostrano la collaborazione ai lavori preparatori dei concili indetti da Makarij e i rapporti intrattenuti con il gran principe Ivan IV il Terribile.
Nel 1556/1557 Massimo il Greco si spense a San Sergio, dove ancora oggi riposano le sue spoglie mortali. La sua riabilitazione, iniziata nell’ultimo periodo della sua vita, si è compiuta dopo alterne vicende solo nel 1988, anno del centenario del battesimo della Rus’ (988), quando è stato canonizzato dalla Chiesa ortodossa russa, che lo celebra come paladino dell’ortodossia. Rimangono invece ancora perlopiù in ombra il suo ruolo di primo tramite in Moscovia della cultura umanistica e l’opera di mediazione di cui fu protagonista, creando un ponte di dialogo tra mondi e culture che oggi più che mai necessita di essere riscoperto e alimentato.
Francesca Romoli

Bibliografia
Denissoff 1943: É. Denissoff, Maxime le Grec et l’Occident. Contribution à l’histoire de la pensée religieuse et philosophique de Michel Trivolis, Louvain-Paris 1943.
Denissoff 1948: É. Denissoff, L’influence de Savonarola sur l’église russe expliquée par un ms. inconnu du couvent de S.-Marc à Florence, “Scriptorium”, II, 1948, 2, pp. 253-256.
Garzaniti 2019: M. Garzaniti, Michele Trivolis alias Massimo il Greco, Girolamo Savonarola e i domenicani di San Marco (Firenze), in: V.Š. D.ci, H. Destivelle (a cura di), I Domenicani e la Russia, Roma 2019 (Dissertationes Historicae, 37), pp. 41-74.
Romoli 2021: F. Romoli, Massimo il Greco e gli ordini religiosi dell’Occidente. Esperienza ed evidenza documentaria nella testimonianza alla Moscovia cinquecentesca, Firenze 2021 (Europe in between. Histories, cultures and languages from Central Europe to the Eurasian Steppes, 3).
Romoli 2022: F. Romoli, Massimo il Greco, Venezia e l’editoria umanistica: tra esperienza e retaggio, “Studi Veneziani”, n.s., LXXXV-LXXXVI, 2022, pp. 15-38.
Sinicyna 2008: N.V. Sinicyna, Maksim Grek, Moskva 2008 (Žizn’ zamečatel’nych ljudej).
Speranzi 2010: D. Speranzi, Michele Trivoli e Giano Lascari. Appunti su copisti e manoscritti greci tra Corfù e Firenze, in: M. Garzaniti, F. Romoli (a cura di), Massimo il Greco, Firenze e l’Umanesimo italiano, “Studi Slavistici”, vii, 2010, pp. 263-297.
Speranzi 2016: D. Speranzi, Massimo il Greco a San Marco. Un nuovo manoscritto, in: A. Alberti, M.C. Ferro, F. Romoli (a cura di), Mosty mostite. Studi in onore di Marcello Garzaniti, Firenze 2016, pp. 191-204.
https://maximhum.fileli.unipi.it/ (ultimo accesso 11. 07.2024).
FRANCESCA ROMOLI è professore associato di Slavistica all’Università di Pisa. Si interessa di cultura letteraria del medioevo slavo orientale e del Cinquecento moscovita, in particolare di Massimo il Greco, su cui dirige il progetto di ricerca nazionale “Humanistic Italy and sixteenth-century Muscovy in dialogue: Digitization and digital mapping of the work of Maximus the Greek” (PRIN 2022 PNRR) (https://maximhum.fileli.unipi.it/). È autrice dei volumi Predicatori nelle terre slavo-orientali (XI-XIII sec.): retorica e strategia comunicative (Firenze, 2009) e Massimo il Greco e gli ordini religiosi dell’Occidente: esperienza ed evidenza documentaria nella testimonianza alla Moscovia cinquecentesca (Firenze, 2021), e di oltre settanta saggi scientifici editi in riviste nazionali e internazionali.
Le immagini, riprese dal vivo o reperite sul web, sono a cura della Redazione del blog.
