Beato Angelico nello sguardo di Antonio Tabucchi

Dalla fantasia letteraria di Antonio Tabucchi, morto il 25 marzo di dieci anni fa, prendeva forma una delle più inaspettate e suggestive descrizioni dell’Annunciazione angelichiana. Nel racconto I volatili del Beato Angelico che dà il titolo al volumetto pubblicato da Sellerio nel 1987, nella collana “La memoria”, lo scrittore ci regala un immaginario spaccato di vita all’interno del convento di San Marco nella prima metà del 1400.

Nella fusione tra reale e fantastico, sacro e profano, gli angeli dipinti dal Beato Angelico sono in Tabucchi creature concretissime che annientano con la loro apparizione ogni diaframma tra terreno e divino in un continuo ribaltamento dei piani.

Nella serena e regolata quotidianità conventuale, si inserisce, in modo del tutto omogeneo con l’atmosfera di bucolica semplicità dell’ambientazione, l’arrivo di tre grandi volatili, «venuti apposta» per farsi dipingere dal frate.

Tabucchi ci presenta fra Giovanni come un frate dall’animo semplice, legato alla terra e ai suoi prodotti come alla memoria della sua giovanile vita da laico. Ben lontano quindi dalla reale figura di religioso dottissimo e su cui gravavano responsabilità nella gestione del convento.

copertina_Tabucchi

L’autore ci narra dell’incontro di fra Giovanni con tre creature fantastiche: forse ispirate all’iconografia medievale – più gallinacci che uccelli – trovate in momenti successivi nel grande orto del convento e descritte in tutta la loro goffa fisicità. La prima è descritta come «una creaturina rosea, dall’aspetto morbido, con delle braccine giallastre come quelle dei polli spennati, ossute, e due zampe anch’esse molto magre, con le giunture prominenti e delle dita callose come quelle dei tacchini. Aveva un volto da bambino vecchio, ma liscio, con gli occhi neri e grandi e una lanugine canuta al posto dei capelli». La seconda come un grosso insetto alato, a metà tra una libellula e un grillo; la terza come una strana palla, priva della parte inferiore del corpo.

Scopriremo, leggendo, che diventeranno i modelli degli affreschi del Dormitorio di San Marco per le Virtù che inchiodano Gesù della cella ventitre e per gli angeli della cella trentaquattro con L’Orazione nell’orto del Getsemani e della grande Annunciazione del corridoio Nord.

Siamo quindi del tutto distanti da ogni realismo. A cominciare dal fatto che gli affreschi nelle due celle a cui fa riferimento lo scrittore, sono ormai unanimemente attribuite ai soli collaboratori dell’Angelico.

Eppure si sa che attraverso l’arte, anche nella finzione più palese, si riescono a svelare verità più profonde.

Tabucchi ci restituisce in modo mirabile quella che allora doveva essere al crepuscolo e al primo mattino di inizio estate, l’atmosfera di rarefatta serenità che pervadeva il convento di San Marco quando era ancora immerso nella campagna.

Il convento di San Marco nel codice di Marco di Bartolomeo Rustici, 1441
Convento di San Marco nel codice di Marco di Bartolomeo Rustici, 1441

E poco importa se è davvero improbabile che, come ci viene rappresentato all’inizio del racconto, il frate pittore si occupasse anche della raccolta di «pomidori, zucchine e cipolle». I pomodori, tra l’altro, furono presenti in Italia dalla metà del Cinquecento e, ancora per secoli, a solo uso ornamentale.

Si sa, inoltre, come sottolinea P. Venturino Alce, che al momento della professione religiosa fra Giovanni aveva intrapreso presso il conventino di San Domenico a Fiesole la strada clericale del sacerdozio ministeriale, che richiedeva anni di studi teologici, e non quella laicale del fratello converso, impegnato nei lavori manuali. Ed è altresì risaputo che fra Giovanni fosse poi sempre dedito comunque alla miniatura e alla pittura, grazie a cui contribuiva in modo significativo al mantenimento materiale del convento. Non ci sarebbe stato poi alcun motivo perché non fosse, all’ora del vespro, insieme a «tutti i frati in cappella per la funzione», come ce lo descrive a inizio racconto Tabucchi.

Ma lo ripetiamo: in letteratura, non è proprio la verosimiglianza del racconto a dare la misura del valore di un’opera.

In questo immaginario narrativo è l’amore reale, concretissimo e non per questo meno spirituale dell’Angelico per la natura circostante, ad essere vero e di ciò ne abbiamo prova inconfutabile nei suoi dipinti.

Nel racconto, lo scrittore sembra rendere anche nell’uso linguistico il naturalismo genuino e mistico della pittura dell’Angelico, in una prosa variegata che miscela sapientemente punte di poetica astrazione a cadenzate ripetizioni da fiaba popolare.

I continui riferimenti alle zolle di terra, alla fisicità dei corpi, sia quello realissimo del frate che quelli dei tre volatili, descritti dettagliatamente col loro scomodo ingombro, non levano delicatezza a questo «“rumore di fondo” fatto scrittura» come Tabucchi definisce, nella Nota introduttiva della raccolta, le sue «estravaganze», come avrebbe voluto chiamare questi «quasi-racconti» che gli sembra «navighino in spazi confidenziali eppure di ignota geometria».

Ne I volatili del Beato Angelico gli strani esseri erano arrivati dal cielo, chi restando impigliato nei rami di un pero, chi librandosi nell’aria e sedendosi a cavalcioni sul muro di cinta per poi cadere nell’aiuola del rosmarino, chi atterrando tra i filari di lattuga. Per farli riposare dopo il lungo viaggio, il frate col padre superiore aveva approntato un giaciglio all’aperto, un «pollaio» o «gabbione», provvedendo a ricoprirlo con frasche per ombreggiarlo e «con una rete di spaghi di canapa intrecciata dai giuncai di Fiesole» per contrastare quella «tensione ascensionale» che di notte li avrebbe inevitabilmente fatti risalire, attirandoli verso l’alto a vagare «per cieli e arcani».

Invenzione letteraria che tanto attiene all’essenza della pittura del Beato Angelico.

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Beato Angelico, Gesù inchiodato alla croce dalle Virtù, cella 23, Corridoio est, Museo di San Marco

Mentre dorme, fra Giovanni riceve in visita uno dei tre volatili che «prima di lasciarlo, con un fruscìo d’ali» gli comunica: «domani ci devi dipingere, siamo venuti apposta». A parlare all’artista è uno strano esserino, una sorta di libellulone «lungo e magro […] tutto dinoccolato, con degli arti fini fini che si aveva paura a romperli a maneggiarli e quasi traslucidi, verdechiaro come gli steli di grano non ancora maturo. E anche il petto era quello di un grillo, un petto a cuneo appuntito, senza un briciolo di carne, anzi ossa e pelle: però con un piumaggio così raso che sembrava quasi un pelame; dorato; e dorati erano anche i lunghi peli lucenti che gli spuntavano sul cranio».

Attenendosi agli ordini ricevuti da questa creatura alata, il frate pittore ritrasse il secondo dei tre volatili, quello «rotondeggiante», senza la parte inferiore del corpo, «che finiva con una coda verdolina a spazzolone», nelle immagini degli «esseri divini» del Crocifisso con la Madonna e San Domenico della cella ventitre; e nell’angelo che offre il calice a Cristo dell’Orazione nell’orto del Getsemani della cella trentaquattro, aggiunto ad affresco terminato nel piccolo spazio in alto a sinistra, sopra gli alberi.

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Beato Angelico, La preghiera nell’orto, cella 34, Corridoio Nord, Museo di San Marco

«Poi, per ultimo, dipinse il volatile che era arrivato per primo, e scelse il muro del corridoio del primo piano, perché voleva una parete ampia con una buona prospettiva. Prima dipinse un portico con colonne e capitelli corinzi, e poi lo scorcio di un giardino chiuso da una palizzata. E infine mise in posa il volatile, in posizione genuflessa, appoggiandolo a uno scanno perché non cadesse; gli fece incrociare le mani sul petto in atteggiamento reverenziale e gli disse: – ti coprirò con una tunica rosa, perché hai un corpo troppo brutto. La Vergine la disegnerò domani, tu resisti questo pomeriggio e poi potete ripartire: sto facendo un’Annunciazione».

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Beato Angelico, Annunciazione, dettaglio Angelo, Museo di San Marco

Silvia Andalò

Per saperne di più:

Antonio Tabucchi, I volatili del Beato Angelico, 1987, Sellerio editore Palermo

P. Venturino Alce, Angelicus Pictor, 1993, Edizioni Studio Domenicano

3 commenti

  1. Bell’incontro tra uno scrittore incline al misticismo ed un frate che lo era veramente nella sua pittura, grazie per avermi fatto venir voglia di leggerlo.

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  2. Grazie tanto! Ho finito oggì di leggere questo maraviglioso testo, e stavo cercando a vedere gli affreschi che pintore et dopo scrittore rittragono. La Sua biglietto di blog é un vero regalo per questo mattino domenicale 🙂
    (mille scuse per il mio italiano – posso leggere la Sua bellisima lingua, pero non la ho scritto o parlato da molti anni)

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