Creature acquatiche del Museo di San Marco. Una passeggiata tra storie, arte e natura

La vita sott’acqua è sempre stata fonte di ispirazione per narratori ed artisti di ogni epoca, ben prima di essere, come oggi, prioritario oggetto di attenzione per salvaguardare ecosistemi delicati dai danni causati da un crescente inquinamento.

L’elenco delle creature che popolano le acque ha esercitato già in passato un fascino irresistibile: dai tanti pesci che accorrono dalla maga Alcina nel sesto canto dell’Orlando Furioso (VI; 37), a quelli che infuriano nella battaglia sottomarina della settecentesca canzone napoletana Lo Guarracino. 

Lello Scorselli, Lo guarracino, battaglia dei pesci, Edizioni scientifiche italiane Napoli

Continuando il nostro percorso nell’ambito dell’Agenda ONU 2030 per la sostenibilità, e concentrandoci sull’obiettivo 14 La vita sott’acqua, proponiamo qui una passeggiata tematica all’interno del Museo, per un’ipotesi di visita adatta anche a bambine e bambini.

Seguiremo le creature acquatiche che abitano a San Marco, a volte un po’ nascoste in spazi meno visibili o in opere meno celebri, considerandole attraverso le tecniche artistiche più varie, come l’affresco, la pittura su tavola e su tela, il bassorilievo.

Nelle arti figurative, dalla simbologia mitologica pagana a quella cristiana, la rappresentazione dei pesci ha assunto diversi significati, a seconda dei contesti in cui nascevano e venivano elaborati. Da raffigurazione naturalistica benaugurale nelle case romane, a simbolo cristologico per antonomasia.

La Bibbia e le mille storie dei santi offrono, a loro volta, un vastissimo panorama ittico.

La prima immagine di pesce che incontriamo nel nostro itinerario, si trova nel Chiostro di Sant’Antonino, accanto all’ingresso del Museo, subito a destra, sulla porta che dà accesso alla nuova Sala del Beato Angelico. Si tratta di una delle lunette affrescate nel Seicento, con le scene della vita e dei miracoli del Santo priore di San Marco e arcivescovo di Firenze. Diversi artisti hanno contribuito al completamento del ciclo e la loro opera veniva sovvenzionata, di volta in volta, con le offerte lasciate ai frati dalle famiglie che intendevano seppellire i loro cari nel chiostro del Convento. A questa impresa attesero, tra gli altri, Bernardino Poccetti, Alessandro Tiarini, Cecco Bravo, Giovan Battista Vanni.

Di Giovan Battista Vanni (1599 – 1660) è la lunetta raffigurante Il miracolo della chiave nella pancia del pesce. Nell’iscrizione posta sotto il dipinto si legge: Sant’Antonino buttò nel fiume d’Arno una chiave di una cintura di ferro che con essa si era cinto il corpo che fu dopo alquanto tempo ritrovata nelle viscere di un pesce donato al Santo.

Gian Battista Vanni, Il miracolo della chiave nella pancia del pesce, Chiostro di Sant’Antonino, Museo di San Marco, Firenze

La scena rappresenta il momento in cui viene portato al Santo, su di un vassoio, il grosso pesce dalla cui pancia spunta la chiave della catena di ferro con cui, per penitenza, Sant’Antonino si era cinto il corpo.

Il segmento narrativo della chiave della catena, gettata in Arno dal Santo penitente e poi miracolosamente ritrovata dopo che un donatore casuale aveva regalato il pesce al Sant’uomo, ha almeno una variante religiosa nella storia di San Metrone. In questa versione, per espiare i peccati passati, San Metrone aveva gettato nell’Adige la chiave della catena con cui, per penitenza, si era legato fuori della chiesa di San Vitale a Verona. Aspetterà sette anni prima che sia ritrovata nella pancia di un pesce e liberato.

Gian Battista Vanni, Il miracolo della chiave nella pancia del pesce, Chiostro di Sant’Antonino, dettaglio

Il prodigioso epilogo del racconto miracoloso, probabilmente affonda le sue radici nell’archetipo del Mito, essendo diffusa in forma di fiaba in diverse tradizioni culturali.

In Erodoto (Hdt. III, 39-43), nell’aneddoto dell’anello di Policrate, già era presente il tema del ritrovamento dell’oggetto prezioso gettato in acqua, rinvenuto nella pancia del pesce ripescato e, tanto casualmente quanto mirabilmente, restituito al suo proprietario. A riprova, in questo caso, dell’incredibile fortuna a cui Policrate era condannato, a rischio del conseguente astio degli Dei.

Nelle Mille e una notte, la storia di Cogia Hassan Alhabbal ci offre un altro esemplare di pesce miracoloso. Per volere divino, nella pancia di un pesce donato al protagonista, avviene il provvidenziale ritrovamento di un diamante che lo salva dalla miseria, risarcendolo dalle disgrazie patite.

Negli anni trenta del XIX secolo Hans Christian Andersen era a Firenze, dove, per la sua fiaba Il porcellino, si lasciò ispirare dalla popolarissima statua del Tacca che si trova su un lato della Loggia di Piazza del Mercato Nuovo. Niente documenta che lo scrittore danese fosse entrato nel convento di San Marco, allora non ancora musealizzato, ma ci piace immaginare che la fine della celeberrima fiaba Il Soldatino di piombo possa essere stata ispirata proprio dalla visione dell’affresco di Giovan Battista Vanni. Nella fiaba, infatti, a compimento di un amore impossibile, nella pancia di un grosso pesce vengono ritrovati il cuore del soldatino e il lustrino della bambola ballerina, condannati “in vita” all’immobile distanza dalla loro condizione di giocattoli. Dopo essere finiti per caso entrambi in acqua, erano stati inghiottiti dallo stesso pesce che viene venduto alla cuoca del bambino a cui appartenevano i due balocchi.

Dal Chiostro di Sant’Antonino, sia che ci si diriga verso la zona del Lavabo, sia che si imbocchi il corridoio che collega i due grandi chiostri, ci si imbatte inevitabilmente nella storia di Tobiolo.

Due grandi dipinti ne raffigurano i protagonisti. Il primo, esposto nel Refettorio grande, è di Giovanni Antonio Sogliani (1492 – 1544), realizzato nel 1520 per la Compagnia dell’Arcangelo Raffaello, che si occupava dell’istruzione religiosa dei giovani e fu soppressa da Pietro Leopoldo nel 1867. Passato dalla Galleria dell’Accademia a San Marco nel 1909, il dipinto è concepito come una Sacra Conversazione, con Tobiolo e l’Angelo insieme alla Vergine e Sant’Agostino, e sembra rimandare alla Madonna del Pesce di Raffaello, oggi al Prado, di cui Sogliani avrebbe potuto vedere i disegni preparatori.

Giovanni Antonio Sogliani, Madonna, Sant’Agostino, Tobiolo e l’arcangelo Raffaele, Refettorio grande, Museo di San Marco, Firenze
Giovanni Antonio Sogliani, dettaglio pesce, Refettorio grande, Museo di San Marco, Firenze

Il secondo dipinto è di Jacopo Vignali (1592 – 1664), visibile nel corridoio tra i due chiostri maggiori, con Tobiolo e l’Angelo e l’immancabile cagnolino in una scena agreste, con il ragazzo colto nell’atto di aprire il pesce con un coltello per estrarne il medicamento.

Nell’Antico Testamento della Bibbia cattolica, nel capitolo 6 del Libro di Tobia, si narra la storia del figlio di Tobi, Tobia o Tobiolo. Leggiamo del “viaggio di formazione” intrapreso dal ragazzo col fine di recuperare, per conto dell’anziano padre cieco e ridotto in miseria, un vecchio prestito. Di come, affiancato dall’arcangelo Raffaele, che lo accompagna in incognito in veste di viaggiatore esperto, il giovane troverà nel cuore, nel fiele e nel fegato di un pesce, la medicina per ridare la vista al genitore e la soluzione per scacciare il demonio che aveva impedito a Sara di consumare le nozze uccidendole già sette novelli mariti, e prenderla così felicemente in sposa.

Jacopo Vignali, Tobiolo e l’Angelo, Corridoio del Seicento, Museo di San Marco, Firenze

Il giovane partì insieme con l’angelo e anche il cane li seguì e s’avviò con loro. Camminarono insieme finché li sorprese la prima sera; allora si fermarono a passare la notte sul fiume Tigri. Il giovane scese nel fiume per lavarsi i piedi, quand’ecco un grosso pesce balzò dall’acqua e tentò di divorare il piede del ragazzo, che si mise a gridare. Ma l’angelo gli disse: «Afferra il pesce e non lasciarlo fuggire». Il ragazzo riuscì ad afferrare il pesce e a tirarlo a riva. Gli disse allora l’angelo: «Aprilo e togline il fiele, il cuore e il fegato; mettili in disparte e getta via invece gli intestini. Il fiele, il cuore e il fegato possono essere utili medicamenti». Il ragazzo squartò il pesce, ne tolse il fiele, il cuore e il fegato; arrostì una porzione del pesce e la mangiò; l’altra parte la mise in serbo dopo averla salata. Poi tutti e due insieme ripresero il viaggio, finché non furono vicini alla Media. Allora il ragazzo rivolse all’angelo questa domanda: «Azaria, fratello, che rimedio può esserci nel cuore, nel fegato e nel fiele del pesce?». Gli rispose: «Quanto al cuore e al fegato, ne puoi fare suffumigi in presenza di una persona, uomo o donna, invasata dal demonio o da uno spirito cattivo e cesserà in essa ogni vessazione e non ne resterà più traccia alcuna. Il fiele invece serve per spalmarlo sugli occhi di uno affetto da albugine; si soffia su quelle macchie e gli occhi guariscono».

Se il tema della protezione divina, preziosa per i giovani in viaggio per seguire gli affari paterni, era molto sentito nell’ambito di una committenza di ricchi mercanti, l’elemento della guarigione per divina intercessione era funzionale a promuovere la devozione popolare.

Il dipinto di Vignali, copia di un altro conservato a Palazzo Mansi a Lucca, era stato realizzato durante la pestilenza del 1622-23 per la Farmacia del Convento di San Marco, a cui il pittore lo donò in segno di riconoscenza per le cure ricevute.

Dirigendoci nella zona dell’antico Convento dove un tempo si depositavano le masserizie, possiamo fare un’altra interessante scoperta marina. In fondo alla Corte del Granaio, dopo il Chiostro dei Silvestrini, attualmente chiuso al pubblico, troviamo il Portale attribuito da Milanesi e Carocci a Donatello, un tempo situato in Via dell’Oriuolo e da cui si accedeva al giardino dei Pazzi. Se si osserva l’architrave, si riconoscono, ai lati, gli scudi triangolari dello stemma della famiglia Pazzi, con due delfini e cinque crocette trifogliate. Risalente alla prima metà del XV secolo, il portale fu demolito tra il 1865-69 per costruire la Banca d’Italia, trasportato al Bargello e successivamente ricomposto nel Museo di San Marco. Lo stemma è uno dei tanti esempi dell’uso, in araldica, dei delfini, messaggeri degli dei, presenti a Firenze anche nell’arme della famiglia Pandolfini.

Portale attribuito a Donatello, Corte del Granaio, Museo di San Marco, Firenze
Stemma dei Pazzi, dettaglio Portale attribuito a Donatello, Corte del Granaio, Museo di San Marco

L’ultima creatura marina di questa passeggiata la incontriamo lungo il corridoio della Foresteria che conduce all’uscita, nella seconda sala del Museo di Firenze Antica, in cui sono esposti reperti di diversa provenienza. Sulla parete a sinistra, si nota il frammento di un sarcofago in marmo risalente verosimilmente al V secolo d. C., anche se con parziali rifacimenti trecenteschi. Proveniente dal convento di San Pancrazio, dove fungeva da sepolcro di un membro della famiglia Temperani, è giunto a San Marco nel 1915, dopo un secolo di permanenza al Bargello.

Il bassorilievo paleocristiano rappresenta due momenti della storia del profeta Giona.

Bassorilievo con le storie di Giona, Seconda stanza, Foresteria, Museo di San Marco, Firenze

A sinistra riconosciamo Giona gettato in mare dall’equipaggio della nave, su cui si era nascosto per fuggire da Dio che, irato per la sua disobbedienza, aveva scatenato una terribile tempesta: «ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti» (Libro di Giona, 11).

Giona gettato in mare, dettaglio bassorilievo con Storie di Giona, Seconda stanza, Foresteria, Museo di San Marco

Il libro di Giona viene ripreso nel Vangelo di Matteo (12, 40-41) come immagine profetica della resurrezione di Cristo, tre giorni dopo la morte: «Come Giona rimase nel ventre del grande pesce tre giorni e tre notti, così il Figlio dell’Uomo rimarrà sepolto nella terra tre giorni e tre notti». Durante i quali, Giona avrebbe elevato la sua preghiera.

Giona vomitato dal Pesce, dettaglio del bassorilievo con le Storie di Giona, Seconda stanza, Foresteria, Museo di San Marco

Nella parte destra del bassorilievo, appare la mostruosa creatura marina dalla cui enorme bocca Giona viene ricacciato vivo: «E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia» (Libro di Giona, 11).

Sorta di drago o serpente d’acqua, il pesce ci appare come la pistrice dei mosaici della Basilica di Aquileia, certamente derivante dalle raffigurazioni classiche di Nereidi e Tritoni.

Giona ingoiato dal Pesce, Mosaico paleocristiano, Basilica di Aquileia

Scopriamo, però, che esiste anche un pesce, il Regalecus Glesne, della famiglia dei lampriformi, conosciuto come “pesce remo” o “re di aringhe”, menzionato anche nella lista delle specie di interesse regionale del report biomart Arpat (2015) e presente in tutte le profondità marine. Diversi avvistamenti di questa inquietante creatura, lunga tra i tre e i diciassette metri, sono riportati da numerosi quotidiani italiani e stranieri negli ultimi dieci anni, e in molte riprese subacquee si mostra nelle sue gigantesche proporzioni, di forma allungata con una pinna dorsale rossa e una cresta a raggiera irregolare sul capo.

E’ lecito supporre che l’avvistamento in tempi remoti di questo pesce osseo sia stato la fonte ispiratrice della creatura del bassorilievo, fluttuante tra mitologia pagana, testo sacro e iconografia paleocristiana.

Non sappiamo quando esattamente il “pesce grande”, l’ebraico “dag gadòl” della Bibbia, venga trasformato nella tradizione popolare in balena, poiché nel testo sacro non si specifica mai il tipo di animale marino.

Del resto, anche il pescecane del Pinocchio di Collodi, nel tempo, si è autonomamente trasformato in una balena. Forse, nell’immaginario collettivo, l’idea di un ventre che si fa portatore di nuova vita, andito protettore e accogliente anche al culmine della sciagura, meglio si adattava alla balena, mastodontico mammifero marino. Forse i cetacei agiscono una fascinazione che non ha confini di epoche o di generi: dalla Bibbia a Le avventure di Pinocchio, da Mobi Dick di Herman Melville a Horcynus Orca di Stefano d’Arrigo.

Ma queste sono altre storie.

Certo è che se non si raggiunge davvero l’obiettivo di proteggere la vita sott’acqua, in un futuro poco lontano, tanti animali ci appariranno come creature fantastiche, condannate ad esistere solo in storie e leggende.

Silvia Andalò

Per saperne di più

Maria Sframeli (a cura di), Il centro di Firenze restituito, Firenze, Bruschi, 1989

Chris Fischer, Fra Bartolomeo e il suo tempo, in La chiesa e il convento di San Marco, Volume secondo, Firenze, Cassa di Risparmio di Firenze, 1990

Erri de Luca, Giona-Jonà, Milano, Feltrinelli, 2007

Tina Mansueto, Mostri e Nereidi, cavalcando il fantastico mare, Napoli, Loffredo, 2009

L’ultimo viaggio della balena  servizio di Giulia Palmieri del TG1, andato in onda il 20 gennaio 2021

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