L’Angelico a San Marco raccontato da Padre Marchese. Terza puntata: gli affreschi della sala del Capitolo (prima parte)

Nella gerarchia degli spazi conventuali, dopo la chiesa viene senz’altro la sala capitolare, che ospitava le assemblee dei frati, sia quelle quotidiane di ordinaria amministrazione, sia quelle straordinarie e solenni. Se la Pala di San Marco, per l’altare maggiore del coro, costituiva la punta di diamante del programma decorativo di Beato Angelico, subito dopo, per importanza e significato, c’era dunque l’affresco del Capitolo, eseguito fra il 1441 e il 1442.

Come in una guida illustrata, Vincenzo Marchese descrive e commenta la monumentale Crocifissione, cogliendone, forse per primo, l’eccezionalità iconografica e l’intensità espressiva, che ancora oggi meravigliano lo spettatore.

La storia però che fece nel Capitolo basta essa sola a far testimonianza solenne dell’ingegno e della pietà grandissima del dipintore. Né mai mi parve vedere un grande e sublime concetto con tanta tenuità di mezzi e con sì grande efficacia significato (espresso). E ben ponno (possono) altri vincerlo nel magistero del colorire, dell’ombrare, nello sfuggire dei piani, ec., ma niuno (nessuno) speri giammai destare nel petto di altr’uomo tanto fremito di pietà e di dolore.

Crocifissione di Beato Angelico, disegno di Cesare Mariannecci, incisione di Filippo Livy, da Vincenzo Marchese, San Marco convento dei padri predicatori in Firenze illustrato e inciso, Firenze 1853. Coll. privata

In una vasta superficie di ben trentadue palmi nella lunghezza (quasi nove metri e mezzo), e poco meno nell’altezza, ritrasse in figure grandi al vero la Crocifissione di Gesù Cristo, richiestone, a quanto scrive il Vasari, da Cosimo dei Medici. All’arbitrio però del pittore venne lasciata la ragione del comporre; imperciocché (per il fatto che), com’è proprio sovente dei grandi ingegni rompere le pastoie delle regole, sdegnava egli sottostare ai severi canoni dell’Arte per ciò che riguarda l’unità del soggetto e la verità della storia. Scopo di ogni suo dipinto era muovere ed instruire (suscitare emozioni e insegnare). Tutto che potesse condurre a questo termine (fine) egli non ometteva giammai; e poneva in non cale il rimanente, quasi estraneo all’assunto divisamento (e non si curava delle altre cose, lontane da quanto si proponeva).

Qualsivoglia della scuola che poi seguitò (qualsiasi artista successivo che) avesse dovuto esprimere quel difficile argomento, avria (avrebbe) senza meno (senza dubbio) popolato il calvario di sgherri, di soldati, di manigoldi fieri e beffardi, con fanti, cavalli e moltitudine innumerevole di popolo. Né sariasi omessa (né sarebbe mancata) una lontana e bellissima prospettiva di paese; in breve, quanto poteva dilettare con la diversità degli oggetti e con la somiglianza del vero. Che poi in cuore non si destasse un affetto, che gli occhi non dessero una lagrima, poco montava (importava). L’Angelico, fermo ne’ suoi principii, seguitò le tradizioni degli antichi e gli impulsi della sua pietà. Quando avesse voluto compiacere i Medici e i fautori dello studio del nudo e dell’antico, il suo cuore non glielo avrebbe consentito. L’argomento era troppo sacro, troppo caro al pittore.

Pria di (prima di) accingersi al dipingere ei (egli) si prostrava ai piedi del Crocifisso, come San Tommaso di Aquino innanzi di (prima di) risolvere le grandi quistioni della religione, della metafisica e del diritto. Quivi orava e meditava lungamente il soggetto che ei volea colorire. Le lagrime gli sgorgavano con abbondanza dagli occhi, il cuore palpitavagli con violenza, la mente si sollevava sopra il creato. Allora tolto il pennello, si accingeva al lavoro: e comunque (in qualunque modo) riuscisse, non si credea (non reputava) lecito ritoccarlo, giudicando i concetti formatisi nella sua mente quasi celesti ispirazioni, alle quali aggiungere o scemare (togliere) fosse irriverenza.

Paul-Hyppolite Flandrin, Beato Angelico dipinge una crocifissione in San Marco, 1894 . Rouen, Musée des Beaux-Arts

Nel Capitolo di cui si ragiona pose nel mezzo, sollevato in alto sulla croce Gesù Cristo, e a destra ed a sinistra i due ladroni; dappiedi schierò dall’una e dall’altra parte gran moltitudine di santi. Nella figura del Redentore si ammira una rara nobiltà di forme. Il nudo è tuttavia alquanto giottesco; non pertanto (tuttavia) mi offende assai meno delle forme soverchiamente carnose dei cinquecentisti, non eccettuato Fra Bartolomeo della Porta. Inferiori sono i nudi dei due ladroni; ma nel volto dell’uno si legge tutta la gioia di un sicuro perdono, nell’altro vedi improntata la bestemmia e la disperazione di chi già assapora l’inferno.

Dappiedi a destra (alla destra di Cristo, ma a sinistra per chi guarda) pose svenuta la Madre, sorretta da San Giovanni e da una delle pie femmine. La Maddalena con slancio affettuoso ed animato si protende ad aiutarla, e la si stringe fra le braccia. Gruppo di tanta bellezza ed efficacia, che cava dagli occhi le lagrime, e che non cede (non è inferiore) a quello onde il Razzi (errato per Bazzi) ritrasse lo svenimento di Santa Caterina da Siena (l’affresco di Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma, nella cappella di Santa Caterina in San Domenico, a Siena).

Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma. Svenimento di Santa Caterina da Siena per le stimmate (1526), Cappella di Santa Caterina, Chiesa di San Domenico, Siena

Seguita una bella figura del Battista ben disegnata, ben colorita, la quale con l’indice accenna quel Salvatore che egli aveva annunziato alle turbe (alle folle) nel deserto. San Marco, piegato il ginocchio, addita il libro degli Evangeli ove egli ha descritta la vita e la morte del Redentore. Ultimi sono San Lorenzo, e i Santi Cosimo e Damiano.

San Marco Evangelista e San Giovanni Battista
I Santi Cosma e Damiano con San Lorenzo

A mano manca (alla sinistra di Cristo, ma a destra per chi guarda) si apre una scena non meno tenera ed affettuosa. Sono undici Santi, la più parte fondatori di Ordini religiosi, i quali sembrano meditare la passione di Cristo. E forse fu intendimento del pittore mostrare in essi più copioso il frutto della redenzione; e come il Capitolo dovea servire all’uso di ammonire, correggere, infervorare i religiosi nella disciplina claustrale, volle presentare ai medesimi (i frati) dei grandi modelli da imitare.

È primo San Domenico, prostrato appiè della croce, e levato in altissima contemplazione, figura disegnata e colorita eccellentemente. Seguita San Zanobi vescovo di Firenze, o forse meglio Sant’Ambrogio arcivescovo di Milano, il quale medita sulle sacre carte i vaticini dei Profeti avverati nel Redentore, che egli accenna col dito. Quel vecchio calvo, con bianca barba, scarno e logoro dagli anni e dal digiuno, è il magno Gerolamo, nel cui petto l’amor della croce attutì le gagliarde passioni, e sembra che tuttavia chieda forza ed aiuto nella durissima tenzone (battaglia spirituale). Viene poscia Sant’Agostino, il quale medita e scrive.

Inginocchiati, i Santi Domenico e Girolamo. In piedi, due santi vescovi che Marchese identifica come Zanobi (o Ambrogio) e Agostino. In realtà, il primo è sicuramente Agostino, mentre il secondo, per lo più indicato come Ambrogio, è stato recentemente riconosciuto da A. Santini come San Giovanni Crisostomo, mentre V. Schmidt propende per San Basilio Magno.

Il Patriarca dei Minori (San Francesco), il poverello di Cristo, è prostrato al suolo in atto del più intenso dolore: figura mirabile, nella quale si legge un affetto che non so dire. San Benedetto sembra pensare, non so qual più, se alla passione di Cristo, o alla restaurazione della monastica disciplina nell’Occidente. San Bernardo contempla con grande amore il Crocifisso, e si stringe con ambe le mani un libro al seno; quel volume ove depositò le tenere effusioni del suo cuore. San Romualdo, curvo sotto il peso degli anni, sorreggendo il debil (debole) fianco al bastone, sembra pur esso assorto in un profondo e tristo pensiero. Un solitario, che io stimo (credo essere) San Giovan Gualberto, per la piena degli affetti piange dirotto. Ultimi sono due Santi Domenicani, San Tommaso di Aquino, il quale considera il sublime mistero onde il genere umano ebbe salvezza, di che egli poi scrisse con tanta sapienza; e San Pietro martire, in cui la larga ferita accenna come ei (egli) sapesse rendere a Cristo sangue per sangue.

Inginocchiati, i Santi Francesco, Bernardo, Giovanni Gualberto e Pietro Martire. In piedi, i Santi Benedetto, Romualdo e Tommaso d’Aquino.

Continua nella quarta puntata: gli affreschi della sala del Capitolo (seconda parte)

a cura di Alessandro Santini

Prima puntata: La pala di San Marco

Seconda puntata: Gli affreschi del chiostro

Terza puntata: Gli affreschi della sala del Capitolo (prima parte)

Quarta puntata: Gli affreschi della sala del Capitolo (seconda parte)

Quinta puntata: L’Annunciazione e gli affreschi del dormitorio (prima parte)

Sesta puntata: Gli affreschi del dormitorio (seconda parte)

Settima puntata: la Deposizione di Santa Trinita, le miniature e Fra Bartolomeo

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